Quesito

Caro Padre Angelo,
sono un’infermiera che lavora in una casa di riposo per anziani. Mi sono trovata e mi trovo tuttora ad accompagnare alla morte molti ospiti, non sapendo bene eticamente cosa sia giusto fare in alcune situazioni. Quando la persona assistita anziana va ad esempio in edema polmonare con il rischio imminente di morire, è giusto non mandarla in ospedale per garantirle una morte dignitosa? Ed è etico nella situazione in cui la persona anziana sia molto sofferente, non somministrare dei farmaci salvavita per evitare il prolungamento dell’agonia? In questo modo mi metto al posto di Dio? E se il parente della persona assistita chiede che quest’ultima non sia ricoverata in ospedale ma venga lasciata in struttura con il rischio che le cure non siano ottimali come in ospedale, è etico e giusto da parte dell’infermiere (cattolico) accettare la volontà del parente? Non riesco a capire quale sia il confine tra accanimento terapeutico e diritti della persona, tra aiutare l’ospite a fare la volontà di Dio o fare la mia volontà (che tende a far soffrire il meno possibile la persona)!
Grazie per la disponibilità e per quello che fa!
Dio la benedica!


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. rispondo ai vari punti delle tue domande.
Mi chiedi anzitutto se sia giusto non mandare in ospedale una persona assistita anziana in edema polmonare con il rischio imminente di morire per garantirle una morte dignitosa.
La domanda lascia trapelare che in ospedale non si farebbe una morte dignitosa (il che non è vero) e forse anche che lasciarla morire sia la stessa cosa che una morte dignitosa.
Ebbene, se la morte fosse imminente conviene tenerla a casa per non sottoporla a inutili trattamenti.
Se invece c’è solo “il rischio” della morte imminente è giusto che venga trattata come tutti gli altri e sia portata all’ospedale.

2. In secondo luogo mi chiedi se sia lecito sotto il profilo etico non somministrare dei farmaci salvavita per evitare il prolungamento dell’agonia nella situazione in cui la persona anziana sia molto sofferente.
Intanto va ricordato che per farmaco salvavita s’intende il medicinale ritenuto indispensabile per determinate forme morbose o in particolari stati di emergenza (per es., l’insulina per i diabetici).
Se questi farmaci venivano già somministrati prima che quella persona cadesse in uno stato agonico, non c’è motivo per sospenderli.
Un’eventuale sospensione equivarrebbe ad eutanasia.
Piuttosto che ricorrere alla sospensione di questi farmaci si deve cercare di lenire la sofferenza con i cosiddetti palliativi andando incontro ad una morte per quanto possibile serena.
Se i farmaci salvavita non sortissero più alcuna efficacia la morte verrebbe  da se stessa.
Inutile sarebbe una loro eventuale somministrazione e vano l’esito.

3. Va ricordato tuttavia quanto si legge in una la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) sull’eutanasia: “È sempre lecito accontentarsi di mezzi ordinari che la medicina può offrire. Non si può quindi imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cure che, per quanto sia già in uso, non è sempre esente da pericoli o è troppo oneroso”.
Inoltre, “è lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi (messi a disposizione della medicina più “avanzata”) quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere dei medici veramente competenti”.

4. Chiedi ancora: “se il parente della persona assistita chiede che quest’ultima non sia ricoverata in ospedale ma venga lasciata in struttura con il rischio che le cure non siano ottimali come in ospedale, è etico e giusto da parte dell’infermiere (cattolico) accettare la volontà del parente?”.
Bisognerebbe anzitutto prendere in considerazione la volontà del paziente.
Se non c’è più nulla da fare, si deve rispettare la volontà di stare dove si è, prestando tutte le cure che si possono prestare.
È stata questa la volontà espressa da Giovanni Paolo II quando, ormai in fin di vita, i medici gli avevano proposto di andare per l’ennesima volta all’ospedale. Il Papa avrebbe chiesto quali risultati si sarebbero potuto ottenere.
Sentito che non ve ne era nessuno, chiese di essere lasciato dov’era.
E così fu fatto.

5. Infine dici che non riesci a capire quale sia il confine tra accanimento terapeutico e diritti della persona, tra aiutare l’ospite a fare la volontà di Dio o fare la mia volontà (che tende a far soffrire il meno possibile la persona)!
Per accanimento terapeutico s’intende quell’insieme di iniziative clinico assistenziali di carattere piuttosto eccezionale che vengono attuate intorno a un malato terminale, cioè in condizioni gravissime e già piuttosto prossimo alla fine.
Lo scopo, nelle intenzioni dei sanitari, è la volontà di rallentare a ogni costo l’approssimarsi della fine, pur sapendo che ormai non dispongono più di vere terapie, capaci di migliorare le condizioni sanitarie o di bloccare il male.
Si tratta di un’ostinazione «futile» a proseguire terapie, che si sono dimostrate inutili o sproporzionatamente gravose per il malato, per il fatto che non migliorano la sua condizione né impediscono la morte per un tempo ragionevole, e, anzi, di un’ostinazione dannosa per il paziente che viene inutilmente sottoposto a gravi sofferenze.

6. Tra la sospensione di trattamenti inutili e lasciar morire il paziente c’è però ancora una via di mezzo che si deve percorrere ed è quella di non far mai mancare il nutrimento, l’ossigenazione e l’idratazione del paziente.
Queste infatti sono cure ordinarie, che non possono essere omesse, tanto più che possono essere fatte anche a domicilio con mezzi molto semplici e poca spesa.
A tale proposito Giovanni Paolo II ha detto: “La somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico.
Il suo uso, pertanto, sarà da considerarsi, in linea di principio ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando esso dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che nella fattispecie consiste nel procurare nutrimento al paziente e lenimento delle sofferenze.
L’obbligo di non far mancare le “cure normali dovute all’ammalato” comprende, infatti, anche l’impiego dell’alimentazione e idratazione.
La valutazione delle probabilità, fondata sulle scarse speranze di recupero quando lo stato vegetativo si prolunga per oltre un anno, non può giustificare eticamente l’abbandono o l’interruzione delle cure minimali al paziente, comprese alimentazione e idratazione. La morte per fame e per sete, infatti, è l’unico risultato possibile, in seguito alla loro sospensione. In tal senso essa finisce per configurarsi, se consapevolmente e deliberatamente effettuata, come una vera e propria eutanasia per omissione (…). Una tale azione rappresenta sempre ? come ho scritto nell’enciclica Evangelium vitae (n. 65) ? una grave violazione dalla Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana” (Discorso al Congresso Internazionale sulla vita vegetativa, 17?20 marzo 2004).

7. In questo senso si è anche pronunciata la Congregazione per la Dottrina della fede in data 1.8.2007: “La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita.
Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione”.
Quando invece anche queste cure non raggiungono la loro finalità propria perché l’organismo del paziente le rifiuta, allora è lecito sospenderle.

Ti ringrazio per i vari quesiti che mi hai posto.
Ti assicuro la mia preghiera anche per il tuo compito così prezioso verso gli anziani e i malati e ti benedico.
Padre Angelo