Quesito
Caro Padre Angelo,
La disturbo nuovamente per porLe un quesito riguardante la parabola del figliol prodigo. È da decenni che ascolto le spiegazioni di diversi sacerdoti riguardanti questa vicenda e nessuna mi ha mai convinto.
Sono consapevole che non posso comprendere il senso della giustizia del Signore, ma non riesco a giustificare il comportamento del padre verso il secondo figlio che sembra il cattivo che non vuole perdonare il fratello.
Al posto suo avrei chiesto al padre la mia parte (il 100% perché il fratello minore aveva già ottenuto la sua parte), avrei detto al figliol prodigo che adesso toccava a lui lavorare nel terreno del padre e io me ne sarei andato a sperperare i soldi a mio piacimento come ha fatto lui.
Secondo me il padre ha fatto bene a perdonare il figliol prodigo, ma ha umiliato e mostrato insensibilità nei confronti dell’altro figlio che aveva tutto il diritto di lamentarsi. Che cosa sarebbe successo al padre se anche il secondo figlio se ne fosse andato?
La parabola sembra mostrare che il lavoro, l’obbedienza, la serietà e il rispetto verso il genitore non servono a niente e che si può impunemente compiere tutte le nefandezze che ci vengono in mente sapendo che alla fine si verrà perdonati.
Vorrei infine esprimere i miei dubbi sul reale pentimento del figliol prodigo.
A me sembra soltanto disperato per la sua situazione attuale e spinto a tornare a casa soltanto per trovare delle condizioni migliori di vita e non mi sembra pentito e addolorato per il suo comportamento. Se avesse avuto la possibilità di vivere in condizioni accettabili dubito che sarebbe tornato dal padre.
Un ultimo quesito: perché il padre non ha mandato subito un servo ad avvisare il fratello maggiore e invitare anche lui a festeggiare? Forse non si sarebbe
offeso e avrebbe partecipato volentieri alla festa.
Vorrei sapere in che cosa il mio ragionamento è sbagliato.
La ringrazio in anticipo per la Sua cortese risposta che spero riuscirà a dissipare i miei dubbi.
La ringrazio di cuore e Le invio i miei cordiali saluti.
Maria
Risposta del sacerdote
Cara Maria,
1. ogni parabola, attraverso il suo racconto, rimanda a qualcosa d’altro. Questo è il significato etimologico della parola.
Pertanto come prima cosa è necessario fissare lo sguardo sulla realtà alla quale il Signore si vuole riferire.
2. Il biblista Marco Sales scrive: “Il padre è Dio; i due figli rappresentano, il più vecchio, i giudei, oppure più generalmente le anime giuste, che non hanno rotto l’alleanza con Dio. Il più giovane, i pagani oppure i peccatori”.
3. La parabola vuole mostrare fino a che punto si spinga il perdono di Dio.
Scrive il grande biblista Marie-Joseph Lagrange: “Quale padre della terra avrebbe saputo spingere così lontano la dimenticanza di un’offesa e cancellare così radicalmente il passato?” (L’Evangelo di Gesù Cristo, p. 366).
Proprio per questo motivo questa parabola viene detta la parabola del Padre misericordioso, piuttosto che la parabola del figliol prodigo.
Sebbene sia giusto continuare a parlarne come dalla parabola del figliol prodigo, come del resto si parla della parabola della pecorella smarrita e non della parabola del pastore misericordioso
4. È vero che il figlio minore, il figliol prodigo, quando è tornato a casa non era ancora sinceramente pentito.
È tornato per motivi di fame tanto che si è preparato un discorso opportunistico da fare a suo padre: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati” (Lc 15,18-19).
Come a dire: considera morto tuo figlio, non esiste più. Trattalo come uno dei tuoi salariati.
5. C’è però un passaggio che fa intravedere il suo pentimento ed è questo: quando torna a casa, vedendo l’amore sconfinato di suo padre che gli corre incontro, gli getta le braccia il collo e lo bacia, non pronuncia tutto il discorso che si era preparato. Si arresta all’ultima frase. Non osa più dire: “Trattami come uno dei tuoi salariati”, trattami come se io per te fossi morto.
6. In quel momento aveva capito che suo padre non l’aveva mai dimenticato né di giorno né di notte. E dirgli quelle parole: “considerami come morto”, gli avrebbe procurato un dolore ancora più grande.
No, suo padre non avrebbe potuto dimenticarsi di suo figlio. Era l’amore del suo cuore. Era la sua gioia e la sua speranza.
Quel ragazzo capisce che se gli avesse detto questo, lo avrebbe ferito in maniera inimmaginabile.
7. Quando era partito di casa, non si era minimamente preoccupato di dare dispiacere a suo padre.
Ma adesso non pronuncia più quelle parole perché capisce che gli avrebbe procurato un dispiacere immenso.
Questo è il segno del pentimento. L’amore sconfinato di suo padre ha vinto la sua durezza: prima non ha temuto di dargli dispiacere, adesso teme di dargli dispiacere. Questo è il segno che qualcosa è cambiato in lui. È un primo timido segno del vero amore.
8. Il fratello maggiore non ha nei confronti del fratello minore i sentimenti di suo padre.
Con il suo comportamento dice: “Ha voluto andarsene di casa? Stia fuori casa.
Ha voluto andare in un paese lontano per considerarsi morto alla famiglia e perché noi lo considerassimo morto? Ebbene, sia trattato così.
Inoltre rimprovera a suo padre di non avergli mai dato un capretto per fare festa con gli amici.
Con il fratello usa solo la fredda giustizia.
9. Ma il padre gli risponde: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,31-32).
Come a dire: “Tu sei sempre con me.
L’essere insieme, il vivere in concordia in famiglia è una festa perenne. Vale molto di più di una cena con i propri amici.
Ci eravamo accorti che quando tuo fratello era in casa stava cambiando qualcosa in lui. Anzi, ci eravamo accorti che stava morendo qualcosa dentro di lui.
Ma adesso tuo fratello non è più quello di prima. È cambiato.
La misericordia l’ha vinto, la fiducia gli ha dato speranza.
È come risuscitato, è tornato in vita. È una gioia immensa per noi ritrovarlo negli affetti.
Tenerlo fuori casa per fare giustizia non vale la pena. È infinitamente più confortevole per noi vivere nella concordia degli affetti, che tenere un figlio o un fratello perennemente fuori dal proprio cuore”.
10. La parabola non dice come si sia comportato il fratello maggiore: se sia rientrato in casa o se si sia allontanato.
Si chiude qui.
Colui che l’ha proferita non si è dimenticato la conclusione.
La conclusione la lascia a noi per domandarci se nel nostro cuore ci sia la misericordia che ridona la vita oppure se ci sia il rigore della giustizia che impedisce di vivere nella concordia degli affetti.
Con l’augurio che il nostro comportamento sia simile a quella del padre piuttosto che quello del fratello maggiore, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
