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Quesito

Durante una mia conversazione con una suora, abbiamo incidentalmente affrontato la RESURREZIONE di NOSTRO SIGNORE sotto il profilo del GESU’ DELLA STORIA, CRISTO DELLA FEDE.
Infatti, secondo costei non è importante quanto sia storico tale avvenimento nelle sue modalità, quanto la FEDE nel medesimo avvenimento della prima comunità cristiana. Io ho sostenuto che il dato storico era ed è FONDAMENTALE.
Lo stesso è a dire delle FRASI (parola impropria, lo so) con cui GESU’ CRISTO enuclea la lunga meditazione sul PADRE e il FIGLIO immediatamente antecedente IL GETSEMANI, contenuta nel VANGELO DI GIOVANNI. Secondo costei, di nuovo, difficilmente è stata ascoltata dalla sua voce, ma, per gran parte almeno, è una rimeditazione della prima comunità cristiana. Anche su questa seconda affermazione, peraltro plausibile, sono rimasto perplesso.
Mi può illuminare sulla questione intera?
Grazie, padre.
Maurizio


Risposta del sacerdote

Caro Maurizio,
1. L’oggetto della fede è Gesù Cristo, non il concetto che la Chiesa si è fatta di Gesù Cristo.
E aderisco alla fede della Chiesa perché Cristo l’ha garantita, non perché la Chiesa si è garantita da se stessa.
Se così fosse, su che cosa poggia la mia fede?
Se si trattasse semplicemente di aderire alla fede della Chiesa, rinuncerei ad essere cristiano.

2. Fatico a pensare che sia una suora ad aderire alle affermazioni che tu mi hai riportato, affermazioni fatte da esegeti protestanti attorno agli anni cinquanta del secolo scorso, ormai datate e sconfessate da tutti oltre che dal buon senso.

3. Ti riferisco il pensiero di Benedetto XVI, espresso nella prefazione del suo libro Gesù di Nazaret (i corsivi e i grasetti sono miei):
“Al libro su Gesù, di cui ora presento al pubblico la prima parte, sono giunto dopo un lungo cammino interiore. Al tempo della mia giovinezza – negli anni Trenta e Quaranta – esisteva una serie di opere entusiasmanti su Gesù. Ricordo solo il nome di alcuni autori: Karl Adam, Romano Guardini, Franz Michel Willam, Giovanni Papini; Daniel-Rops. In tutte queste opere l’immagine di Gesù Cristo veniva delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla terra ecome, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli uomini Dio, con il quale,in quanto Figlio, era una cosa sola. Così, attraverso l’uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da Dio si poté vedere l’immagine dell’autentico uomo.
A cominciare dagli anni Cinquanta la situazione cambiò. Lo strappo tra il «Gesù storico» e il «Cristo della fede» divenne sempre più ampio; l’uno si allontanò dall’altro a vista d’occhio. Ma che significato può avere la fede in Gesù il Cristo, in Gesù Figlio del Dio vivente, se poi l’uomo Gesù era così diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo dai Vangeli, lo annuncia la Chiesa?” (p. 7).

“Come risultato comune di tutti questi tentativi è rimasta l’impressione che, comunque, sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità abbia plasmato la sua immagine. Questa impressione, nel frattempo, è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità. Una simile situazione è drammatica per la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento: l’intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di annaspare nel vuoto” (p.8).

4. “Va detto innanzitutto che il metodo storico – proprio per l’intrinseca natura della teologia e della fede – è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico. Per la fede biblica, infatti, è fondamentale il riferimento a eventi storici reali. Essa non racconta la storia come un insieme di simboli di verità storiche, ma si fonda sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra. Il factum historicum per essa non è una chiave simbolica che si può sostituire, bensì fondamento costitutivo: Et incarnatus est – con queste parole noi professiamo l’effettivo ingresso di Dio nella storia reale.
Se mettiamo da parte questa storia, la fede cristiana in quanto tale viene eliminata e trasformata in un’altra religione” (p. 11).

5. Ma, a parte il papa, il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum ha affermato che la Chiesa ritiene con fermezza che i quattro Vangeli, «di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in cui ascese al cielo».
Che «gli Apostoli, dopo l’Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dalla luce dello Spirito di verità, godevano».
Che «gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere» (Dei Verbum, 19).

6. Sul discorso di Gesù nell’ultima cena: certamente San Giovanni non l’ha trascritto parola per parola. Come avrebbe potuto farlo?
Ma quello che ha scritto l’ha scritto ricordando le parole di Gesù sotto l’assistenza dello Spirito Santo che lo ha mosso a scrivere tutto quello e solo quello che Lui ha voluto.
Non dimentichiamo che Autore principale della sacra Scrittura è Dio.
L’agiografo è causa strumentale, con la sua impronta, con il suo stile, con tutto quello che vuoi. Ma non si possono prendere le Sacre Scritture come se fossero solo parole umane o della Chiesa primitiva.

7. Tuttavia mi tormenta una domanda: ma quella suora a chi ha dato il suo cuore? La sua comunione con chi la sta vivendo? Con un’idea? Con una fede? Oppure con una persona, con Gesù Cristo?
La cosa mi pare così grave che, caro Maurizio, temo che tu abbia voluto provocare e metterci di mezzo una suora, che in realtà sarebbe solo un’immaginazione tua.
Mi auguro che sia proprio così.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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