Gent.le padre Angelo,
Le anticipo che ho una domanda forse un po’ complessa e “cervellotica”, ma in tempi in cui si mette spesso in discussione il primato della legge morale sulla scienza moderna ritengo che sia fondamentale avere le idee completamente chiare.
L’uomo ricava la legge morale dalla sua stessa natura, deducendone le inclinazioni che la connotano. Attuando il proprio fine, come ogni ente, l’uomo compie il proprio bene. Ho sempre letto che il fondamento della legge naturale è di carattere metafisico. Però il “primo grado di astrazione” a cui accede l’uomo è quello in cui l’intelletto astrae dalla materia individuale e non considera più un ente nella sua particolarità ma “in generale”: non “questo minerale”, ma il minerale in quanto tale. Questo grado di astrazione sarebbe tipico delle scienze fisiche e naturali (o almeno della filosofia della natura), secondo San Tommaso. Nel “terzo grado di astrazione”, tipico invece della metafisica, l’intelletto astrae da ogni materia per giungere all’essere intellegibile, all’essere delle cose e alle loro proprietà.
Riflettendo, mi è sorto un dubbio: qual è il grado di astrazione che coinvolge la deduzione dei principi primi della morale dalla natura umana? E se è il primo grado, in che termini si può parlare ancora di fondamento metafisico della morale? La ringrazio per l’attenzione.
Cordiali saluti


Carissimo,
1. non vieni a capo della questione perché nel primo grado di astrazione hai confuso l’astrazione del concetto con il terzo grado di astrazione e cioè con la metafisica.
È pacifico che conoscendo una realtà noi ne cogliamo sempre anche il concetto e cioè l’universale, ma questo non s’identifica ancora con la metafisica.
Ne è tuttavia una premessa.
Ma procediamo con ordine.

2. Secondo gli antichi filosofi (Aristotele e Boezio) si distinguono tre modi di fare scienza a seconda della minore o maggiore astrazione compiuta dalla mente nei confronti della realtà.
San Tommaso fa propria questa triplice distinzione.

3. Al primo grado di astrazione appartengono le scienze che studiano la realtà come essa appare in se stessa e nella sua mutabilità.
Aristotele le chiama “la fisica” e cioè la natura.
Bisogna subito dire che la fisica come veniva intesa da Aristotele non corrisponde alla fisica moderna che è tutta impregnata di matematica ma semplicemente a ciò che si osserva, ai fenomeni della natura così come appaiono alla prima osservazione.
A questa prima osservazione vediamo come è fatta la terra nella sua distinzione tra mare, corsi d’acqua, monti, colline, pianura, agglomerati urbani, paesi, villaggi… È la geografia.

4. Così pure, ad esempio, cataloghiamo il succedersi degli eventi che hanno toccato l’evolversi della società: è la storia.
In questa prima osservazione distinguiamo anche tra mondo organico e mondo inorganico. Qui allora abbiamo la chimica, la mineralogia, la botanica, la zoologia…
L’organico poi lo vediamo nei suoi elementi vegetali, animali e razionali e nelle loro capacità conoscitive e operative.
Quando si fissa l’attenzione sulla natura dell’uomo, sul suo essere costituto di anima e di corpo, sulle sue capacità razionali, sulla sua libertà e sulla spiritualità e immortalità dell’anima si parla di psicologia. Anche qui da non confondere con la psicologia moderna.
In sintesi si potrebbe dire che questo modo di fare scienza si interroga sul come si manifesti la realtà.

5. Al secondo grado di astrazione appartengono le scienze che studiano la realtà esclusivamente sotto il profilo della quantità.
Sono costituite dalla matematica con le sue due componenti: l’aritmetica e la geometria.
La matematica s’interroga sul quanto delle cose.
Sebbene più alta del primo modo di fare scienza, a questa scienza sfuggono le realtà spirituali perché prive di quantità.
Pertanto con la sola matematica non si giunge alla conoscenza dell’esistenza di Dio.

6. Al terzo grado di astrazione appartengono le scienze che astraggono da tutti gli accidenti per conoscere la realtà solo nella sua sostanzialità.
Si domandano che cosa sia l’essere, quale la sua origine e il suo fine.
Si tratta di varie discipline come l’ontologia, la teologia naturale, l’etica… che si riconducono alla metafisica, che comunemente viene definita conoscenza certa alla luce delle cause più alte (cognitio certa per altissimas causas).
In particolare, per quanto concerne l’agire umano, questo terzo modo di fare scienza s’interroga su ciò che è bene e su ciò che è male tenendo presente la natura e il fine dell’uomo.
È l’etica, detta anche filosofia morale.

7. Si è detto: tenendo presente la natura.
La filosofia morale non può prescindere dalla natura dell’uomo e dalle sue capacità operative.
Esse ci dicono qual è l’orientamento immediato di queste capacità.
Ci dicono ad esempio che gli occhi sono fatti per vedere, le orecchie per sentire, la lingua per gustare e per parlare, la sessualità per procreare ecc…
Questo è già un primo dato, ma non basta.
Fin qui non si va oltre il primo grado di astrazione.

8. L’uomo, alla luce di quello che egli è, scopre anche quale sia l’obiettivo ultimo del suo vivere e del suo operare.
E si domanda anche quale sia il significato personalistico delle varie funzioni di cui è dotato.
Scopre ad esempio che il mangiare non ha solo una finalità nutritiva, come avviene per gli animali, ma anche una componente personalistica: serve per mantenersi in grado di compiere il proprio dovere, per socializzare, per fraternizzare, per esprimere affetti e vincoli, per programmare…
Questo significato personalistico lo scopre il terzo modo di fare astrazione.
Pertanto è proprio della cosiddetta metafisica e più precisamente di quel settore della metafisica che passa sotto il nome di etica o filosofia morale.
Questa allora come punto di partenza non può fare a meno del primo grado di astrazione.
Ma il pensiero (o astrazione) va oltre, cercando di subordinare l’agire anche nella sua insopprimibile dimensione biologica alle esigenze integrali della persona.

9. Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor ha ricordato che l’uomo scopre in se stesso, nella sua persona costituita di anima di corpo, la legge morale scolpita da Dio.
Alla domanda del giovane che chiede che cosa dovesse fare per entrare nella vita eterna Gesù rispose: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,17).
Commenta Giovanni Paolo II: “Solo Dio può rispondere alla domanda sul bene, perché Egli è il Bene.
Ma Dio ha già dato risposta a questa domanda: lo ha fatto creando l’uomo e ordinandolo con sapienza e con amore al suo fine, mediante la legge inscritta nel suo cuore (cf Rm 2,15), la «legge naturale».
Questa «altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce e questa legge Dio l’ha donata nella creazione” (VS 12).

10. Scrive ancora Giovanni Paolo II: “La persona, mediante la luce della ragione e il sostegno della virtù, scopre nel suo corpo i segni anticipatori, l’espressione e la promessa del dono di sé, in conformità con il sapiente disegno del Creatore.
È alla luce della dignità della persona umana — da affermarsi per se stessa — che la ragione coglie il valore morale specifico di alcuni beni, cui la persona è naturalmente inclinata” (VS 48).
E: “Una dottrina che dissoci l’atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà «spirituale», puramente formale.
Questa riduzione misconosce il significato morale del corpo e dei comportamenti che ad esso si riferiscono (cf 1 Cor 6,19).
L’apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno dei cieli «immorali, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci» (cf 1 Cor 6,9-10).
Tale condanna — fatta propria dal Concilio di Trento (DS 1544) — enumera come «peccati mortali», o «pratiche infami», alcuni comportamenti specifici la cui volontaria accettazione impedisce ai credenti di avere parte all’eredità promessa. Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella persona, nell’agente volontario e nell’atto deliberato, essi stanno o si perdono insieme” (VS 49).

Ti ringrazio del quesito che mi ha dato la possibilità di chiarire un aspetto importante della teologia morale fondamentale che coglie il nesso tra legge morale e corporeità.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo