Quesito

Gentile Padre Angelo,
sono Gioacchino, pace a lei! Comincio innanzitutto ringraziandola per le risposte ai nostri quesiti: le trovo davvero ben precise e veritiere. 
Se mi è permesso farle una specie di doppio quesito, ci tenevo dapprima a chiederle un chiarimento sul versetto finale del capitolo 7 del libro del Siracide: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato”.
Che cosa si intende per “fine”?
Si riferisce alla morte del corpo o dell’anima? Sembra strano pensare che si riferisca alla morte corporale, poiché tutti moriamo, buoni e cattivi; ero del parere che si riferisse alla morte spirituale, ma volevo confrontarmi con qualcuno che ne capisse certamente più di me.
In secondo luogo, volevo chiederle se questa strategia di “ricordarsi della propria fine” possa effettivamente essere vincente contro il peccato.
Perché Gesù stesso dice agli apostoli: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione”. Il fatto di “vegliare” può avere una corrispondenza con il “ricordati della tua fine”?
La ringrazio anticipatamente, e la ricordo nella preghiera di oggi.


Risposta del sacerdote

Caro Gioachino,
1. la Bibbia di Gerusalemme dice che l’espressione “la tua fine” intende chiaramente le ultime realtà.
Le ultime realtà sono quelle che comunemente vengono chiamate novissimi.
Proprio da questo versetto nel testo latino del Siracide traggono questo nome: “In omnibus operibus tuis memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis” (Sir 7,40; in tutte le tue opere ricordati della tua fine e non peccherai in eterno).

2. Novissima significa ultimissime.
E le ultimissime realtà della nostra vita sono quattro: morte, giudizio, inferno e paradiso.

3. Il beato Giuseppe Girotti nel suo commento a questo versetto del libro del Siracide scrive: “La regola d’oro per ben condurre tutte le nostre azioni è di ricordarci del nostro ultimo fine, ossia della morte e di ciò che le tien indietro: giudizio, paradiso o inferno”.

4. Poi riporta un passo dell’Imitazione di Cristo: “Chi ama Dio con tutto il cuore non teme né morte, né giudizio, né inferno perché l’amore perfetto fa sì che l’uomo va a Dio sicuramente.
Ma colui che si diletta ancora nei peccati, non fa meraviglia se teme la morte e il giudizio.
Ma è pure cosa buona che se l’amore non ci allontana dal male, almeno il timore dell’inferno ce ne ritragga.
Colui che getta il timore di Dio dietro le spalle non potrà stare lungo tempo nel bene, ma cadrà ben presto nei lacci del diavolo” (Imitazione di Cristo, 1, 24, 7).

5. Poi trascrive un detto del rabbino Aber Kia: “Medita su tre cose e non cadrai facilmente nel peccato: pensa donde vieni, dove devi andare e in ansia che dovrai un giorno rendere conto della tua vita (….). Dovrai un giorno rendere conto al Re dei re, al Dio santo e benedetto”. 

6. Infine riporta il pensiero di San Gregorio magno il quale dice che chi considera ogni momento lo stato in cui si troverà in punto di morte non si lascia ingannare dalle illusioni della vita. Egli teme tutto, perché tutto gli può rapire il bene da lui sperato. Egli pesa con esatta bilancia tutte le sue opere e tutte le sue parole, perché il suo giudice è già presente e sa che è intorno ad esse sarà giudicato; perciò combatte continuamente nel suo cuore tutti i desideri raffiguranti i beni presenti e tutte le allegrezze effimere non sono per lui che è un sogno. La visione della sua ultima ora gli apre ogni momento quella beata o sciagurata eternità a cui egli è così vicino; e quanto più è morto agli occhi propri tanto più è vivo agli occhi di Dio.

7. Nostro Signore nella sua predicazione ha richiamato spesso la necessità di essere pronti e preparati per quel momento.
Così, ad esempio, nel passo evangelico in cui parla di quel tale che aveva fatto un raccolto abbondante e disse a se stesso: “Riposati, mangia, bevi e divertiti” (Lc 12,19). Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio” (Lc 19,20-21).
Oppure quando disse: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). E “cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Lc 12,39-40).

8. In passato si insisteva molto sulla necessità di essere pronti: estote parati.
Oggi purtroppo anche all’interno della Chiesa è difficile sentire discorsi sulla necessità della vigilanza.
Eppure Gesù Cristo ha detto: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!” (Mt 13,37).

Con l’augurio di essere sempre pronto per essere preso dagli angeli e portato in paradiso, come avvenne per Lazzaro (cfr. Lc 16,22), ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo