Buona sera, Padre Angelo,
mi chiamo Mimmo ed in relazione a San Paolo vorrei sapere come inizio la predicazione concretamente a Listra avendo letto che in questa città si rivolse direttamente ai pagani e quindi non ai giudei o ai proseliti nelle sinagoghe.
Lo chiedo anche in relazione alla possibilità di poter avvicinare alla fede persone atee e straniere pagane nella nostra società pur cosi tecnologica.
Cordiali saluti e Buona Pasqua (2018)


Caro Mimmo,
1. gli Atti degli Apostoli non ci dicono come Paolo e Barnaba abbiano iniziato la loro predicazione ai pagani.
Certo a Listra furono favoriti da uno strepitoso miracolo, come ci viene narrato in At 14,8-10: “C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, disse a gran voce: «Àlzati, ritto in piedi!». Egli balzò in piedi e si mise a camminare”.
Va notato che l’uomo miracolato aveva buona volontà. Si era messo ad ascoltare San Paolo e “aveva fede di essere salvato”.

2. La gente al vedere un paralitico storpio dalla nascita alzarsi in piedi, persuasa che prodigi del genere possono essere compiuti soltanto dagli dei, pensò che fossero scese sulla terra due divinità e precisamente Hermes e Zeus. Per cui gridò nel “dialetto licaònio: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!»” (At 14,11).
Poiché si esprimeva in dialetto Paolo e Barnaba inizialmente non capirono e per questo non si opposero ai preparativi di offrire un sacrificio a Zeus il cui tempio era alle porte della città.
Ma quando lo compresero “si precipitarono tra la folla, gridando: «Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente” (At 14,14-15).

3. Dal discorso che fecero poi alla gente possiamo capire da dove cominciasse la loro predicazione ai pagani.
Partivano da ciò che di Dio possiamo comprendere con la nostra ragione.
Del resto san Paolo nella lettera ai Romani si mostra persuaso che si può parlare di Dio partendo di qui: “poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro.
Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (Rm 1,19-20).

4. Ecco il discorso che San Paolo fece dopo aver trattenuto la gente dal desiderio di offrire un sacrificio a Zeus: “Vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano.
Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori” (At 14,15-17”».

5. Questo è un compendio di quanto Paolo disse.
Certamente poi San Paolo nella sua predicazione avrà annunciato Gesù Cristo presentandolo come il “nostro grande Dio e salvatore” (Tit 2,13) e avrà detto che Dio – pur rivelandosi tra gli Ebrei – tuttavia non abbandonò mai i pagani perché anche ad essi diede i mezzi di poterlo conoscere e amare.
Infatti lo spettacolo dell’universo e dell’ordine che vi regna conduce naturalmente la ragione umana alla conoscenza di Dio e dei suoi principali attributi.
E avrà anche detto che stava loro vicino attraverso la legge naturale per mostrare quale fosse il bene da praticare e il male da fuggire.

6. Un discorso sul medesimo tenore lo farà anche all’Areopago di Atene: “Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi.
In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: «Perché di lui anche noi siamo stirpe»” (At 17,26-28).
Facendo riferimento ad un’iscrizione “al dio ignoto” San Paolo aveva esordito dicendo: “Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio” (At 17,23).

7. Anche oggi la nostra predicazione deve partire dai cosiddetti preamboli della fede e cioè deve parlare con esattezza di Dio da quanto la ragione umana ne può conoscere.
Le conoscenze scientifiche e tecnologiche sempre più raffinate portano a Dio, alla sua infinita sapienza e onnipotenza.
Tutto quello che la scienza finora ci ha detto e tutto quello che in futuro ci dirà fino alla fine del mondo non è che una scintilla del suo infinito sapere, come ricorda il libro del Siracide: “Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare” (Sir 42,22).

8. Da questo presupposto è più agevole mostrare la ragionevolezza della nostra fede.
Nulla di quanto crediamo è contrario alle esigenze della ragione.
Anzi ad esse la fede dà la risposta più profonda ed esatta.

9. E tuttavia va sempre ricordato che i frutti della predicazione non  si ricavano solo dall’accuratezza dei ragionamenti e del linguaggio.
La preparazione dottrinale è necessaria e insostituibile perché la fede ordinariamente nasce dall’ascolto come dice San Paolo: “la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,17).
Ma ad essa dev’essere ugualmente accompagnata la nostra cooperazione alla redenzione attuata da Cristo.
Il quale “entrando nel mondo, ha detto: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).

10. Pertanto l’efficacia della predicazione dipende anche dai sacrifici e dalle preghiere con i quali l’accompagniamo.
Giovanni XXXIII nell’enciclica Sacerdotii nostri primordia ha voluto ricordarlo con il persuasivo esempio che ci viene dal santo Curato d’Ars il quale “entrando in parrocchia disse più volte: “Mio Dio, accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”.
Ottenne dal cielo quella conversione.
Ma più tardi confessava: “Se avessi previsto, quando venni ad Ars, le sofferenze che mi aspettavano, sul colpo sarei morto di apprensione”.
Sull’esempio degli apostoli di tutti i tempi, egli vedeva nella croce il grande mezzo soprannaturale per cooperare alla salvezza delle anime che gli erano affidate.
Senza lamentarsi soffriva per esse le calunnie, le incomprensioni, le contraddizioni; per esse accettò il vero martirio fisico e morale d’una presenza quasi ininterrotta al confessionale, ogni giorno, per trent’anni; per esse lottò come atleta del Signore contro le potenze infernali; per esse mortificò il suo corpo.
Ed è ben nota la risposta data a un confratello che si lamentava per la poca efficacia del suo ministero: “Voi avete pregato, avete pianto, gemuto e sospirato. Ma avete voi digiunato, avete vegliato, vi siete coricato per terra, vi siete data la disciplina? Finché non sarete giunto a questo, non crediate d’aver fatto tutto”” (SNP 43).

11. Questo vale per tutti: per coloro che sono impegnati sul fronte della predicazione e per tutti i cristiani, chiamati a diffondere il regno di Dio nel medesimo modo in cui l’ha diffuso il nostro Redentore.
Augurandoti di essere in prima linea nel fronte della predicazione e in quello dei sacrifici e della preghiera ti ricordo vivamente al Signore e ti benedico.
Padre Angelo