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Quesito

Preg.mo padre,
in una discussione in un blog cattolico, mi sono confrontato con un "ateo mistico" circa il significato del verso 18 del capitolo 5 della prima lettera di Paolo ai tessalonicesi.
Ringraziare sempre Dio per qualsiasi cosa o fatto che ci accada, poiché questa è la Sua volontà per ciascuno di noi, per me sottende che occorra affrontare tutte le prove della vita che ci toccano perché tutto rientra nella volontà di Dio su ciascuno di noi. Sbaglio?
Un caro saluto.
Berto.

 


 

Risposta del sacerdote

Caro Berto,
1. il versetto cui ti riferisci è il seguente: “in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi”.
Ciò che costituisce difficoltà è quell’in ogni cosa.
Perché comprendiamo da noi stessi che quando otteniamo qualche beneficio dobbiamo rendere grazie.
Ma perché rendere grazie quando siamo colpiti dal male e dalla sventura?

2. C’è tuttavia una motivazione che ci lascia speranzosi anche quando siamo colpiti dalla sventura ed è quella racchiusa in questa promessa di Dio: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).
Per coloro che amano Dio e sono impegnati in un cammino di santificazione Dio gira a loro favore ogni cosa: anche le tribolazioni, le avversità, la morte e perfino le cadute (i peccati).
È quanto afferma san Tommaso nel Commento ai due precetti della carità: “Quando uno possiede la carità, nessuna sventura o difficoltà lo danneggia, ma torna a suo vantaggio: “Per chi ama Dio, tutto concorre al bene” (Rm 8,28). Anzi, contrarietà e difficoltà sembrano soavi per colui che ama Dio, come attesta l’esperienza”.

3. Pertanto si ringrazia non tanto per il male in sé, ma perché esso viene condannato a servire un bene spirituale più grande.
Ciò non significa che dinnanzi al male si debba sorridere perché anche Gesù ha pianto davanti al sepolcro di Lazzaro.
Ma, mentre ci si rassegna, si rimane speranzosi nella promessa del Signore.
Di questa promessa dunque si rende grazie perché essa, se rimaniamo fedeli, certamente prima o poi si adempirà.

4. Ci si potrebbe chiedere che cosa il Signore tiri fuori di buone dalle nostre cadute (peccati) per cui sia necessario ringraziarlo.
Anche qui non lo si ringrazia per il peccato che in quanto tale rimane sempre un male, un’offesa fatta a Dio ed è costato tanto al nostro Gesù.
Ma si ringrazia per la permissione del male perché ad esempio con esso il Signore ci vuole tenere in umiltà.

5. È stata questa l’esperienza fatta da Santa Teresa di Gesù Bambino.
Era già sul letto di morte e soffriva per una febbre molto alta che le dava nausea di tutto.
In quel momento una suora andò a chiederle un consiglio per un dipinto da eseguire. Una leggera emozione tradì la sua contrarietà interiore. Era presente anche la Priora, Madre Agnese di Gesù.
Giunta la sera, Santa Teresa scrive alla Priora: “Madre mia dilettissima, poc’anzi ho versato dolci lacrime, lacrime di pentimento, ma più ancora di riconoscenza e di amore.
Oggi, le ho mostrato la mia virtù, i miei tesori di pazienza!
E io che predico così bene alle altre!
Sono contenta che lei abbia visto le mie imperfezioni.
Lei non mi ha rimproverato ma io lo meritavo.
E in ogni circostanza la sua dolcezza è più significativa di ogni parola severa. Lei è per me l’immagine della divina misericordia.
Rientrando nella nostra cella, mi domandavo che cosa Gesù pensasse di me. Immediatamente mi sono ricordata ciò che egli disse un giorno alla donna adultera: «Chi vi ha condannato?» e anch’io con le lagrime agli occhi, gli ho risposto «nessuno, Signore, e sento che posso bene andarmene in pace, perché neppure tu mi condannerai».
Le confesso: sono molto più felice di essere stata imperfetta che se, con l’aiuto della grazia, fossi stata un modello di pazienza.
Mi fa così bene vedere che Gesù è sempre tanto dolce, tanto tenero con me. Veramente, c’è da morire di riconoscenza e d’amore.
Lei vede come stasera il vaso della divina misericordia ha traboccato sulla sua figlia” (Lettera 206, a Madre Agnese, 28 maggio 1897).

6. Come vedi, i Santi anche dalle loro lievi cadute sanno ricavare del bene, come ad esempio la conoscenza della misericordia del Signore che sovrabbonda sulla loro vita e la conoscenza di quanto da se stessi sono piccoli, anzi miseri.

Con l’augurio che anche tu sia capace di trarre fuori da tutto un bene più grande, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo