carissimo p. Angelo,
è da un pò di tempo, che, come confessore sto esaminando il mio apostolato ministeriale, e in questa analisi: confessione sacramentale, sapienza, volontà di Dio, discernimento e consiglio, mi sono imbattuto sulla virtù cardinale della prudenza, quale fondamento del dono del consiglio.
Sfogliando alcuni testi, mi sono ritrovato che: 1) diversi autori identificano la virtù della prudenza col dono del discernimento; 2) altri distinguono la prudenza dal dono del discernimento, ma con poca chiarezza. 3) alcuni qualificano la prudenza come un aspetto del dono della sapienza. 4) sant’Ignazio nella trattazione del discernimento non fa menzione della prudenza.
Il mio pensiero: il dono del discernimento ci aiuta a comprendere la volontà di Dio; la virtù della prudenza, illuminata dalla fede, è la capacità di rendere concreta tale volontà di Dio nelle diverse situazioni; il consiglio, quale dono di Dio, indispensabile per portare a perfezione la prudenza; il dono della sapienza, la base delle virtù e dei doni di Dio sulla quale lavorare per comprendere, concretizzare e indicare la volontà di Dio. Rimango in attesa fiduciosa di una vostra gradita risposta e grazie della vostra collaborazione.

mi potreste indicare un testo di morale adeguato a quanto sopra?


Risposta del sacerdote

Carissimo padre,
1. la virtù cardinale della prudenza ha un triplice compito.
Il primo è quello di individuare la verità morale delle azioni che stiamo per compiere (se siano conformi al disegno di Dio).
Il secondo è quello di trovare la giusta misura per quanto si è deciso di fare, tenendo conto di tutte le circostanze in cui si trova ad agire.
Il terzo consiste nel guidare l’azione secondo quanto si è ritenuto giusto e conforme alla volontà di Dio in quel determinato momento.

2. Da questo suo triplice compito si può cogliere con facilità la grande importanza della prudenza nella vita morale.
È la guida di tutte le virtù. Gli antichi la chiamavano l’auriga delle virtù (auriga virtutum). È quella che le tiene tutte unite insieme.

3. Oggi la parola prudenza non evoca più tutto quello che ho detto. In genere se ne parla come sinonimo di circospezione, soprattutto per la guida dell’automobile.
Certamente la prudenza richiede la circospezione, ma non si esaurisce in essa.

4. Nella Sacra Scrittura, soprattutto nell’Antico Testamento la parola prudenza veniva indicata con sapienza.
Nel Nuovo Testamento San Paolo ne parla come di quella virtù che ha il compito di discernere (dokimazein).
Di qui viene fuori quella pluralità di termini che tu hai menzionato, termini che a loro volta possono avere diversi significati.
E di qui può nascere un po’ di confusione.

5. Vediamo allora di fare un po’ di ordine seguendo il pensiero di san Tommaso.
La prudenza è la virtù cardine per la guida delle nostre azioni.
È in se stessa una forma di sapienza perché ci tiene legati al progetto o disegno di Dio e richiede anche una capacità di discernimento, sopratutto nel valutare le circostante nelle quali ci si trova ad agire.

6. In un’anima in grazia viene perfezionata dal dono del consiglio  (Is 11,2) che aiuta a discernere come per una sorta d’intuizione ciò che è giusto fare concretamente in vista dell’obiettivo soprannaturale che è la santità.
Questo dono del consiglio è particolarmente necessario ai confessori per dare indicazioni che aiutino in un cammino di vera conversione e di progressiva santificazione.

7. Per chiarire ulteriormente i concetti si deve ricordare che già nella Sacra Scrittura le parole sapienza e discernimento hanno anche altri significati.
Per sapienza s’intende anche uno dei doni dello Spirito Santo (Is 11,2).
In quanto tale, la Sapienza fa giudicare e gustare delle cose di Dio nel medesimo modo in cui le giudica e le gusta Dio.
È il dono più alto e va a perfezionare la virtù più alta di un cristiano, la carità.
E se le nostre azioni devono essere guidate dalla prudenza e accompagnate dalla carità, allora anche il dono della sapienza torna ad essere utile per la prudenza nel senso che tiene sempre presente l’obiettivo da raggiungere perché ad esso si è già in qualche modo uniti e lo si gusta.

8. Per discernimento nella Sacra Scrittura s’intende anche un determinato carisma e cioè una particolare capacità di leggere dentro le situazioni o dentro i cuori per intravedere le vie di Dio.
San Paolo ne parla come della discretio spirituum, il discernimento degli spiriti (1 Cor 12,10).
Questo discernimento valuta i carismi, ma anche i cuori, lo stato di grazia, la vocazione di una determinata persona, le situazioni, le profezie, i fenomeni soprannaturali…

9. Il confessore ha bisogno di essere corredato di tutte queste belle qualità, alcune delle quali, come i doni e  i carismi, vengono direttamente da Dio.
Il Signore non lascia i suoi ministri sprovvisti di quanto hanno bisogno per guidare santamente le anime.
In un sacerdote santo tutte queste qualità si trovano in un grado elevato e di qui si può intuire quale sia il beneficio che se ne portano dietro i penitenti.

Che il Signore conservi e accresca in Lei tutte queste belle disposizioni.
Per questo Le assicuro la mia preghiera.
Padre Angelo

 

Ps.: un testo che approfondisca le nozioni che Le ho esposto è quello di Antonio Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana.