Quesito

Caro Padre Angelo,
non so se si ricorda di me: sono lo stesso ragazzo che le pose la domanda “Anziché parlare di Dio come di Essere e di Sostanza perché non usare altri termini”. La ringrazio ancora per la risposta. Giusto per presentarmi con più informazioni, il mio nome è … a ed ho oramai 18 anni
Avevo in mente di scriverle per riportarle una profonda crisi che sto vivendo in questo momento, susseguente al periodo che potrei definire il più bello della mia vita (finora almeno). Ma andiamo per gradi.
Come le avevo già accennato in modo molto scarno nella email precedente, sono diventato cristiano da poco più di un anno. La mia vita prima di questo momento (dagli 11 anni ai 17 anni) era costellata di peccati d’impurità e dall’omosessualità praticata, da cui il Signore mi ha levato dopo avermi fatto sperimentare l’amarezza del peccato. Posso dire, con quel poco di certezza che mi rimane, che non ho vissuto mai schiavitù più grande di quella.
A seguito della bruttezza provata in quegli atti (Marzo 2018), ho cominciato a riavvicinarmi pian piano al Cristianesimo, passando prima per il protestantesimo e poi giungendo al Cattolicesimo. Fondamentale è stato lo slancio che mi ha dato la filosofia (soprattutto platonica, aristotelica, stoica ed esistenzialista): in essa avvertivo una mancanza che soltanto il Cristianesimo poteva colmare. E’ anche per questo che sono stato spinto a scriverle la precedente email.
Avrei voluto mandarle un’altra mail per raccontarle la bellezza di quei momenti: la lettura della Bibbia, i primi Rosari, le vite dei Santi, la filosofia cristiana, ecc… Ma ho dovuto rinunciare a causa delle cose che sono successe recentemente.
Il Signore mi concesse in quei momenti la virtù della castità, così, improvvisamente, in un giorno qualunque, e non sa che liberazione! Mi sentivo rinato, leggero come l’aria. A questo si aggiunge un’esperienza che ho avuto a Dicembre 2018, quando, dopo aver recitato il Rosario, ha cominciato a battermi forte il cuore e dai miei occhi stavano quasi per scendere lacrime. Sembrava che il Signore fosse vicino a me: non riuscivo a smettere di lodare Gesù e a dichiaragli la mia gratitudine per avermi salvato dal peccato. E’ stato un momento pieno di gioia e di ebbrezza. Oso dire la parola “ebbrezza” perché mi sentivo totalmente colmo della dolcezza di Nostro Signore.
Prima di questo evento, non mi passava neanche per la testa l’idea di una vocazione, qualunque essa sia. Dopo invece ho cominciato a rivalutare la possibilità.
Da lì fino a questo Giugno (2019) ho vissuto con normalità e felicità la mia fede, trascorrendo una Pasqua “felice e santa” (suo augurio).
Ma da Giugno in poi, così all’improvviso, tutto per me è caduto. Sono ricaduto nella masturbazione: vero, con meno frequenza, ma pur sempre un peccato mortale rimane. Ma il problema più grave sta nel fatto che non sento più la presenza del Signore. Anche dopo che mi confesso e non commetto più l’atto del vizio solitario, sono colpito nel più profondo di ciò in cui prima credevo con ferma certezza. In poche parole: ho una crisi di fede. All’inizio di questa improvvisa caduta, sembrava qualcosa fuori dal mondo; ma ho dovuto constatare tristemente che questo è il mio attuale stato. E’ terribile da dire: sembra quasi che sia sull’orlo dell’ateismo panteista. Tentazioni contro la purezza e tentazioni contro la fede sono il mio pane quotidiano.
Ammetto: ho nostalgia della mia conversione. Non so più cosa fare. Perché il Signore permette questo? Se solo sentissi quel poco del suo Amore che prima gustavo, riuscirei a resistere anche alle impurità.
La prego Padre di avere pazienza di questo povero peccatore. Mi sento uno straccio.
Le chiedo con quel poco di umiltà che ho di aiutarmi.
Non si preoccupi se risponderà a questa domanda dopo un certo tempo. Capisco che ci siano altri, anche più bisognosi di me, che necessitino del suo aiuto. Le chiedo anche gentilmente di coprire il mio nome, sì da mantenermi più privato.
La ringrazio per tutto ciò che mi scriverà e, dato che le è piaciuta la benedizione precedente, la benedico nel nome di Dio e le raccomando un Rosario.

 


 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. ti ringrazio anzitutto per la pazienza che avrai avuto nell’attendere una risposta. Sono passati circa sette mesi.
Ma ti ringrazio soprattutto per i contenuti della tua mail, della quale desidero sottolineare due eventi, che sono stati e sono tuttora pieni di significato per la tua vita nel bene e nel male.

2. Il primo riguarda la grazia della castità, che ti fu data all’improvviso e ti ha fatto sentire leggero e libero come l’aria.
Si è trattato di un grande dono di Dio che è piovuto su un terreno capace di accoglierlo.
Infatti questo dono ti è stato concesso in un periodo in cui godevi della presenza di Dio.
Ricordi infatti “la bellezza di quei momenti: la lettura della Bibbia, i primi Rosari, le vite dei Santi, la filosofia cristiana, ecc...”.
In una parola eri avvolto da un altro spirito, diverso da quello del mondo.
Per dirla in maniera più chiara, eri avvolto dallo Spirito Santo.
Il dono della castità è stato il frutto più bello di quell’indimenticabile momento della tua vita.
Non ti è stato dato mentre ti trascinavi nel peccato o mentre combattevi ed eri dilaniato dalla sferza delle passioni, ma mentre vivevi un’esperienza particolare di grazia.

3. È necessario ricordare questo.
Tra i vari doni che Dio concede certamente vi è anche quello della castità.
Ma normalmente lo concede se c’è un terreno capace di accoglierlo, e cioè pieno della presenza dello Spirito Santo.

4. Che la castità possa essere anche un dono che viene dall’alto lo ricorda San Paolo in Galati 5,22 all’interno dei frutti dello Spirito Santo.
È l’ultimo di questi frutti. In greco viene menzionato col nome di enkrateia, che significa dominio di sé,.
Nella traduzione biblica della Volgata viene espresso con tre virtù: modestia, continenza e castità.
Dove per modestia s’intende quel comportamento che sgorga naturalmente come il frutto dal fiore da un’anima avvolta dallo Spirito Santo (come eri tu in  quella precedente esperienza) e che porta ad essere misurati nelle proprie parole e nel proprio portamento.
Per continenza s’intende quel comportamento segnato dalla presenza dello Spirito Santo per cui una persona non si lascia travolgere dai moti interni dell’anima, ma li signoreggia perfettamente.
E per castità s’intende quella padronanza di sé o castigatezza che nasce dalla presenza di Dio in noi per cui una persona si esprime in maniera ordinata e bella, senza lasciarsi travolgere dai moti della concupiscenza e della lussuria.

5. Alcuni Santi hanno goduto in maniera eccelsa di questo dono, ricevendo addirittura una forza così grande che li ha resi stabilizzati o confermati nella purezza.
Hanno fruito di uno stato di purezza cristallina per tutta la vita, senza alcun annebbiamento.
Tra questi mi piace ricordare San Tommaso d’Aquino, che proprio a motivo di questa purezza interiore ha potuto godere di purezza dottrinale.
E mi piace ricordare anche santa Faustina Kowalska. Il suo colloquio quasi continuo col Signore trovava un terreno fertile proprio nel dono della purezza che in maniera singolare le è stato comunicato, come lei stessa scrive nel suo Diario.

6. A te il Signore non aveva dato il dono della purezza come in questi due Santi. Ma certamente te ne aveva dato una buona dose, sufficiente per stare in piedi.
Ma forse, sentendoti troppo sicuro, hai abbassato la guardia, dimenticando che “il nostro avversario, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare” (1 Pt 5,8).
Quando è venuto, non gli hai resistito.
Non hai opposto alle sue tentazioni la volontà di manifestare al meglio il tuo amore per Signore.

7. Da quando hai aperto di nuovo la porta al comune avversario ti sei messo in qualche modo sotto la sua signoria e adesso “tentazioni contro la purezza e tentazioni contro la fede sono il tuo pane quotidiano”.
Viene da dire: ad quid perditio haec? (a che cosa giova questa perdizione?).
Nessun guadagno, ma rovina e desolazione.

8. Adesso avverti una grande aridità nonostante la confessione e il desiderio di tornare al fervore di prima.
Ammetti di avere nostalgia della tua conversione.
Avere nostalgia della conversione è indubbiamente una bella cosa.
Non basta la nostalgia.
Come non basta la nostalgia della santità per essere santi.
Devi riprendere il cammino di prima e attuare una ricostruzione.
Ma soprattutto devi intraprendere una cosa che forse non hai ancora cominciato a fare e della quale purtroppo oggi si parla poco, ma che è indispensabile per la vita cristiana.
Questa cosa si chiama mortificazione.
Ci si dimentica che abbiamo ereditato il peccato originale che, pur cancellato col Battesimo, ha lasciato un disordine nelle nostre inclinazioni.

9. Eppure San Paolo ricorda la necessità di questo combattimento quando dice: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!
Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile.
Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato” (1 Cor 9,24-27).

10. Il Signore ti aveva dato un assaggio delle realtà celesti. Ti sembrava di aver toccato il cielo con un dito.
Ed era così. Ti pareva quasi di essere un santo per il clima interiore che gustavi e per l’assenza del peccato.
Ma le virtù non erano ancora radicate profondamente in te. Ti mancava il combattimento.
E questo combattimento è necessario per “sradicare l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici” (Ef 4,23).
Diversamente non si attua alcun rinnovamento e non si riveste l’uomo nuovo.

11. Non possiamo dimenticare quanto dice San Paolo: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me.
Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.
Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra” (Rm 7,18-23).

12. Al disordine delle inclinazione dovuto al peccato originale si aggiunge quello alimentato dai nostri peccati personali.
Oltre ai peccati gravi, che dobbiamo sempre rintuzzare, abbiamo da mortificare la vana gloria, che porta a voler dire sempre l’ultima parola, il desiderio di comparire, di sentirsi il primo della classe in tutto, la poca umiltà (che eufemismo!) nel ricevere le osservazioni, le correzioni, il controbattere sempre e comunque…
Abbiamo da mortificare l’invidia, la maldicenza, la curiosità, il godere del male altrui, la tristezza dei successi degli altri, l’inclinazione al pettegolezzo…
Abbiamo da mortificare gli impulsi che spingono ad agire in maniera non equilibrata, gli scatti di collera, i pensieri e le fantasie impure.
Abbiamo da mortificare la gola, il troppo parlare nel quale non manca il peccato, l’attaccamento al denaro, la pigrizia, il non riuscire a stare fermi in silenzio e in raccoglimento….

13. Insieme con questo dobbiamo alimentare il desiderio di andare dietro a Gesù Cristo il quale ha detto: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,23-24).
Abbiamo il dovere di prolungare nelle nostre membra la passione di Gesù in spirito di carità verso il prossimo “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…).
Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita” (2 Cor 4,10.12)”.
E abbiamo anche il dovere di portare le nostre croci con i sentimenti di Gesù per “dare compimento nella nostra carne a ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
I patimenti di Cristo sono perfetti e sufficienti.
Ma è richiesta la nostra partecipazione per far giungere a noi e al nostro prossimo la grazia redentrice che essi hanno prodotto.

14. Ecco dunque che cosa devi aggiungere alle pratiche molto belle che facevi prima.
Devi aggiungere la mortificazione.
E la devi fare per due motivazioni:
primo, per sradicare l’uomo vecchio che è in te e rivestire il nuovo,
secondo, per andare sempre più dietro a Cristo e completare nella tua carne ciò che manca ai suoi patimenti a favore della Chiesa.
Non c’è altra strada per guadagnare anime a Cristo.
È la strada che Egli stesso ha percorso per primo.

Ti ringrazio del Santo Rosario che hai detto per me.
Contraccambio molto volentieri.
E intanto ti benedico.
Padre Angelo

articolo disponibile in inglese