Quesito

Buongiorno Padre Angelo,
Il mio nome è Rossano ed abito a ….
Partecipando ad una lectio divina in cui l’argomento centrale era la giustizia dei farisei che, se non superata, impedisce l’accesso al regno dei cieli (Mt 5: 20-26), al commento della sorella benedettina in merito al fatto che i farisei osservavano la legge praticando una ritualità sterile, mi sono sentito turbato.
Mi sono reso conto che anche io penso di comprendere in coscienza la Parola ma il mio cuore non si accende; non parlo col cuore ma solo con la mente. Ho cercato di vedere dentro di me il male che mi soggioga ma non ne sono venuto a capo. Questo mi ha generato angoscia per un certo tempo. Così ho deciso di scriverle per avere una parola che mi aiuti a fare luce.
La ringrazio molto.
Saluti.
Rossano


Risposta del sacerdote

Caro Rossano,
1. va ricordato in anzitutto che la parola giustizia qui, come in altri passi della Sacra Scrittura, è sinonimo di santità.
Come ha rilevato giustamente la suora benedettina, la santità per gli scribi e farisei era tutta esteriore: consisteva in accurate abluzioni nel caso che si fossero toccati i vestiti dei pagani oppure oggetti toccati dai pagani. Così pure consisteva nel numero dei passi che si potevano fare in giorno di sabato e altre cose del genere.

2. La giustizia, cioè la santità che propone il Signore, invece è innanzitutto interiore e consiste nell’amore per il Signore, nella comunione spirituale con tutti e nella coscienza purificata dal peccato.
In altre parole, consiste nel vivere in grazia di Dio.

3. A questo proposito abbiamo sentito proprio nella Messa di ieri (sesta domenica del tempo ordinario anno a) la bella preghiera iniziale: “O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora”.

4. Tutti gli insegnamenti che il Signore ci ha impartito nel discorso della montagna non sono ordinati soltanto a distinguere il bene dal male, ma a farci diventare sua stabile dimora. È una dimora che è incomponibile con la presenza del peccato.

5. Venendo più vicino è il tuo problema, per essere stabile dimora del Signore non si richiede che si accenda un fuoco sensibile nel nostro cuore. Si possono passare periodi di aridità dovuti ai più svariati motivi come la stanchezza o indisposizione corporali e vivere abitualmente in grazia di Dio.
Certo, il fervore stimola la vita spirituale.
Ma indubbiamente è più meritorio progredire anche se non si prova la consolazione del fuoco interiore.

6. Hai cercato il motivo della mancanza del fuoco interiore in qualche peccato che ti soggioga.
Grazie a Dio non ne sei venuto a capo. Perché se è vero che il peccato grave fa perdere il fuoco interiore, non è altrettanto vero che l’assenza del fuoco interiore sia sinonimo di peccato perché vi possono essere altre cause.
Senza dire che talvolta l’assenza del fervore è provvidenziale perché è facile confondere questo fuoco con la santità ed è facile anche sentirsi santi senza esserlo.
L’assenza di questo fuoco interiore il Signore ci fa sentire quello che in realtà siamo.
Alcuni santi sono andati avanti per anni, e alcuni anche per decine di anni, senza fervore sensibile. Tuttavia hanno cercato il Signore con tutto il cuore e hanno camminato indefettibilmente nelle sue vie.

7. Pertanto procura di vivere sempre in grazia di Dio.
E qualora il peccato facesse breccia nella tua vita, cerca di purificarti al più presto con la confessione sacramentale perché tu possa essere stabile dimora di Dio.
Pur in assenza del fervore sensibile è importante che tu continui a nutrirti della parola di Dio come stai facendo perché è luce per i tuoi passi e forza per evitare ogni sbandamento.
Con l’augurio di ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo