Quesito

Caro Padre Angelo,
mi è capitata l’occasione, ultimamente, di ascoltare le storie di alcune mistiche moderne (l’ultima, la storia di Teresa Musco, ma anche Alexandrina Da Costa, per esempio). Per lo più storie di giovani donne che hanno patito molte sofferenze e che hanno vissuto in modo eccezionale. Una delle costanti di queste biografie mi ha colpito particolarmente. Stando ai racconti, pare che Gesù stesso, nelle manifestazioni personali, abbia chiesto loro di immolarsi per la salvezza delle anime, così che, oltre a dolori indicibili che la vita ha loro inferto (malattie, problemi familiari, umiliazioni) queste anime sante hanno patito i dolori di Gesù sulla Croce.
Le devo dire, però, che questa immagine di Cristo che ne esce fatico a comprenderla. Mi chiedo per esempio: come può un Dio immensamente buono chiedere ad una persona, che già soffre di suo, di patire volentieri e anche di più per seguirlo sulla via della Croce? L’immagine di Gesù che per santificare infligge sofferenze mi destabilizza. Se io, che sono una persona comune piena di peccati, volendo bene a qualcuno in modo imperfetto, tendo a risparmiare fatiche magari facendomene carico, come posso concepire un Dio misericordioso che, amando in modo perfetto le sue creature, chieda sacrifici anche disumani? Forse come prove d’amore? Ma Dio per santificare ha davvero bisogno di prove d’amore estreme?
Oppure dobbiamo pensare che queste mistiche, in assoluta buona fede, proiettino su Dio aspettative che in realtà sono solo personalissime tensioni verso l’Assoluto? Insomma, che sia solo un fatto inerente la psiche?
Capisco che le vie del Signore non sono le nostre vie, ma un tipo di comportamento contrario persino al nostro comune senso di umanità, contrario alla logica e alla Ragione, può davvero provenire da Dio? E che peso dobbiamo dare a queste storie?
Grazie, padre Angelo, e auguri di ogni bene.
Alberta


Risposta del sacerdote

Cara Alberta,
1. nella misura in cui ci si allontana sempre di più dalla logica evangelica non si comprende che cosa si nasconde nella sofferenza.
Non accontentarti di dire “capisco che le vie di Dio non sono le nostre vie”, piuttosto cerca di penetrare nelle vie di Dio e di domandarti anzitutto perché Cristo ha sofferto così.
La sofferenza delle mistiche che hai menzionato si comprende solo alla luce della sofferenza di Cristo.
La loro sofferenza infatti è una realtà, ma nello stesso tempo è icona o immagine della sofferenza e della croce di Nostro Signore.

2. Gesù è entrato volontariamente nel mondo della sofferenza e l’ha trasformata, l’ha trasfigurata. L’ha fatta diventare donazione, amore genuino e riparazione.
Ciò che si nasconde nella sofferenza di Nostro Signore è il suo amore.

3. Le sue parole più importanti sono quelle che ha proferito nell’ultima cena: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”; “Questo è il mio sangue versato per voi in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di  me”.
Credo di non sbagliare se dico che quelle erano le parole che ripeteva nel suo interno durante la flagellazione, la coronazione di spine, l’essere inchiodato e appeso in croce.

4. Su queste parole e soprattutto su ciò che esprimono ci ha comandato di tornare incessantemente dicendo: “Fate questo in memoria di  me”.
La nostra vita cristiana ruota attorno a queste parole per farle entrare nella nostra vita e svelarne il senso più profondo.
Giovanni Paolo II nell’enciclica Salvifici doloris ha detto che “la Croce di Cristo getta in modo tanto penetrante la luce salvifica sulla vita dell’uomo e, in particolare, sulla sua sofferenza” (SD 21).

5. Va ricordato che il Papa ha scritto quell’enciclica dopo l’attentato. Quest’annotazione è importante perché si comprende subito che quanto ha scritto non è la poesia sulla sofferenza, ma è la testimonianza di ciò che ha vissuto nel suo corpo.
Quasi aprendo il suo cuore per comunicare ciò che passava nel suo animo durante quella dolorosa vicenda ha rilevato come “la sofferenza, presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio «io» in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo dell’umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano” (SD 29).

6. In particolare, fissando lo sguardo su Gesù, il Papa dice: “Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza ed a far del bene a chi soffre.
In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (SD 30).

7. Le mistiche di cui tu parli hanno capito questo, non si sono lamentate della sofferenza, perché nella sofferenza amavano ancora di più.
Non amavano semplicemente con le parole o con i dolci sentimenti, ma amavano con i fatti facendo della loro sofferenza e della loro vita quanto ha fatto Gesù.

8. Per questo non mi meraviglio di leggere nella Storia di un’anima quanto ha scritto Santa Teresa di Gesù Bambino: “Il giorno dopo la comunione (…) mi sentii in cuore un grande desiderio della sofferenza e nello stesso tempo ebbi l’intima certezza che Gesù mi riservava un gran numero di croci.
Mi sentii inondata di consolazioni così grandi che le considero come una delle grazie più grandi della mia vita.
La sofferenza cominciò ad attirarmi, aveva un fascino che mi incantava pur non conoscendola bene.
Fino ad allora avevo sofferto senza amare la sofferenza: da quel giorno sentii per essa un vero amore. (…).
Spesso durante le mie comunioni, ripetevo queste parole dell’Imitazione: “O Gesù! dolcezza ineffabile, cambia per me in amarezza, tutte le consolazioni della terra!…”.
Questa preghiera mi usciva dalle labbra senza sforzo, senza costrizione, mi sembrava di ripeterla, non per mia volontà, ma come una bambina che ripete le parole che una persona amica le ispira” (Storia di un’Anima, 113).

9. Perché il desiderio di soffrire? Per giovare a tutti nella più alta e più efficace maniera, come quella di Cristo in croce.
Scrive ancora: “Essere tua Sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, per l’unione con te, madre delle anime, tutto questo dovrebbe bastarmi… Non è così.
Senza dubbio, questi tre privilegi sono ben la mia vocazione, carmelitana, sposa e madre, tuttavia io sento in me altre vocazioni, sento la vocazione del guerriero, del sacerdote, dell’apostolo, del dottore, del martire; finalmente sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche” (Ib., 250).
“Ah, ma soprattutto vorrei il martirio. Il martirio: ecco il sogno della mia giovinezza, il sogno che è diventato grande con me nella piccola cella del Carmelo” (Ib., 252).

10. Tu diresti che questo modo di pensare è “un tipo di comportamento contrario persino al nostro comune senso di umanità, contrario alla logica e alla Ragione” e ti domandi: “Può davvero provenire da Dio?”.
Sì, è “un comportamento contrario alla logica e alla Ragione”, ma non alla logica evangelica.
San Paolo direbbe: “L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito” (1 Cor 2,14).

11. Se non entri nella logica di Dio, è quasi fatale che tu ti possa fare di Dio un’idea che corrisponde ad una caricatura: “Come può un Dio immensamente buono chiedere ad una persona, che già soffre di suo, di patire volentieri e anche di più per seguirlo sulla via della Croce? L’immagine di Gesù che per santificare infligge sofferenze mi destabilizza”.
Dio non chiede di soffrire, ma chiede di amare.
Chi ha capito che cos’è l’amore e che cosa significa donare, non si meraviglia della croce.
Tanto meno Gesù “infigge sofferenze”. Questa è la vera caricatura!
Piuttosto Gesù chiede di portare la propria croce e di portarla dietro a Lui (cfr. Mt 16,24) e cioè con i suoi sentimenti e in comunione con Lui.
E garantisce per chi fa così che anche la croce – di sua natura pesante e orrenda – diventa peso leggero e giogo soave (cfr. Mt 11,30).

Con l’augurio che anche tu possa entrare nella logica evangelica, che è una logica di perfetta felicità, ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo

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