Quesito

Buongiorno Padre,
e grazie per tutto quello che fate per la salvezza e la perfezione delle anime.
Ormai, quando abbiamo un dubbio oppure quando non abbiamo una risposta adeguata, non facciamo altro che venire a consultare il sito degli amicidomenicani e tutto si chiarisce. Tutto è esplicato in maniera certosina e da tutto promana la luce della parola di Dio, alla quale si ancorano tutte le vostre risposte.
Mi permetto di fare una domanda, magari banale.
Mi capita spesso di confessarmi con un sacerdote della mia parrocchia.
Al di là delle parole di accoglienza nei miei confronti dove, spesso, la Confessione inizia con una sua battuta del tipo beh, che mi racconti?
A me verrebbe da rispondere che non sono andato lì per fare una chiacchierata ma faccio finta di niente ed inizio ad accusare i miei peccati.
Quello che però mi lascia perplesso è questo. Al termine della confessione, magari in assenza di peccati gravi o dal sacerdote ritenuti tali, mi viene data l’assoluzione in questo modo: Vabbè, io ti assolvo dai tuoi peccati…..
Ma non dovrebbe essere recitata la frase: "Dio che ha riconciliato a se il mondo …… ed io non dovrei essere invitato a dire l’Atto di Dolore?
Non è che si rischia di banalizzare troppo anche il Sacramento della Confessione?
Ho l’impressione che quel sacerdote pensi qualcosa del tipo….ma cosa vuoi che sia quello che mi hai raccontato tu al giorno d’oggi a fronte di quello che succede nel mondo?
Grazie di tutto
Giovanni


Risposta del sacerdote

Caro Giovanni,
1. probabilmente il sacerdote che ti conosce da tempo desidera trattarti con grande umanità. E molto probabilmente lo farà anche con altri, per metterli a loro agio.
Tuttavia è anche vero quello che dici tu. Si tratta di un sacramento e tutto dovrebbe favorire la presenza di Dio dinanzi al quale, attraverso il ministero del sacerdote, confessiamo i nostri peccati.

2. Desidero ricordare che per la validità dell’assoluzione dei peccati sono sufficienti le parole “Io ti assolvo dai tuoi peccati”.
E in realtà in determinati casi e in situazioni di emergenza il sacerdote si limita o deve limitarsi a dire solo queste parole.
Ma normalmente è necessario celebrare il sacramento della Confessione o Penitenza seguendo i riti stabiliti dalla Chiesa.

3. Il sacramento viene introdotto con il segno della croce: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Il che sta a significare: “alla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Come vedi, non si va a fare una chiacchierata, ma si tratta di presentarsi davanti a Dio e di confessare con animo dispiaciuto i propri peccati.
Il rito del sacramento della Riconciliazione o Penitenza prevede che il sacerdote “esorti a pentirsi sinceramente delle offese fatte a Dio, gli rivolga buoni consigli per indurlo a iniziare una vita nuova, e lo istruisca, qualora ce ne fosse bisogno, sui doveri della vita cristiana” (n. 18).
Un buon confessore, che mira a portare a santificazione i penitenti, sa dire parole che accendano il desiderio di far meglio e di provare un dolore sempre più efficace dei peccati confessati.

4. Poi il Rituale dice: “Fatta l’accusa e ricevuta la soddisfazione, il penitente manifesta la sua contrizione e il proposito di una vita nuova, recitando una preghiera, con la quale chiede a Dio Padre perdono dei suoi peccati. È bene usare una formula composta di espressioni della sacra Scrittura” (n. 19).
È il momento in cui si recita l’atto di dolore.
È un momento importante perché, aiutati dalla formula, si esprime il dolore vero dei propri peccati: “E molto più perché ho offeso te infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.
Inoltre si esprime anche il proposito di cambiare e di migliorare, perché la confessione rimane sempre il segno sacro e concreto della nostra volontà di cambiare vita e di ritornare a Dio. Per questo, seguendo le parole dell’atto di dolore il penitente dice: “Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”.

5. Non è dunque un buon servizio quello che si fa ai fedeli quando non li si esorta a recitare l’atto di dolore.
Sì, i peccati saranno rimessi. Ma perché non stimolare frutti di conversione, di volontà di cambiare?
Certo, il dolore e il proposito non sono legati a quelle parole, si possono esprimere in tanti modi. Ma dal momento che siamo incapaci di esprimere un vero dolore se non siamo aiutati, la Chiesa chiedendo di recitare questa preghiera intende veicolare nel penitente alcuni sentimenti che diversamente non verrebbero fuori.

6. Il Rituale prosegue: “Dopo la preghiera del penitente, il sacerdote, tenendo stese le mani, o almeno la mano destra, sul capo del penitente stesso, pronunzia la formula dell’assoluzione, nella quale sono essenziali le parole: Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Nel pronunciare queste ultime parole, il sacerdote traccia sul penitente il segno di croce.
La formula dell’assoluzione indica che
– la riconciliazione del penitente viene dalla misericordia del Padre;
– fa vedere il nesso fra la riconciliazione del penitente e il mistero pasquale di Cristo;
– sottolinea l’azione dello Spirito Santo nella remissione dei peccati;
– mette in luce infine l’aspetto ecclesiale del sacramento per il fatto che la riconciliazione con Dio viene richiesta e concessa mediante il ministero della Chiesa” (n. 19).
Non è bello tutto questo?
Nessun sacerdote ha il diritto di togliere qualcuna di queste parole e di ciò che esse comunicano al penitente.

7. Desidero infine ricordare quanto più sopra ho detto riportando le parole del Rituale: “Se una necessità pastorale lo consiglia, il sacerdote può omettere o abbreviare alcune parti del rito, purché però siano sempre conservate integralmente: la confessione dei peccati e l’accettazione della soddisfazione, l’invito alla contrizione, la formula dell’assoluzione e quella del congedo.
In caso di pericolo di morte imminente, basta che il sacerdote pronunzi le parole essenziali della formula della assoluzione, cioè: Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (n. 21).

8. Tu non fare osservazione al sacerdote.
Piuttosto, prima o dopo la celebrazione del sacramento, supplisci per conto tuo tutto quello che il sacerdote potrebbe aver omesso.

Ti auguro un buon prosieguo della quaresima, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo