Quesito

Buonasera Padre Angelo.
Vorrei avere delle informazioni riguardo a quella che potrei definire possibilità della riduzione all’inesistenza, cioè che a un “abitante” dell’inferno possa venire tolta la partecipazione dell’essere, tornando ad essere nulla, come se non fosse mai stato creato.
Ritengo questa teoria non corretta e ho trovato questa citazione, credo dalla Summa Theologiae di San Tommaso D’Aquino: “Sebbene per il fatto che uno pecca contro Dio, autore dell’essere, meriti di perdere la stessa esistenza, tuttavia, considerato il disordine intrinseco dell’atto, non è giusto che perda l’esistenza: perché l’esistenza è il presupposto sia del merito che del demerito, e dall’altra parte essa non viene distrutta o compromessa dal disordine del peccato. Perciò la privazione dell’esistenza non può essere la pena dovuta a una colpa” (Supp., q. 99, a. 1, ad 6).
Mi chiedevo, però, se ci fosse anche un pronunciamento ufficiale vincolante della Chiesa al riguardo o se fosse ancora una zona grigia di indagine teologica in cui ognuno può avere la sua opinione.
Ringrazio molto per la disponibilità e il servizio svolto.
Erica


Risposta del sacerdote

Cara Erica, 
1. è esatto il riferimento di San Tommaso che hai riportato ed è pertinente il suo ragionamento: sebbene col peccato si meriti di essere ridotti al nulla, tuttavia l’esistenza non viene compromessa dal peccato.
E poiché Dio non distrugge il peccatore annichilendolo concedendogli la possibilità di convertirsi, così non c’è nessun motivo di pensare che annienti colui che si trova all’inferno.

2. Nel Compendio di teologia San Tommaso scrive: “Perciò l’anima, secondo il fine ultimo che si è preposto al momento della morte, si manterrà in quel fine per sempre, desiderandolo come ottimo, sia esso buono o cattivo secondo quanto si legge nel libro del Siracide: “dove cadrà l’albero, così resterà” (Sir 11,3)” (Compendio di teologia, 174,346).

4. La Chiesa, come si sa, ha condannato l’apocatastasi, la teoria di Origene secondo il quale dopo un certo tempo Dio darebbe la possibilità ai dannati di pentirsi.

5. Non ha condannato invece con un documento preciso l’annientizzazione dei dannati. Tuttavia è ripudiata da quanto ha detto il Signore a proposito del giudizio universale: “E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna” (Mt 25,46).
Chi la propone non ha un concetto adeguato di eternità.

6. Nell’edizione italiana della Somma teologica pubblicata dalla ESD si legge in nota la seguente osservazione di Tito Centi, O.P.: “La tentazione di ricorrere all’annientamento, per eludere i problemi connessi con l’eternità delle pene è di vecchia data. Qualcuno (e ne fa il nome preciso) ha immaginato un lento scivolamento dei dannati verso il nulla sia pure sul piano psicologico e non su quello ontologico”.

7. Giustamente chi ha proposto questa tesi ha negato uno scivolamento ontologico verso l’annientizzazzione, che presupporrebbe che il dannato abbia dominio sulla propria esistenza, dominio che è di pertinenza esclusiva di Dio.
Suppone invece uno scivolamento psicologico del nulla.
Ma questo è incompatibile con la nozione di eternità che implica quella dell’immutabilità.
Chi si danna, si imprigiona da se stesso in una condizione di immutabilità.

Ti ringrazio per il quesito, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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