Quesito

Caro Padre Angelo,
Dio può togliere la fede? Per varie ragioni non posso non credere all’esistenza di Dio, ma certamente posso non avere fiducia in Lui. La Bibbia dice che Dio indurì il cuore del Faraone per la sua resistenza ai voleri di Dio.
Nel mio caso non si tratta di questo, ma al contrario. Non dico di aver fatto la volontà di Dio, ma certamente ho cercato Dio sempre, ogni giorno della mia vita: libri spirituali, preghiera, volontariato, esame di ogni invidia, rancore, rabbia, egoismo. Ho stretto la mano e ho chiesto addirittura perdono a chi mi aveva fatto torti, abbandonato, pur avendo io ragione. Non sono un santo, è chiaro. E so che queste cose si fanno senza aspettarsi ricompense.
Però, non trovo giusto che negli anni mi è stato tolto scientificamente e lentamente ogni legame affettivo e ogni sicurezza materiale. Ancora oggi accade. Il Vangelo dice che per seguire Cristo bisogna rinunciare a qualsiasi condizionamento terreno, affettivo o materiale che sia. Ma credo che deve essere una scelta personale.
Sento come se Dio avesse fatto il vuoto intorno a me, e continua a farlo, come fosse un metodo perché possa fidarmi solo di Lui. Ma tante volte gli ho detto: “Questo non è il miglior metodo per farti amare, per avere fede in te.”
Ora, a 50 anni, dopo una vita di ricerca di Dio e di fallimenti, posso solo concludere che credo nella Sua esistenza, ma che abbia fatto di tutto per privarmi della fiducia in Lui.
È possibile ciò?
Grazie.
Marco


Risposta del sacerdote

Caro Marco,
1. Dio non toglie la fede a nessuno.
San Paolo ricorda che “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” (Rm 11,29).
E San Giacomo: “ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento” (Gc 1,17).
Pertanto Dio non ritira mai i doni soprannaturali.
Questi si possono solo perdere per negligenza nostra.

2. L’espressione della Sacra Scrittura: Dio indurì il cuore del Faraone va letta insieme con quest’altra: “Ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto, secondo quanto aveva predetto il Signore” (Es 8,15).

3. In ogni caso ecco il commento di sant’Agostino: “Dio non indurisce mai col dare malizia, ma sottraendo misericordia, e cioè sottraendo la grazia senza la quale il cuore del peccatore non si intenerisce e non si converte” (Epistola 194).
E quello di san Tommaso: “Dio non indurisce alcuni direttamente, come se causasse in essi la malizia, ma indirettamente in quanto, cioè, da ciò che egli opera nell’uomo interiormente ed esteriormente, l’uomo trae occasione di peccato, e questo Dio permette.
Perciò non viene detto indurire nel senso di inoculare la malizia, ma piuttosto di non apportare la grazia. (…).
Coloro che indurisce meritano di essere induriti da lui” (Commento a Rm 9,18).

4. Pertanto l’indurimento del Faraone consiste nel fatto che questi non volle lasciar partire il popolo anche dopo aver conosciuto che tale era la volontà di Dio e dopo averlo promesso più volte.
Nello stesso tempo, Dio rivelando a Mosé l’indurimento del Faraone (“Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto, Es 7,3) gli faceva conoscere le difficoltà che avrebbe incontrato nella sua missione.
Ma lo assicurava pure del trionfo finale.

5. Mi dici che il Signore ha fatto piazza pulita attorno a te di ogni legame umano e affettivo.
Può darsi che sia così.
Può darsi anche che noi, con il nostro temperamento e con i nostri errori, siamo stati la causa di tale situazione. E allora certo non possiamo incolpare Dio.
Può darsi anche si tratti dell’opera del nostra avversario, il quale, mentre noi provvediamo a seminare la buona semente, semina la zizzania di notte e di nascosto, come dice una parabola evangelica (Mt 13,25).

6. Tuttavia al di là delle cause (è stata una permissione divina o siamo stati noi oppure è stato il nemico dell’uomo) c’è qualcosa d’altro che il Signore vuole realizzare: che noi ci radichiamo sempre più in Lui.
Dio infatti è il bene indefettibile, che non viene mai meno.
È quel bene che si concede sempre e non si ritira mai, a meno che non venga prima abbandonato tramite il peccato.
Dio nessuno te lo può rubare, a meno che tu non dia il tuo consenso.
Dice san Paolo: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39).

7. San Paolo è stato provato in ogni modo, fino all’inverosimile.
E proprio in base alla sua personale esperienza ha potuto scrivere: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto:
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,35.37).
Anche San Paolo, come Davide nel Salmo, ha potuto dire: “Ma io, come olivo verdeggiante nella casa di Dio, confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre” (Sal 52,10). La precedente traduzione diceva: “Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio. Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre.”

8. Per cui alla fine non rimane che dire questo: che talvolta il Signore per farci giungere a traguardi più alti permette che ci vengano meno tanti soccorsi umani, proprio come si legge nel Salmo 73: “Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma Dio è roccia del mio cuore, mia parte per sempre” (Sal 73,26).
E questo per poter giungere a dire. “Per me, il mio bene è stare vicino a Dio; nel Signore Dio ho posto il mio rifugio, per narrare tutte le tue opere” (Sal 73,28).

9. E tutto questo perché, infine, non siamo fatti per vivere eternamente quaggiù, ma per preparare la vita nella Patria.

Ti assicuro la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo