Quesito

Caro Padre Angelo,
le scrivo perché oggi, dopo diversi anni, ho trovato il coraggio di tornare a confessarmi.
Non mi sono mai del tutto allontanata dalla Chiesa ma negli ultimi anni mi sono sempre più gradualmente riavvicinata fino ad oggi, quando ho deciso di confessarmi.
Il Padre che mi ha confessato, mi ha chiesto se fossi sposata in Chiesa e io gli ho risposto di no, perché mio marito non ha voluto, non essendo credente. Per questo motivo (non per altro), il Padre non mi ha concesso l’assoluzione.
Mi chiedevo se non potrò mai avere l’assoluzione o se dipende dal Padre che confessa.
Sono molto dispiaciuta, perchè, quando finalmente ho avuto il coraggio di confessarmi non ho potuto farlo con l’assoluzione.
La ringrazio in anticipo per la sua pazienza e attenzione e la saluto cordialmente inviandole i migliori Auguri di Buon Natale.
Silvia.

Risposta del sacerdote

Cara Silvia,
1. ti avvicinavi al Natale con la volontà di essere riconciliata con Dio mediante la confessione.
Attendevi questo momento da tanto tempo e ti aspettavi un Natale finalmente come desidera il Signore.
E invece, a sorpresa, il sacerdote non ti ha dato l’assoluzione.

2. Adesso ti chiedi se questa sia la situazione in cui sei costretta a vivere per sempre o se dipenda solo dal sacerdote che hai incontrato.
La risposta è questa: non è la situazione in cui sei costretta a vivere per sempre e nello stesso tempo non dipende neanche dall’arbitrio del sacerdote che ha ascoltato la tua confessione.

3. Va ricordato infatti che il Signore ha istituito il Sacramento del matrimonio per santificarci.
In ordine a questa santificazione il Signore dona ai coniugi un aiuto e una grazia particolare: quella di amarci con il suo stesso cuore e per costituirci all’interno della Chiesa e del mondo come persone che attraverso il loro comportamento rendono visibile il modo con cui Dio ama l’uomo e Gesù Cristo ama la Chiesa.

4. Si tratta dunque di un incarico grande dato dal Signore e che i coniugi cristiani accettano volentieri e con spirito di gratitudine.
A nessuno sfugge che il sacramento del matrimonio con la sua indissolubilità esige qualcosa di più rispetto al matrimonio puramente civile.
In quest’ultimo le persone si promettono a vicenda. Ma sanno che nel loro orizzonte è possibile anche il divorzio. Non lo vogliono, ma sanno che è un’ipotesi, una possibilità.
Nel sacramento del matrimonio tutti sanno che il matrimonio è indissolubile perché è “segno dell’instancabile fedeltà con cui Dio e Gesù Cristo amano tutti gli uomini ed ogni uomo” (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 20).

5. Questo cammino talvolta è duro. Ma i coniugi cristiani sanno che l’obiettivo ultimo del matrimonio è quello di portare alla santità e di amare con gli stessi sentimenti di Cristo.
Sanno anche per perseguire questo obiettivo “si richiede una virtù fuori dal comune” come dice il recente Concilio nella Gaudium et spes, 49.
E questa virtù fuori del comune il Signore la dona largamente attraverso la grazia legata a questo Sacramento.
Là, infatti, dove l’amore puramente umano al sopraggiungere delle difficoltà è tentato di ripiegarsi su se stesso e di distruggere anche consensualmente il patto sancito nel matrimonio civile, l’amore cristiano invece, proprio perché è di indole soprannaturale, non si ripiega e con l’aiuto di Dio e l’azione della grazia “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7).

6. È questo il motivo per cui San Paolo dice che i cristiani devono sposarsi “nel Signore” (1 Cor 7,39).
Di fatto quando un cristiano mette da parte il Sacramento del matrimonio non intende vivere il matrimonio secondo il disegno di Cristo, che è quello di amarci gli uni gli altri col suo stesso cuore e di essere esempio davanti a tutti dell’instancabile fedeltà con cui Dio e Gesù Cristo amano tutti gli uomini ed ogni uomo.
Ai battezzati che si sposano in forma solo civile la Chiesa dice che il loro non è un matrimonio cristiano, che essi stessi non sono cristianamente sposati e che il loro matrimonio civile è canonicamente nullo.
In ragione di questo il Codice di diritto canonico dice: “tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale che non sia per ciò stesso sacramento” (can 1055,2).

7. Stando così le cose, tu ti sei presentata davanti al sacerdote in una condizione irregolare e persistendo in tale situazione il sacerdote non poteva darti l’assoluzione. Avrebbe commesso lui stesso un peccato grave e una profanazione del sacramento.

8. Tuttavia non è detto che questa debba essere la tua condizione per sempre.
E non solo perché c’è la speranza di un ritorno alla fede di tuo marito, ma anche perché tu gli puoi chiedere di celebrare cristianamente le tue nozze, anche senza cerimonia pubblica.
La Chiesa ti può ottenere tutto questo.
E se tuo marito ti vuole bene non capisco perché non debba concedertelo.
Se ti vuole bene, sebbene non creda al tuo matrimonio cristiano, dovrebbe essere contento di esaudire i tuoi desideri. Tanto più che non ci rimette niente.

9. Mi domando però perché hai voluto rinunciare al matrimonio cristiano.
Il matrimonio cristiano non avrebbe comportato alcun male al tuo futuro sposo.
Mentre a te il matrimonio puramente civile comporta la privazione di beni preziosissimi.
Si tratta di quei beni, come la confessione e la Santa Comunione nel giorno di Natale,  che saziano in profondità il cuore dell’uomo e danno la capacità di amare in maniera ancora più forte superando ogni difficoltà.
Come vedi, ogni porta è ancora aperta e la tua non è una situazione irreversibile.

Ti assicuro volentieri la mia preghiera, nella quale comprenderò anche colui che hai sposato solo in rito civile perché abbia la capacità di aprire totalmente il suo cuore a te e di aprirlo anche a Dio.
Vi benedico e vi auguro ogni bene.
Padre Angelo