Quesito

Caro Padre Angelo,
Sono divorziata dopo 7 anni di matrimonio per scelta esclusiva di mio marito.
Lui convive e ha 2 figli.
Io sono rimasta fedele perché credo nell’indissolubilità.
Purtroppo Amoris laetitia mi ha creato confusione.
La mia domanda è questa: è vero che chi pur avendo lasciato il coniuge si rifà una famiglia non vive nel peccato, pur non praticando la castità?
Secondo te cosa occorre per uscire dal peccato di adulterio?


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. solo una cattiva interpretazione di Amoris laetitia può far pensare che si possa dare la Santa Comunione a un divorziato risposato.

2. Amoris laetitia dice che la dottrina non è cambiata. Del resto come potrebbe cambiare?
Non è dottrina degli uomini, è insegnamento di Gesù Cristo!

3. Certo sarebbe stato opportuno che Amoris laetitia avesse riproposto l’insegnamento esplicito del Signore: “E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio»” (Mc 10,11-12).
Tra l’altro il Vangelo della domenica in cui è iniziata la seconda fase del Sinodo proclamava proprio questo chiaro insegnamento del Signore.
Solo in una nota si leggono gli estremi di Mc 10,11-12. Ma il testo non è stato riportato.
Parlando dell’unità del matrimonio e della necessità di non romperla sarebbe stato opportuno – a mio modestissimo parere – riportare le parole salvifiche del nostro Salvatore.
Tuttavia non dobbiamo scandalizzarci: tutte le cose umane sono perfettibili.

4. Già altre volte ho riportato quanto detto dal gesuita padre Domenico Marafioti: “Il papa nell’Amoris laetitia ha scritto oltre 56 mila 600 parole, ma non ha scritto queste cinque semplici parole: ‘È possibile dare la comunione ai divorziati risposati’”.
Il medesimo padre gesuita in maniera lapidaria ha concluso: “Se lui non le ha scritte, ritengo che nessuno le debba inserire, e nessuno deve fare ciò che lui non ha detto” (Cfr. Presentazione dell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia” pubblicata sul numero di Ferragosto di “Ascolta“, periodico dell’associazione ex alunni e amici della Badia di Cava).

5. Adesso presento per intero la parte che ci interessa del testo del padre gesuita.
Non ha bisogno di commenti perché è molto chiara e stringente nelle sue concatenazioni:
“Il punto più difficile da interpretare è il n. 305 di “Amoris laetitia” che dice: “A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato si possa vivere in grazia di Dio, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”. Non ci fermiamo a considerare in che senso uno può essere in grazia di Dio stando in una situazione oggettiva di peccato. Certamente è giusto che tutti, in qualsiasi situazione, ricevano “l’aiuto della Chiesa”. A questo punto il documento rinvia alla nota n. 351: “In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti”. E intende la confessione e la comunione, e precisa che l’eucaristia “non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”.
Come interpretare il testo e questa spiegazione in nota? Ci sono due alternative, una “secondo l’insegnamento della Chiesa”, come il papa stesso dice al n. 300; e un’altra che finirebbe per introdurre il divorzio nella Chiesa cattolica.
La prima è questa. Il papa dice “in certi casi”. Infatti ci sono due casi in cui è possibile dare la comunione ai divorziati risposati: quando vi è la certezza morale che il primo matrimonio era nullo, ma non ci sono le prove per dimostrarlo in sede giudiziaria (e pertanto non si può ottenere l’annullamento canonico); e poi quando i due divorziati risposati accettano di astenersi dagli atti propri dei coniugi, e quindi non vivono più come marito e moglie. In questi due casi si può dare la comunione, con l’attenzione a evitare il pericolo di scandalo.
Ma si noti che il papa usa il condizionale “potrebbe essere”: vuol dire che neppure lui è completamente certo che sia la cosa più opportuna. Questa osservazione vale soprattutto per la seconda alternativa.
Infatti qualcuno potrebbe interpretare queste parole come se il papa autorizzasse a dare la comunione anche ai divorziati risposati, il cui primo matrimonio era vero e giusto, e nella seconda unione vivono come marito e moglie. Ma lui non ha dato questa autorizzazione”.

6. Prosegue il padre Marafioti: “Papa Francesco infatti non vuole andare contro il magistero dei papi precedenti.
Ecco tre loro affermazioni precise, in particolare di San Giovanni Paolo II che in “Familiaris consortio”, n. 84, dice: “La Chiesa ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”.
In “Reconciliatio et paenitentia”, n. 34, ancora Giovanni Paolo II dice che la Chiesa invita i suoi figli che si trovano in queste dolorose condizioni, e cioè sono divorziati risposati, “ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia”.
E Benedetto XVI, in “Sacramentum caritatis”, n. 29, ribadisce: “Il sinodo dei vescovi [sull’eucaristia, del 2005] ha confermato la prassi della Chiesa di non ammettere ai sacramenti i divorziati risposati”.
Il contesto precisa il valore di queste chiare affermazioni. Leggendo i documenti della Chiesa non si può mettere in conflitto un sinodo con l’altro, e un papa con l’altro.
Per l’ermeneutica della continuità, non si può attribuire a papa Francesco l’intenzione di cambiare questo insegnamento del magistero.
Chi fa diversamente non fa un buon servizio al papa e alla Chiesa”.

7. E a proposito dell’Eucaristia che non è un premio per i buoni ma un aiuto per i deboli, il padre gesuita osserva giustamente:
“Per il resto siamo tutti d’accordo che l’eucaristia è un “rimedio” per i malati, ma ci sono certi malati che sono allergici a certi farmaci, per esempio agli antibiotici: se li prendono, non guariscono, ma peggiorano.
Ed è vero che è un “alimento per i deboli”, ma ora sappiamo che vi sono le intolleranze alimentari, per esempio al glutine, e la cosa più buona, come il pane, si rivela dannoso per chi lo mangia.
Sono solo esempi e altri se ne potrebbero portare, per dire la stessa cosa: l’eucaristia che è per la vita può diventare motivo di morte.
Così diceva già san Tommaso d’Aquino: “Sumunt boni sumunt mali, sorte tamen inaequali, vitae vel interitus” (mangiano i buoni, mangiano i cattivi, con sorte differente, di vita o di morte).
L’eucaristia è necessaria per la vita cristiana e per il cammino spirituale.
Se però è ricevuta senza le disposizioni dovute, si rivela controproducente, come dicono chiaramente i testi di Matteo 22,1 1-14, e 1 Corinti 11, 27-30.
Siamo in un momento delicato in cui bisogna accogliere l’invito di papa Francesco a favorire l’integrazione dei divorziati risposati nella comunità ecclesiale, ma non bisogna compromettere la verità della prassi sacramentale della Chiesa.
La prudenza e il discernimento aiuteranno a trovare la via giusta”.

8. Venendo infine alle tue precise domande: “è vero che chi pur avendo lasciato il coniuge si rifà una famiglia non vive nel peccato, pur non praticando la castità?”.
Chi vive nella situazione da te descritta vive in uno stato di adulterio permanente.
È quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente” (CCC 2384).

9. Mi chiedi infine: “Secondo te cosa occorre per uscire dal peccato di adulterio?”
Di per sé bisognerebbe separarsi.
Ma talvolta questo non è possibile perché i due, che magari nella precedente unione non avevano figli, adesso li hanno. E i figli reclamano per diritto la presenza simultanea dei loro genitori.
Allora per uscire almeno soggettivamente da una situazione di adulterio dovrebbero vivere come persone che non sono fra loro marito e moglie. Con tutto ciò che questa espressione significa.

Ti sono vicino con la preghiera perché il Signore lenisca la tua sofferenza permanente.
Che in questa situazione tu possa godere più ampiamente della presenza del vero Sposo, di cui quello umano infine è segno sacro e richiamo.
Ti auguro ogni bene e ti benedico.
Padre Angelo

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