Quesito

Carissimo Padre,
Sono uno studente di giurisprudenza prossimo alla laurea, e avrei desiderio di porle un mio punto di vista, scusandomi in anticipo per ciò che potrà sembrare un argomento tecnico ma che in realtà possiede risvolti importanti per la vita di tutti noi.
Mi sono appassionato da diversi anni allo studio del processo penale e delle sue implicazioni sociali. E, come traspare anche dai ricorrenti dibattiti mediatici, gli studiosi e gli opinionisti in quest’ambito si dividono in sostanza tra garantisti e giustizialisti; mi rendo conto che la classificazione risulti un tantino grossolana, ma per semplificare rende bene l’idea. In poche parole, i primi sono più attenti alle garanzie dei diritti individuali (riguardanti in particolare le libertà delle persone) che la legge predispone a tutela dell’indagato, dell’imputato e del condannato. I secondi, pur non negando ciò, talvolta appaiono più sensibili al conseguimento di una giustizia “sostanziale” mediante la ricerca della verità e quindi la valorizzazione oltremodo della parte pubblica (cioè l’accusa: Pubblico Ministero e polizia giudiziaria)., e cercando di evitare in ogni modo quelli che molti di loro considerano cavilli giuridici puramente formali per evitare la condanna.
Ora, io so che il processo penale di stampo accusatorio attualmente in vigore nel nostro Paese prevede – in specie all’interno della Costituzione e del codice di procedura penale – diritti inviolabili e garanzie fondamentali che in qualsiasi tipo di procedimento vanno rispettati (sia che si tratti del furto di una mela piuttosto che di un omicidio), al fine di raggiungere una verità processuale (benché talvolta differente da quella storica) il più obiettiva possibile. Detto in altri termini: la forma non è solo forma, ma assicurazione di un corretto comportamento dell’accusa, inevitabilmente più forte ed “equipaggiata” rispetto alla difesa, e garanzia di obiettività da parte di un giudice terzo e imparziale che possa decidere liberamente.
Ma da cattolico, ancor di più io sento che questo è vero. Infatti, noi sappiamo che Gesù Cristo è Via, Verità e Vita. E su questo siamo più che d’accordo.
Ma quando ci trasferiamo nel campo delle cose umane, il concetto di verità inevitabilmente sfuma: quando si tratta ad esempio di ricostruire un fatto storico, accaduto magari molti anni fa, sappiamo quanto le persone possano essere influenzate non solo da schemi e pregiudizi, tradizioni e modi di comportarsi, ma anche da emozioni, impressioni e sentimenti. Per non parlare poi del rischio, pur di raggiungere la verità (o meglio, una verità) dell’uso di maniere più o meno abusive, più o meno violative della dignità, più o meno orientative del pensiero e del convincimento, da parte degli inquirenti (es. minacce, ricatti, pressioni psicologiche, o anche semplicemente acquisizione di prove fuori dai limiti di legge).
Ecco, le garanzie di cui sopra servono ad impedire tutto questo. O almeno tentano di farlo.
Altrimenti ne andrebbe dell’onore e della libertà delle persone stesse. Ultimamente infatti percepisco tra la gente (influenzata certamente da giornali e programmi televisivi) un giustizialismo esasperato, specie in materia di reati contro la pubblica amministrazione (es. corruzione, concussione) e di evasione fiscale. Una ricerca a tutti i costi del colpevole, del capro espiatorio, e quindi di conseguenza la nostalgia per uno Stato forte, autoritario e inquisitorio, che sappia fare pulizia di tutte le categorie sociali a cui si accollano le cause di tutti i mali del mondo. Io stesso non mi sento affatto immune a questa tendenza, benché cerchi di non cadervi.
Ebbene: io so che tutto questo distorto senso di giustizia si manifesta, molte volte, per l’assenza di Cristo in noi. La mancanza della consapevolezza di un amore enorme, immeritato e gratuito che Lui ha per ciascuno, anche per il peggiore dei peccatori. Malgrado infatti il peccato è sempre fonte di morte e quindi da condannare (anche socialmente), tuttavia io stesso ho più volte fatto esperienza di questo amore e questa grazia, proprio nel momento in cui mi sentivo più fragile, desolato e sporco, proprio quando ero più consapevole di aver mancato verso di Lui e verso il prossimo. Ragion per cui, tutte le volte in cui mi sono sentito anche leggermente migliore di un mafioso o un terrorista, è accaduto perché ho dimenticato ciò che il Signore ha fatto per salvarmi e da dove mi ha tratto (dalla fossa della morte, come dice il salmista!). Di chi posso essere migliore dunque?
Io non so se Dio vorrà per me un futuro da avvocato. Qualora lo volesse però, sarei ben contento di pormi a fianco degli ultimi, dei reietti, anche dei corrotti (perché no?), di certo non per giustificare o nascondere o legittimare eventuali loro malefatte, ma per trasmettere con la mia professione, se Dio me ne darà modo, un po’ di quell’amore che accoglie e non giudica, che ci rialza dalle cadute, e che ci testimonia che a ciascuno di noi finché in vita è data la possibilità di scegliere, di redimersi, di ricominciare. Di certo, il moralismo rabbioso di certa società civile questo non può capirlo.
Mi scuso molto per la lunghezza della mail. La ringrazio per l’eventuale risposta che vorrà offrirmi e per il servizio che svolge. Cordialmente la saluto e le chiedo, se potrà, una preghiera affinché ogni giorno il Signore mi aiuti ad entrare in obbedienza nella Sua volontà.
Grazie ancora
Lorenzo


Risposta del sacerdote

Caro Lorenzo,
1. sono giuste le osservazioni che hai notato. Da una parte ci si appella alla formalità della legge per sciogliere un colpevole o per condannare un innocente e dall’altra ci si lascia trasportare dalla tentazione del protagonismo e dare in pasto alla gente, sempre vogliosa di giustizialismo, persone che sono accusate di aver fatto del male, ma che non sono ancora state processate e neanche ascoltate.

2. Il discorso pertanto si sposta sulle virtù morali che deve possedere un giudice.
È chiaro che dev’essere competente e pertanto deve conoscere la legge. Questo è il minimo.
Ma per dare sentenze giuste ed equilibrate non è sufficiente che sia un uomo di legge.
È necessario anzitutto che sia sempre attento ad un’altra legge, ad un’altra verità che, chiamandola con giusto nome, è la verità morale.
La verità morale è quella che tiene presente insieme ai diritti delle vittime il rispetto delle persone, del loro onore, dei loro beni, dei loro affetti, delle persone che indirettamente ne sono coinvolte…

3. La verità morale si acquisisce certo anche con lo studio.
Ma si acquista soprattutto attraverso quella sensibilità morale che è frutto della rettitudine della vita.
Per un giudice potrei dire che è frutto anche delle migliori virtù sociali come l’affabilità, la magnanimità e la carità.
Infatti in base a quello che uno è, tali sono anche le sue vedute e i suoi giudizi.
Per questo motivo le virtù in un giudice sono richieste in modo ancora più alto che nel comune genere dei cittadini: la qualità del giudizio infatti non dipende solo dalla conoscenza della legge, ma anche dalla rettitudine e dalla integrità morale di chi lo esprime.

4. Certo, è necessario per un giudice ristabilire la giustizia là dove sia stata violata.
Ma nello stesso tempo deve tener presente che c’è una persona (il colpevole) che ha bisogno non semplicemente di punizione, ma di redenzione.
E deve sapere anche che la sola giustizia può determinare la giusta riparazione, ma che il di più e cioè la riconciliazione degli animi da parte degli aggrediti e degli aggressori è ancora da fare.

5. La giustizia pertanto, anche da un solo punto di vista umano, ha bisogno di essere integrata da altre virtù affinché l’estremo rigore della giustizia non diventi un’ingiuria ancora più grande. Gli antichi avrebbero detto in latino: ne summum jus fiat summa iniuria.

6. Un giudice cristiano deve sapere che la più bella giustizia è quella che viene perfezionata da un dono particolare dello Spirito Santo. E questo dono è la pietas (la pietà) che fa vedere nell’altro non semplicemente un altro, ma un consanguineo e un fratello in Cristo, un membro del medesimo corpo che è malato e ha bisogno di essere risanato.

7. Un buon giudice cristiano pertanto fa ricorso allo Spirito Santo perché la sua giustizia sia proverbiale (saggia) come quella di Salomone e sia piena di amore come quella di Gesù Cristo.
E poiché questo non si improvvisa è necessario coltivare la consapevolezza di essere figli adottivi di Dio che sollecita a vedere nell’altro non un nemico da distruggere e da annientare, ma un uomo da amare e da salvare.

Ti ringrazio del quesito che mi ha portato ad accennare al dono dello Spirito Santo chiamato col nome di pietas (pietà), dono forse quasi da tutti ignorato.
Ti assicuro la mia preghiera anche perché tu possa discernere la volontà di Dio per il tuo futuro e ti benedico.
Padre Angelo

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