Quesito

Carissimo padre Angelo,
sono agli inizi della mia attività presbiterale, e sulla confessione dei malati mi è sorto un dubbio; devo andare ad amministrare l’unzione degli infermi ad un malato grave. Se questi si trova in una situazione che non può accusare i suoi peccati e non si capisce neppure se è capace di intendere, devo dare l’assoluzione lo stesso? Oppure amministro solo l’unzione direttamente, sapendo che questa ha l’effetto della remissione dei peccati che uno non può confessare? preghi per me, perchè nella attività sacerdotale non commetta errori.
Nel frattempo le chiedo di chiarirmi anche questo dubbio: quando si confessano quei giovani che devono sposarsi e magari si confessano solo per questo motivo senza un vero pentimento come bisogna comportarsi? mi dia per favore questi chiarimenti perchè non commetta errori.
Un abbraccio
don Rosario


Risposta del sacerdote

Caro don Rosario,
1. se veniamo chiamati al capezzale di un malato grave, se questi non può accusare i propri peccati ma è in grado di capire lo si aiuterà ad emettere un atto di pentimento dei peccati commessi in pensieri, parole, opere e omissioni.
Poi si recita con lui (o al suo posto) l’atto di dolore e gli si dà l’assoluzione.

2. Se il malato invece non è più in grado di intendere, gli si dà l’assoluzione sotto condizione, e cioè a condizione che all’interno del suo animo si sia pentito dei propri peccati.

3. Dopo aver dato l’assoluzione dei peccati, gli conferirai anche il sacramento dell’Unzione.
Solo se non fosse possibile dare l’assoluzione, potrai procedere direttamente all’amministrazione dell’Unzione degli infermi.

4. Circa coloro che vengono a confessarsi prima delle nozze, ma che non manifestano un vero pentimento dei propri peccati: devo dire che qui si gioca la capacità pastorale del sacerdote, il quale deve essere in grado di suscitare il pentimento.
È un’occasione unica.
Se si liquida il penitente in quattro e quattr’otto quella confessione forse gioverà a poco.
Se invece il sacerdote saprà dire alcune brevi e appropriate parole, esortandolo ad esempio a ricevere la benedizione che Dio ha promesso per chi santifica le feste (Gn 2,3), a confessarsi almeno nelle grosse solennità per poter fare santamente quella Comunione che potrà giovare molto alla sua vita e alla sua famiglia, se il sacerdote lo accompagnerà con la sua preghiera e anche con qualche suo personale sacrificio, allora potrà sperare che quella Confessione possa portare qualche frutto.
Molto dipende anche da noi sacerdoti, caro don Rosario.
Un Santo Curato d’Ars, un Padre Leopoldo o un Padre Pio sarebbero stati capaci di dissodare il terreno più duro, di seminare qualcosa e portare frutto.

Ti ringrazio per la fiducia.
Ti assicuro la mia preghiera e ti auguro un  fecondo ministero sacerdotale.
Padre Angelo