Quesito

Caro Padre Angelo,
Mi permetto di scriverle perchè sono disperata.
Da circa tre anni, da quando cioè ho deciso di fare un cammino di conversione reale, accostandomi con fiducia e sincerità al sacramento della penitenza e alla santa comunione dopo anni in cui mi ero allontanata dai sacramenti per la stupida paura di confessare le mie colpe per me è cominciato un altro inferno: la mente mi conduce a bestemmie non volute e che mi rendono la giornata insopportabile…
Continuo a pregare ma a volte anche mentre prego o sono in Chiesa si presenta il disturbo mentale che io ormai vivo come un ossessione.
La prego, mi dia una risposta esauriente e nel limite del possibile veloce perchè ho bisogno di qualcuno che  dica personalmente a me, proprio a me come stanno le cose.
La ringrazio per questo servizio di evangelizzazione così utile che svolge attraverso internet e per l’attenzione che vorrà dedicarmi.


Risposta del sacerdote

Cara Signora,
molti, tornati alla fede viva dopo anni di lontananza o di tiepidezza, sono soggetti alla sua stessa esperienza: di essere sopraffatti da bestemmie mentali. Ne sono ossessionati perché non c’è luogo che li possa risparmiare da simile flagello.
Per lei e per tutte queste persone do una risposta tratta dalla vita di S. Caterina da Siena.
Con questo non voglio dire che lei sia una nuova Santa Caterina, ma: se è successo a santa Caterina, che era una santa di gran calibro, immagini che cosa può succedere ai comuni mortali.
Certo è che il diavolo, una volta persa la preda a motivo della conversione e della confessione, cerca in altri modi di condurre alla confusione e alla perdizione.
Sia certa che in tutto questo combattimento del diavolo nei suoi confronti c’è un disegno benevolo del Signore, come avvenne in S. Caterina. Lei questo bene non lo vede, ma è sufficiente che lo veda Colui che in lei mette il dispiacere per tutte le bestemmie che la accompagnano.
Salutandola, benedicendola, e assicurandola della mia preghiera la lascio alla lettura di uno stralcio della vita di S. Caterina da Siena, scritta dal suo confessore, il beato Raimondo da Capua, che fu poi Maestro generale dell’Ordine dei domenicani.
Padre Angelo

“Mi ha confessato che erano tanti e poi tanti i dèmoni che infestavano la sua cella, come quasivedeva con gli occhi, e tanti e poi tanti erano gli stimoli ai cattivi pensieri, che volentieri,almeno per un po’ di tempo, l’abbandonava per fuggirsene in chiesa. Per questo si trattenevalì più del consueto, benché anche in chiesa la seguissero le molestie infernali, ma con menonoia. Se le fosse stato possibile, imitando S. Girolamo, sarebbe fuggita per valli e per montipur di sfuggire quei mostri abominevoli di demoni, e quelle oscene visioni.
Ogni qual volta che ritornava nella sua cameretta, vi ritrovava la solita moltitudine di diavoli, che dicevano parole e facevano atti da trivio, el’assalivano come un nugolo fastidiosissimo di mosche. Ma lei ricorreva subito alla preghiera, e tanto insisteva colSignore, che quelle noie infernali lì per lì si placavano.

109. – Questi travagli duravano già da molti giorni, quando una volta, tornata di chiesa emessasi a pregare, ebbe una illuminazione dello Spirito santo, che le ricordò come non moltigiorni avanti avesse chiesto al Signore il dono della fortezza, e come il Signore stesso leavesse insegnato il mezzo per ottenerlo. Subito capì il mistero delle tentazioni che aveva, einternamente rallegratasi, si propose di sopportare con lieto animo quelle molestie, finchéfosse piaciuto al suo Sposo.
Allora, uno di quei dèmoni, forse il più baldanzoso e il più maligno, la investì con questeparole: «Sciagurata, che cosa intendi di fare? Di vivere tutta la vita in codesto statodeplorevole? Se non ci darai retta, ti perseguiteremo fino alla morte». E lei, non dimenticadall’insegnamento datole, pronta e sicura rispose: «Per mia gioia ho scelto i dolori, e non miè difficile di sopportare queste ed altre persecuzioni nel nome del Salvatore, fino a chepiacerà alla sua Maestà: anzi, ci godo!».
A una simile risposta, quel branco di demoni se ne fuggì scornato, e venne dall’alto una granluce, che illuminò tutta la cameretta, e nella luce lo stesso Signore Gesù Cristo confitto incroce, sanguinante com’era al tempo della crocifissione. Di su la croce, chiamò la santavergine dicendole: «Figliuola mia Caterina, vedi quanto ho patito per te? Non ti rincresca,dunque, di patire per me».

110. – Dopo, cambiatosi di aspetto, e avvicinatosi di più alla vergine, per consolarla le dissedolcemente della vittoria già riportata. Ma lei, imitando Antonio, rispose: «Signore mio,dov’eri quando il mio cuore era tribolato da tante tentazioni?». E il Signore: «Stavo nel tuo cuore». E lei: «Sia salva sempre la tuaverità, o Signore, e ogni riverenza verso la tua Maestà; ma come posso credere che tuabitassi nel mio cuore, mentre era ripieno di immondi e brutti pensieri?». E il Signore:«Quei pensieri e quelle tentazioni causavano al tuo cuore contento o dolore? diletto o dispiacere?». E lei: «Dolore grande e gran dispiacere! «». E il Signore: «Chi erache ti faceva provare il dispiacere se non io, che stavo nascosto nel centro del tuo cuore? Seio non fossi stato lì presente, quei pensieri sarebbero penetrati nel tuo cuore e ne avrestisentito piacere ma la presenza mia nel tuo cuore era causa di dispiacere e mentre così tentaviinutilmente di cacciarli via, perché ti affiggevano, ti rattristavi e soffrivi. Ma io che difendevo il tuo cuore dai nemici standovi nascosto, e permettevo che di fuori tu fossi travagliata,non lasciavo di fare quanto era necessario alla tua salute. Trascorso poi il tempo stabilito dame per il combattimento, mandai fuori la mia luce, e sul momento fuggirono e si dissiparonole tenebre infernali, perché esse non possono stare con quella. Ora, chi t’ha insegnato se nonla mia luce, che quelle pene ti erano giovevoli per acquistare la fortezza, e che doveviportarle volentieri quanto piaceva a me? E poiché ti sei offerta a sopportarle con tutto ilcuore, appena rivelai la mia presenza, subito furono allontanate da te. Il mio godimento nonsta nelle pene, ma nella volontà di chi fortemente le sostiene».

111. – «Perché tu possa comprendere più perfettamente e con più godimento le cose che tidico, ti porterò un esempio. Chi avrebbe mai pensato che il mio corpo, mentre pativa emoriva sulla Croce e giaceva poi inanimato, avesse sempre nascosta in sé la vita, che eraunita con lui indivisibilmente? Certo non soltanto gli estranei e i malvagi, ma nemmeno imiei Apostoli, che stettero tanto tempo con me, lo poterono credere. Tutti perderono la fede e la speranza. Eppure, benché inverità il mio corpo non vivesse con la vita che riceveva dall’anima, tuttavia era unito allavita interminata per cui vivono tutti i viventi, e per virtù della quale, nel tempo che findall’eternità fu stabilito, il proprio spirito si riunì a lui con maggior pienezza di vita e divirtù che avanti non avesse, perché fu riunito col dono dell’immortalità, dell’impassibilità edelle altre doti, che prima non gli erano state largite. Dunque la vita, quando volle, stettenascosta, essendo unita al mio corpo la natura divina, e quando volle mostrò la sua potenza.Ora, poiché vi ho creati a immagine e similitudine mia, e coll’assumere la vostra natura mison fatto simile a voi, non lascio mai di rendervi simili a me secondo la vostra capacità, eprocuro di rinnovare anche nella unione vostra, mentre siete in vita, ciò che allora avvennenel mio corpo».
«Pertanto, o figliuola mia, dal momento che hai combattuto fedelmente non colla tua potenza,ma con la mia, hai meritato da me una grazia maggiore, e, quindi, da qui in avanti mimostrerò a te più spesso e più familiarmente».
E la visione ebbe fine. Caterina, però, rimase colma di tanta dolcezza, che sarebbe sciocco il pensare di poterla descrivere. Le rimase specialmente impressa l’infinita tenerezza con laquale il Signore la chiamò sua figliuola, dicendo: «Figliuola mia, Caterina». Quando, infatti,raccontava al suo confessore questa visione, lo pregava di chiamarla a quel modo, perché sirinnovasse sempre nell’anima sua la soavità allora provata” (b. Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, 111).