Caro Padre Angelo
Leggo da mesi con grande profitto le risposte che lei dà ai fedeli che le scrivono: sono illuminanti e piene di grazia. Vorrei anche io sottoporle una questione che mi ossessiona da anni e che riguarda l’atteggiamento che un cristiano deve tenere rispetto al conflitto quotidiano e, nel caso estremo, rispetto alla vera e propria guerra. Nostro Signore ci dice di amare i nostri nemici e di pregare per loro. Questo precetto mi è estremamente chiaro capisco l’insegnamento evangelico e cerco per quanto è nelle mie forze di applicarlo. Ma non odiare i propri nemici non significa, credo, non combatterli. Insomma, d’accordo la mitezza del cuore, ma che fare quando i nemici mettono a rischio la giustizia, commettono torto su altri, attaccano con la parola e anche con l’azione i nostri beni, la nostra reputazione o nostra Madre Chiesa? Porgere l’altra guancia dice il Vangelo. Ma domando è un precetto da applicare integralmente? O interiormente? Insomma Sant’Agostino, lo stesso san Tommaso hanno previsto dei casi in cui la guerra condotta da cristiani può dirsi giusta, San Bernardo, di cui è recentemente ricorsa la festa, ha istruito le milizie templari e promosso la crociata, fornendo nella regola istruzioni durissime sulla condotta in guerra, fino a raccomandare l’implacabilità contro i nemici in battaglia. Un padre confessore, a cui ho confidato questo mio star sospeso tra la croce e la spada, mi ha detto che la mia mentalità è quella d’un cristiano medievale, che la chiesa si è aggiornata. Ma i miei dubbi restano: Gesù Cristo al centurione che gli chiedeva il miracolo non ha intimato l’obiezione di coscienza. E così il Battista ai soldati che gli chiedono che cosa debbano fare dice di non depredare e di essere giusti, non di abbandonare il loro dovere. Sicché mi chiedo c’è una conciliazione tra la spada e la croce? Tra il cristianesimo e il potere? E se non c’è anche la Chiesa che è un’istituzione spirituale ma anche terrena, non rischia, aggredita com’è da ogni parte, di disarmarsi ideologicamente e spiritualmente di fronte alla battaglia? La ringrazio sin d’ora per una sua risposta.
La ricordo nelle mie preghiere.
Saluti, Riccardo.


Risposta del sacerdote

Caro Riccardo,
1. anche l’attuale Magistero della Chiesa, tenendo i piedi per terra, e cioè con senso di grande concretezza ricorda la necessità di difendersi.
San Giovanni Crisostomo diceva che se uno per un atto di carità può rinunciare alla propria difesa quando viene aggredito, proprio in nome della carità non può rinunciare a difendere i deboli e gli ultimi quando questi vengono offesi e calpestati.
Per questo il Catechismo della Chiesa cattolica, facendo propria un’affermazione del Concilio Vaticano II,  dice: “Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa” (GS 81).

2. E ricorda anche i criteri teorici della cosiddetta guerra giusta:
“Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità,  è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:
– Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo.
– Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.
– Che ci siano fondate condizioni di successo.
– Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della «guerra giusta» (CCC 2309).
Ricorda pure che “i pubblici poteri, in questo caso, hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale” (CCC 2310).

3. Tuttavia per i mezzi che oggi vengono impiegati in ogni guerra, anche quella di difesa facilmente diventa ingiusta.
Lo stesso Concilio Vaticano II, che in teoria ipotizza ancora la guerra giusta, di fatto conclude: “Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto, di gran lunga, i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca, pressoché totale distruzione delle parti contendenti…
Tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova…” (GS 80).

4. L’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della fede Libertatis conscientia (Libertà cristiana e liberazione, 22.3.1986) indica un via nuova per superare le violenze e le ingiustizie: “Infatti, a causa del continuo sviluppo delle tecniche impiegate e della crescente gravità dei pericoli impiegati nel ricorso alla violenza, quella che oggi viene chiamata resistenza passiva apre una strada più conforme ai principi morali e non meno promettente di successo” (n. 79).
Sull’efficacia della resistenza passiva Giovanni Paolo II in Centesimus annus annota: “Merita poi di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un simile blocco o impero (quello sovietico e della cortina di ferro), si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia.
Mentre il marxismo riteneva che solo portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza dell’avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana.
Sembrava che l’ordine europeo, uscito dalla seconda guerra mondiale e consacrato dagli ‘‘accordi di Yalta’ potesse essere scosso soltanto da un’altra guerra. È stato invece superato dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità…
Ciò ha disarmato l’avversario, perché la violenza ha sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere, pur se falsamente, l’aspetto della difesa di un diritto o della risposta a una minaccia altrui.
Ringrazio ancora Dio che ha sostenuto il cuore degli uomini nel tempo della difficile prova, pregando perché un tale esempio possa valere in altri luoghi e in altre circostanze. Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne, come alla guerra in quelle internazionali” (CA 23).

5. Portare la croce non è equivalente di passività inerte.
Ci sono altre vie, più umane e più fruttuose per tutti, per comporre le ingiustizie e le violenze tra gli uomini. Sono le vie del dialogo, della persuasione, della formazione delle coscienze, in una parola le vie della cosiddetta resistenza passiva.

Ti ringrazio molto del ricordo nella preghiera. Lo contraccambio volentieri.
Intanto ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo.

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