Quesito

caro Padre Angelo,
quattro mesi orsono, giorno più giorno meno, un tumore si e’ preso mia moglie di 55 anni. Stavamo (ma credo più giusto dire "tuttora stiamo") insieme da 38 anni quindi puoi capire la profondità di intesa e di rapporto sponsale che ci unisce e la mancanza che sto’ sperimentando e soffrendo.
Ho usato l’espressione ‘‘..che ci unisce’ e definitivamente coniugo i verbi al presente, non per ingannarmi o negare l’evidenza dei fatti ma perché’ credo fermamente che la ‘‘comunione di amore’ non venga distrutta dalla morte ma bensì sopravviva ad essa perché’ benedetta dal Signore nel matrimonio e nel battesimo (abbiamo una figlia di 30 anni).
Questo convincimento lenisce il dolore e la mancanza fisica; perché’ mi sento ancora amato, mi sento ancora oggetto delle sue cure e dei suoi pensieri, perché’ io stesso sono la ‘‘prova’, il ‘‘segno’ che le anime dei nostri cari hanno ancora cura di noi… se non di più di quando erano nella nostra dimensione terrena. E ti dico il perché’, sottoponendolo al tuo giudizio.
Da qualche settimana ho intrapreso REALMENTE un camino di profondo riavvicinamento alla fede (iniziato anni fa’, alla morte di GP II): ma questa volta con maggiore e totale piglio, con enorme sofferenza spirituale e laceranti conflitti con i ‘‘modelli’ che la mia formazione (ingegneria) e lavoro (progettista software) hanno via via stratificato e condizionato nella mia forma mentis.
Nelle domeniche e nei giorni di precetto frequento un monastero Benedettino che amavamo frequentare insieme e lì partecipo alle S. Messe domenicali; prego – magari un po’maldestramente – ma prego. Nel tempo libero approfondisco e studio con sincero entusiasmo argomenti per me fino a qualche mese fa’ del tutto estranei: proprio in questi giorni mi sto’ confrontando con il libro l’escatologia di Papa Benedetto XVI.
Tutto ciò non e’ una fuga dal dolore o un placebo ma una sincera ricerca per dare un senso a tutto: alla nostra vita di coppia, alla sua morte, al dolore, a questa vita che mi e’ stata data.
Bene, io sono convinto che questo cammino, questa mia sofferta ricerca del Signore, sia un ‘‘regalo’ di lei. O meglio, che lei interceda presso il Signore affinché’ io possa avere la forza per superare questi mesi horribilis con la Speranza, che io possa cogliere la ricerca di Dio come una opportunità che la mia vita ora mi offre, un faro in questa notte tempestosa.
Il suo pensiero era che io ‘‘rimanevo solo’: credo che nel corso del cammino che ho intrapreso non lo sarò più, e che questo cammino mi porterà a lei, e quella volta sarà per l’eternità.

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. ti ringrazio per questa bella testimonianza di comunione con tua moglie.
Anche i cristiani, alla morte di una persona cara, sentono il dolore della separazione fisica e talvolta anche della solitudine.
Ma essi fanno anche un’altra esperienza, molto consolante e confortante: che i nostri cari che ci lasciano per andare a vivere eternamente in Dio non cessano di amare e di beneficare quelli che sono rimasti di qua.

2. Questa non è solo la fede, ma l’esperienza del popolo cristiano.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riprendendo un’espressione del Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 49) scrive: “L’unione… di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali” (CCC 955)”.
Come vedi, il testo si riferisce ad un’esperienza, e non semplicemente ad una speranza.
Vi è fra noi e i nostri cari defunti una comunicazione di beni spirituali. Noi  doniamo loro il suffragio, che è la via privilegiata della nostra comunione con loro.
Ed essi intercedono per noi davanti a Dio con i loro meriti e ci attestano in maniera mirabile quanto ci seguano, ci amino e ci siano vicini per mezzo delle grazie e degli aiuti che ci ottengono.

3. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice infatti: “A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità… non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini… La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine” (CCC 956).
Anche qui, come hai sperimentato più volte: “La nostra debolezza è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine”.

4. Se tua moglie ti potesse parlare, parafrasando le parole di Gesù nell’ultima cena (“è migliore cosa per voi che io me ne vada”) ti direbbe: è un bene per me essere di qua. E, sooto un certo aspetto, è un grande bene anche per te.
Tu stesso ti stai accorgendo come gli orizzonti della tua vita siano cambiati con la morte di tua moglie. Anche tu vivi nell’orizzonte più vero, quello del cielo, quello dell’eternità e della comunione con  Dio e con i suoi.

5. Mi piace ricordare, proprio perché il nostro sito è quello degli amici domenicani, che il Catechismo della Chiesa Cattolica cita a questo proposito una consolante affermazione del nostro Santo Padre Domenico in punto di morte: “Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita”.
Noi domenicani tutte le sere diciamo “Adempi Padre quanto ci hai promesso venendo in nostro aiuto con le tue preghiere” (“Imple, Pater, quod dixisti, nos tuis iuvans precibus”).
È una bella comunione in cui sperimentiamo incessantemente la fedeltà del nostro Santo Padre.

6. Sì, non sei solo nel cammino che hai intrapreso.
Sono convinto che tua moglie, andando davanti a Dio, ti abbia ottenuto il dono inestimabile di sperimentare una continua comunione con Lei.

Volentieri ricorderò te e lei nelle mie preghiere.
Ti abbraccio e ti benedico.
Padre Angelo

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