Quesito

Caro Padre Angelo,
Le scrivo perché ho bisogno di comprendere chiaramente come poter gestire, in modo che siano graditi a Dio, alcuni aspetti dell’intimità coniugale. Ho 53 anni e sono sposato ormai da 27 anni con mia moglie ed abbiamo un figlio di 25 anni.
Da qualche tempo ormai abbiamo, credo, superato il tempo della fertilità e quindi cerchiamo di vivere la nostra intimità coniugale più come donazione reciproca, come gesto unitivo. Personalmente mi sento ancora molto attratto da mia moglie, tuttavia, il progredire dell’età per ambedue, ma sopratutto per me, ha inevitabilmente diminuito la mia capacità di condurre in porto correttamente l’atto sessuale, e questo ci ha portato a concludere i nostri atti intimi utilizzando gesti di stimolazione reciproca.
Questa circostanza é stata vissuta in modo problematico da noi due sin da quando si é manifestata, perché abbiamo sempre condiviso il bisogno di crescere nella fedeltà a Dio ed alla Dottrina della Chiesa anche in questo, bisogno che si é concretizzato in lunghi periodi di continenza ed in svariate confessioni e ricerca di consigli spirituali, senza tuttavia approdare ad una visione spiritualmente stabile del problema, sopratutto perché ciò che abbiamo letto od ascoltato é sostanzialmente indirizzato a coppie giovani, per le quali é indispensabile coordinare l’intimità con l’apertura alla vita; coppie come noi non sembrano considerate.
Una Sua risposta ad un quesito su di un argomento analogo, pubblicata il 14 aprile scorso, ci era sembrata adatta a comprendere il nostro problema di coppia non più fertile ma desiderosa di intimità: rispondendo al quesito, Lei disse che “Dio ha voluto che l’intimità coniugale fosse accompagnata da grande piacere. Qualcuno ha detto che qui il piacere si può paragonare ad un premio che il Creatore effonde sui coniugi per la grande donazione vicendevole e soprattutto per la prole da generare. Il piacere o soddisfazione è parte integrante di questa intimità. La favorisce e la premia. Ebbene, se questa per qualche motivo non vi fosse è lecito stimolarla. Per questo un antico autore, come il domenicano Padre Benedictus Merkelbach, professore all’università di Lovanio, scriveva: “La moglie può con il proprio tatto o anche con quello del marito stimolare in se stessa la soddisfazione saziativa e perfetta e così dare compimento all’intimità se il marito ha compiuto o ha intenzione di compiere secondo natura la sua parte” (Cfr. Quaestiones de castitate et luxuria, p. 92)”.
Tuttavia, una Sua ulteriore risposta ad un altro quesito, pubblicata l’8 maggio scorso, ci ha invece fatto ricadere nell’inquietudine: riguardo alla contraccezione, Lei disse che “il metodo Billings non è un anticoncezionale perché non altera nulla, ma usa della sessualità secondo il disegno di Dio che include anche il dovere di ravvivare l’intimità coniugale. Mentre all’interno del matrimonio le forme di petting che si concludono semplicemente con la masturbazione costituiscono un’alterazione del disegno di Dio e sono equiparabili agli atti impuri.”
Il nostro problema non é di carattere semantico, su quale parola utilizzare per definire un determinato comportamento e sicuramente non desideriamo nasconderci dietro un sofisma accomodante: nutriamo l’ansia profonda di voler ben comprendere per poter efficacemente vivere la volontà di Dio su questo momento della nostra vita coniugale. In altre parole, se in questo scemare della vigoria e della freschezza fisica che segue la perdita della fertilità l’intimità coniugale possa essere vissuta in coerenza di fede oppure se tutto questo debba essere letto come un invito di Dio ad andare verso qualcos’altro.
Nel ringraziarLa anticipatamente per tutto quanto vorrà dirci e nell’attesa della Sua risposta, Le assicuro le nostre preghiere di famiglia iscritta alla Confraternita del Santo Rosario.
Un caro saluto nel Signore
S.

 


 

Risposta del sacerdote

Caro S.,
1. è vero che il metodo Billings come qualsiasi altro metodo naturale non va preso come un contraccettivo.
E anzitutto perché di suo non lo è. Infatti contraccettivo deriva dalla parola omonima inglese e fa riferimento ad un rifiuto (contra) dell’accoglienza (acceptivus) della vita.
L’uso dei metodi naturali anche se il più delle volte viene usato proprio per evitare un concepimento, tuttavia di principio non lo rifiuta e non mette in atto alcun meccanismo di alterazione nel significato intrinseco dell’atto coniugale.

2. Nel vostro caso ormai quell’atto, di sua natura, non può più giungere ad una nuova procreazione.
E tuttavia è in se stesso legittimo perché realizza altri obiettivi che sono intrinsecamente accompagnati al gesto procreativo.

3. È vero che questi obiettivi, come quello della mutua donazione e il ravvivamento dell’intesa e dell’amore coniugale, sono intimamente legati ad un atto che di suo è ordinato a generare la vita.
Ma se questo effetto procreativo non avviene non è perché voi volete alterare il disegno di Dio sulla sessualità e sull’amore umano, ma perché Dio ha disposto così.
Questa è la differenza profonda tra la contraccezione e i metodi naturali: la prima altera il disegno di Dio e fa sì che quell’atto non solo non sia procreativo ma neanche dono totale di sé, mentre i secondi si mantengono nel progetto di Dio attuando il dono totale di sé senza alcuna riserva e accettando le sue eventuali conseguenze fino in fondo.

4. Già Pio XI nella Casti connubii aveva detto: “Né si può dire che operino contro l’ordine della natura quei coniugi che usano del loro diritto nel modo debito e naturale, anche se per cause naturali, sia di tempo sia di altre difettose circostanze, non ne possa nascere una nuova vita.
Poiché nello stesso matrimonio si contengono anche fini secondari, come il mutuo aiuto e l’affetto vicendevole da favorire e l’appagamento sensibile (la quiete della concupiscenza), fini che ai coniugi non è proibito volere, purché sia sempre rispettata la natura intrinseca dell’atto e per conseguenza la sua subordinazione al fine principale” (DS 3718).

5. Mi piace ricordare che il Catechismo della Chiesa Cattolica fa proprio un passo del discorso alle ostetriche di Pio XII: “Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito.
Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone.
Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.
Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione” (CCC 2362).

6. Paolo VI nell’Humanae vitae ha detto che “questi atti… non cessano di essere legittimi se, per cause indipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non ad ogni incontro coniugale segue una nuova vita.
Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite” (HV 11).

7. C’è tuttavia un limite ed è quello di usare del coniuge come oggetto di libidine.
In questo caso l’atto cessa di essere di autentico amore e inquina chi lo compie.
È a questo proposito che Giovanni Paolo II ha detto che “la persona non può mai essere considerata un mezzo per raggiungere uno scopo; mai, soprattutto, un mezzo di “godimento”.
Essa è e dev’essere solo il fine di ogni atto. Solo allora corrisponde alla vera dignità della persona” (Gratissimam sane, 12).
Quando la persona viene usata come mezzo di godimento non si tratta più di amore, di dono. In questo caso l’atto viene alterato nelle intenzioni del soggetto e si sottrae al disegno santificante di Dio.

8. Il disegno santificante di Dio!
Questo è l’orizzonte che aiuta i credenti a discernere ciò che porta a Dio oppure da Lui separa.
Ed è anche l’orizzonte che nella purezza e nella castità propria del matrimonio mantiene i coniugi in comunione di vita con Dio.
E poiché la vigoria del corpo non si conserva per sempre può giungere anche il momento in cui si comprende da se stessi che il dono di sé non passa più obbligatoriamente per la strada di prima.
Proprio come mi ha detto una volta una coppia di coniugi che celebrava il cinquantesimo di matrimonio: oggi non ci amiamo più come quando eravamo giovani sposi, ma in maniera diversa epossiamo dire anche più profonda.

Ti ringrazio per il quesito, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo