Quesito

Caro Padre Angelo,
mi è stato chiesto qual è la posizione della Chiesa in merito alla gravidanza extra-uterina e l’aborto che ne consegue sempre.
Io sono rimasta interdetta e non ho saputo rispondere.
E’ moralmente grave come un aborto volontario? Cioè è tecnicamente un aborto, ma effettuato per salvare la vita della madre, perché il feto impiantatosi nella tuba non potrebbe comunque sopravvivere.
Ora mi chiedo: una donna cattolica che si trovasse incinta ma di una gravidanza extra-uterina dovrebbe lasciarsi morire per non abortire o è lecito che si faccia operare?
La ringrazio se vorrà farmi chiarezza.
pace e bene
Rossella L.


Risposta del sacerdote

Cara Rossella,
il problema è mal posto quando ci si domanda: una donna cattolica che si trovasse incinta ma di una gravidanza extra-uterina dovrebbe lasciarsi morire per non abortire o è lecito che si faccia operare?
Perché da una parte non deve lasciarsi morire e dall’altra non deve attuare un intervento che si configuri come un aborto diretto.
Ma procediamo per gradi, chiarificando i termini della questione per utilità dei nostri visitatori.

1. Si parla di gravidanza extrauterina o più propriamente di feto ectopico quando l’embrione o il feto non sono nel loro posto naturale.
Nelle gravidanze extrauterine in genere il concepito resta nelle ovaie e soprattutto nelle tube (98%), ma talvolta si verifica una gravidanza intrauterina, come nel caso della gravidanza endocervicale.
Evidentemente in tali ubicazioni il suo sviluppo resta impedito e non senza grandi sofferenze per la gestante.
Le gravidanze extrauterine sono in aumento. Sono passate dall’1,2% al 2,8%. Le cause sono: l’aumento delle infezioni tubariche, l’uso della spirale, l’induzione dell’ovulazione, le nuove tecniche diagnostiche.
Leggo in un Dizionario di bioetica: “Con l’età aumenta la possibilità di insorgenza di patologia tubarica acquisita, alla quale contribuiscono le modificazioni comportamentali – precocità dei rapporti e aumento del numero dei partners – verificatesi nella odierna società in campo sessuale”.

2. Che fare?
Le metodiche sono due.
La prima consiste nell’attendere l’esito di questa gravidanza, che nel 65% dei casi si risolve in un aborto naturale.
La seconda consiste in un intervento chirurgico che non si configuri come un aborto diretto.
Il medesimo Dizionario di bioetica: “Anche qui vale il principio generale secondo cui l’aborto procurato diretto è sempre illecito, compreso il caso in cui sia l’unico mezzo per salvare la madre: il medico ha il dovere di sostenere la vita sia della madre che dell’embrione e di offrire tutti i mezzi terapeutici per la salvezza di entrambi (l’uccisione diretta non può essere compresa tra i suddetti mezzi).
Solo il cosiddetto aborto indiretto (che, se possibile, deve essere scrupolosamente evitato) può divenire lecito di fronte a una causa proporzionata”.

3. Si è di fronte ad un aborto indiretto quando si asporta l’ovaia o si cerca di porre termine alle emorragie della madre, che possono condurla alla morte (la morte del bambino è una conseguenza prevista, ma non voluta).
Questa è attualmente l’unica prassi lecita riconosciuta dalla teologia morale cattolica, anche se il magistero non si è ancora espressamente pronunziato.

4. In passato, dove non si poteva praticare un intervento assimilabile all’aborto indiretto, si cercava di portare avanti la gravidanza il più possibile, estraendo il feto verso il sesto mese, in modo tale da assicurare la sua sopravvivenza. In questo senso si era espresso il S. Uffizio – 5.3.1902 – in una risposta alla facoltà di teologia dell’università di Montreal, DS 3358).
Ai nostri giorni si riesce ad assicurare la sopravvivenza del feto anche qualche settimana prima.

5. Ma oggi, anche con l’aiuto dell’ecografia, si può diagnosticare la presenza di una gravidanza extrauteruina.
E purtroppo si preferisce ricorrere ad un’altra pratica: si procede alla rimozione precoce dell’embrione dalla sede anomala, anche in assenza di qualsiasi segno e sintomo di danno per la tuba e di minaccia attuale per la vita della madre.
Il vantaggio che se ne ricava è per la salute della madre e la salvaguardia delle tube anche in vista di una fertilità futura.
Ma questa rimozione precoce di fatto è un aborto diretto, perché qui la morte del feto è il mezzo usato per garantire la salute della madre.
Si attua infatti la rimozione di un feto incapace di vita extrauterina, in assenza di pericolo imminente e senza alcuna speranza di sopravvivenza.
Né è lecito parlare di legittima difesa da parte della madre, perché il feto non è lì per iniziativa sua, non ha alcuna intenzione di aggredire ed è tutto nel suo interesse che sopravviva anche la madre.

5. Nel futuro qualcuno prospetta come possibile alternativa, ma non ancora tecnicamente viabile, un intervento medico mirante al riposizionamento dell’embrione nel suo ambiente naturale.
Questa tecnica, che passa sotto il nome di conversione tubarico-uterina, attualmente è ancora in fase di studio.
L’Istruzione Donum vitae (22.2.1987) permette di prevederlo quando scrive: “nel caso di sperimentazione chiaramente terapeutica, qualora si trattasse cioè di terapie sperimentali impiegate a beneficio dell’embrione stesso allo scopo di salvare in un tentativo estremo la sua vita, e in mancanza di altre terapie valide, può essere lecito il ricorso a farmaci o a procedure non ancora del tutto convalidate” (DV I,4).

Nella speranza di aver portato chiarezza, ti saluto cordialmente, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo