Quesito

Gentile Don Angelo Bellon,
Mi chiamo M. ho 19 anni e vengo da ….
Fin da quando ero piccolo sono stato cresciuto nella fede cattolica. I miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza della Messa, della preghiera e dei sacramenti. Fin dai primi anni ho frequentato il catechismo, partecipato alle celebrazioni liturgiche e imparato a conoscere Gesù come amico, guida e Salvatore. Ricordo con affetto le Messe domenicali, le processioni, i momenti di preghiera in famiglia o da solo, e i primi approcci alla vita sacramentale. 
La mia Prima Comunione è stata un momento molto significativo: ricordo l’emozione di ricevere Gesù per la prima volta, la gioia semplice ma sincera con cui vivevo quei momenti. Anche la Cresima è stata importante: sentivo che stavo prendendo un impegno serio nella fede, anche se non ne comprendevo ancora fino in fondo il significato.
In quegli anni la mia fede era semplice ma viva. Avevo un certo timore di Dio, ma anche un senso di fiducia: sentivo che Lui era vicino, che mi ascoltava, che mi proteggeva. Pregavo con spontaneità e sentivo nel cuore che la via del Vangelo era quella giusta. Partecipavo con regolarità alla Messa, cercavo di confessarmi, e cercavo, per quanto potevo, di vivere in grazia di Dio. 
Ma crescendo, soprattutto entrando nell’adolescenza e nella giovinezza, questo legame si è progressivamente affievolito. La fede è diventata qualcosa di più distante, meno sentita. Ho iniziato a lasciarmi attrarre da ciò che il mondo proponeva: divertimento, piacere, libertà apparente. Ho cominciato a mettere da parte Dio, convinto che tanto avrei potuto “sistemare tutto dopo”. Così, ho finito per cadere in una vita disordinata, piena di peccati gravi.
In quel periodo ho fatto scelte che ora riconosco come sbagliate. Ho commesso peccati gravi: sono andato in discoteca, sono caduto nella fornicazione, nell’ubriachezza, nell’uso di droghe e anche nell’autoerotismo. Tutto questo mi ha allontanato dalla fede, da Dio, dalla pace che avevo da bambino. Mi sono lasciato trascinare in un buio interiore sempre più profondo.
La prima cosa che ho cercato di fare, prima ancora di riavvicinarmi davvero, è stata confessarmi. Ma il parroco a cui mi sono rivolto mi ha detto chiaramente che sarebbe stato inutile se non provavo vero pentimento, anche se io già lo sapevo. Mi ha detto che potevo forse prendere in giro lui, ma non Dio, e che avvicinarmi alla confessione senza dispiacere sincero nel cuore per i peccati commessi avrebbe significato commettere un ulteriore peccato. Quelle parole mi hanno colpito profondamente e mi hanno fatto riflettere. Nonostante questo, in seguito sono andato da un altro sacerdote e alla fine mi sono confessato. Tuttavia, mi è rimasto il dubbio: credo sinceramente che, in quel momento, il pentimento vero e profondo ancora non lo sentivo.
Da circa un anno, però, ho iniziato un cammino autentico di ritorno alla fede. Mi sono riavvicinato con più consapevolezza: vado a Messa quasi ogni giorno, leggo la Bibbia quasi quotidianamente e prego ogni giorno. Ho smesso di compiere quei peccati e sto cercando davvero di ritornare in grazia di Dio.
Eppure, nonostante tutto questo, sento un peso nel cuore: è passato un anno, non commetto più quei peccati, ma non riesco ancora a provare quel pentimento profondo, quel vero dispiacere per i peccati che ho commesso. E questo mi fa paura. Ogni giorno che passa, sento come se mi stessi avvicinando sempre di più alla dannazione, pur essendomi riavvicinato a Dio. Non riesco a capire perché non arrivi quel pentimento che so essere necessario per una confessione pienamente valida e per la salvezza dell’anima.
Sono davvero molto preoccupato per la nostra situazione spirituale. Ormai prendiamo sul serio la possibilità reale di finire all’inferno, e ci chiediamo con angoscia se, arrivati a questo punto, possiamo ancora avere una buona speranza di salvarci. Il mio parroco mi ha detto che posso salvarmi e questo lo so, ma quello che voglio capire è se posso davvero nutrire una speranza fondata, oppure se ormai è davvero difficile, perché ci vorrebbe quasi un miracolo che io provi quel pentimento vero per tutti i peccati commessi.
Mi farebbe molto piacere se pubblicasse la mia risposta sul vostro bellissimo sito.
Con tutto l’amore di cui dispongo, le auguro una grande benedizione da parte di Dio.
M.


Risposta del sacerdote

Caro M.,
1. per giungere al tuo attuale problema mi piace riandare agli anni della tua infanzia quando eri “innocente” e vivevi un reale feeling con Nostro Signore.
Per questo Gesù ha detto: “Lasciate che i bambini vengano a me” (Mc 10,13).
Sebbene nel frattempo abbia perso l’innocenza dei bambini, ne hai conservato la nostalgia.
Ed è stata proprio questa nostalgia a mettere in te il desiderio di tornare ad essere come i bambini, come vuole il Signore.

2. “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).
Tornare alla semplicità di un bambino è una delle imprese più difficili della nostra vita perché significa stare al proprio posto in umiltà, secondo la consapevolezza che i bambini hanno di sé nei confronti degli adulti.
Significa anche essere liberi dalla concupiscenza che travolge molto spesso la mente degli adolescenti, dei giovani e degli adulti fin quasi ad accecarli.
Significa infine non conservare rancore e non ricordarsi degli sgarbi e dei litigi. I bambini, giocando, spesso bisticciano tra di loro ma poi riprendono subito come prima, dimentichi di quello che è successo.
Solo con questi sentimenti si entra nel Regno dei Cieli, vale a dire nel cuore di Dio, nel cuore di Gesù Cristo.
Entrando nel cuore di Nostro Signore si prova un po’ di quel dispiacere che lo ha spinto a piangere su Gerusalemme e a dire in croce: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

3. Questo lavorio di incarnazione del Vangelo nella nostra vita non si attua da un momento all’altro, ma richiede continua lotta per superare se stessi.
I disordini compiuti nella giovinezza vengono perdonati in un attimo nella confessione sacramentale.
Ma le ferite e le cicatrici che questi hanno procurato rimangono e per essere estinte richiedono tempo e combattimento.
In una parola, non si diventa umili, puri e miti in un istante.

4. Insieme a questo è necessaria la confessione sacramentale fatta in maniera regolare e frequente, badando all’atto principale della confessione che è quello del pentimento.
L’accusa dei peccati gravi è necessaria.
Ma è ancor più necessario il pentimento.

5. A questo proposito è doveroso ricordare che il pentimento necessario per la confessione deve essere di ordine soprannaturale, proprio perché il peccato ha rotto o disturbato la relazione soprannaturale con Dio.
Essendo di ordine soprannaturale, non può nascere dal nostro cuore, ma deve venire dall’alto.
Pertanto è necessario domandarlo.

6. Dio stesso ci insegna a fare così come quando ha stimolato Geremia a dire: “Convertimi, Signore e io mi convertirò” (Ger 31,18) e “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo” (Lam 5,21).
Perciò è ben vero quanto diceva il santo Curato d’Ars: “Bisogna impiegare più tempo a chiedere la contrizione che a esaminarsi” (M. JOULIN, Il curato d’Ars, p. 130).
È necessario chiederla al Signore come un dono, come una grazia, poiché è di ordine soprannaturale.
Si tratta infatti di provare qualcosa di quegli stessi sentimenti che il Signore ha avuto per i nostri peccati. Li ha visti così orribili da meritare di essere espiati con la morte in croce.

7. Concretamente che cosa puoi fare?
Ti consiglio di metterti in preghiera prima della confessione e di domandare alla Madonna di ottenerti la grazia di un sincero pentimento.
Puoi farlo recitando un po’ di Rosario.
Fatta la confessione, di nuovo rivolgiti a Maria perché ti ottenga la grazia di essere fedele al proposito che avrai fatto di non offendere più il Signore e di fuggire le occasioni prossime di peccato.
Perché rivolgerti alla Madonna? Perché il Signore ce l’ha data come madre e, proprio per svolgere questo compito, le ha messo a disposizione tutti i beni del paradiso perché possa aiutarci secondo le nostre necessità.

8. Desidero ricordare infine che, trattandosi di un pentimento soprannaturale e pertanto di ordine spirituale, non richiede l’intensità delle emozioni, che sono di ordine sensibile.
Per emetterlo è sufficiente che la volontà segua con devozione le parole dell’atto di dolore. La Chiesa non chiede altro.
Sarebbe bello se si giungesse anche ad essere lieti per il pentimento ottenuto. Per questo Sant’Agostino diceva che “il penitente sempre deve provare dolore e rallegrarsi di esso” (De penitentia, XIII).
Con l’augurio di giungere all’esperienza descritta da Sant’Agostino, ti benedico e ti ricordo volentieri nella preghiera.
Padre Angelo

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