Quesito

Caro Padre Angelo,
le volevo porre una domanda sul tirannicidio: come saprà, era questione dibattuta nel Medioevo se fosse lecito uccidere in alcuni casi un tiranno ed alcuni come Giovanni di Salisbury si espressero a favore mentre ad esempio San Tommaso era contrario.
Ma, dopo il Medioevo fino ad arrivare ad oggi, qual’è stata la posizione del Magistero sul tema?
Colgo l’occasione per ringraziarla per il magnifico lavoro che lei svolge e per assicurarle le mie preghiere.
Niccolò


Risposta del sacerdote

Caro Niccolò,
1. La Chiesa ha sempre ammesso la legittimità di difendere se stessi nel caso di ingiusta aggressione fino al punto da esporre l’aggressore alla morte.
Il problema è il seguente: il tiranno può essere considerato ingiusto aggressore. È lecita la sua uccisione?
Il parere concorde della morale è affermativo per il tiranno che ha usurpato il potere e non si è ancora consolidato, mentre è da escludersi nel caso di uno che usurpando il potere governi pacificamente o nel caso del principe legittimo che governa in maniera tirannica.

2. Un accenno all’uccisione del tiranno è presente nella Populorum progressio di Paolo VI al n. 31: “Si danno per certo delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedire loro qualsiasi iniziativa o responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana. E tuttavia lo sappiamo: l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali di una persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese, – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande”.

3. L’Istruzione Libertatis conscientia (Libertà cristiana e liberazione, 22.3.1986) approfondisce ulteriormente il pensiero di Paolo VI: “Questi principi (la moralità dei mezzi) devono essere rispettati in modo speciale nel caso estremo del ricorso alla lotta armata, che il magistero ha indicato quale ultimo rimedio per porre fine a una tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune di un paese.
Tuttavia l’applicazione concreta di questo mezzo può essere prevista solo dopo una valutazione molto rigorosa della situazione.
Infatti, a causa del continuo sviluppo delle tecniche impiegate e della crescente gravità dei pericoli impiegati nel ricorso alla violenza, quella che oggi viene chiamata resistenza passiva apre una strada più conforme ai principi morali e non meno promettente di successo.
Non si può mai ammettere, né da parte del potere costituito, né da parte di gruppi di insorti, il ricorso a mezzi criminali come le rappresaglie perpetrate ai danni della popolazione, la tortura, i metodi del terrorismo e della provocazione calcolata per causare la morte di uomini nel corso di manifestazioni popolari.
Sono egualmente inammissibili le odiose campagne di calunnie, capaci di distruggere psichicamente o moralmente una persona” (n. 79).

4. Sull’efficacia della resistenza passiva Giovanni Paolo II annota in Centesimus annus: “Merita poi di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un simile blocco o impero (sta parlando del crollo del socialismo reale e della caduta dell’impero sovietico), si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia.
Mentre il marxismo riteneva che solo portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza dell’avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana.
Sembrava che l’ordine europeo, uscito dalla seconda guerra mondiale e consacrato dagli ‘‘accordi di Yalta’ potesse essere scosso soltanto da un’altra guerra. È stato invece superato dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità…
Ciò ha disarmato l’avversario, perché la violenza ha sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere, pur se falsamente, l’aspetto della difesa di un diritto o della risposta a una minaccia altrui.
Ringrazio ancora Dio che ha sostenuto il cuore degli uomini nel tempo della difficile prova, pregando perché un tale esempio possa valere in altri luoghi e in altre circostanze. Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne, come alla guerra in quelle internazionali” (CA 23).

Ti ringrazio per la stima di cui ci circondi e per le preghiere che ricambiamo di cuore.
Ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo