Quesito

Caro Padre Angelo,
sono sempre stata molto innamorata delle parabole di Gesù e anche di Gesù quale modello di Comunione con il Padre. solo una parabola non è mai stata di mio gradimento in quanto ,da sempre l’ho travata ingiusta, ed è quella del figlio prodigo. cercando di comprenderla mi vengono in mente due conclusioni: la prima è che a Dio non importa quanto, chi resta al suo fianco, sia fedele a lui, quanto  che chi se ne allontana, ne faccia ritorno.
la seconda è che Dio premia chi fa ritorno, indipendentemente dal peccato commesso, con maggiore grazia rispetto a chi fedelmente rimane al suo fianco. in questo caso il peccato è stato lo sperpero di beni materiali mi chiedo se l’accoglienza sarebbe stata la stessa se il figlio avesse ucciso…vorrei che lei mi spiegasse meglio il significato di questa parabola e di come attua Dio il perdono  nei nostri confronti. di conseguenza, mi sorge un’altra domanda: se Dio ama cosi infinitamente, passando sopra tutte le nostre colpe, che senso hanno i 10 comandamenti?
In attesa di una sua risposta la saluto cordialmente, la ringrazio e la ricordo nelle mie preghiere affinché Dio benedica questo bellissimo servizio di apostolato che lei mette a disposizione di tutti noi. con affetto.
Rossella 


Risposta del sacerdote

Cara Rossella,
1. capisco lo stupore che questa parabola ti lascia,
Ma è proprio a questo che il Signore vuole giungere.
Forse ci si aspetterebbe – secondo la nostra logica umana – un Dio più giusto.
Invece Dio vuole sbalordire gli uomini con la sua misericordia.

2. Si badi bene però: non una misericordia che fa finta di niente, che lascia le cose come sono. Ma che porta al pentimento e al cambiamento di vita molto più che la semplice giustizia.
Tornando a casa, il figliol prodigo non si aspettava affatto un’accoglienza del genere. Ma poi ha scoperto quanto il Padre l’amasse. Non pensava che fosse così.
Non solo non l’ha punito ma l’ha rimesso al posto di prima.

3. Al posto di prima, ma non con i sentimenti di prima.
Perché prima il figliol prodigo stava in casa con i sentimenti dei servi, come del resto continuava a starvi il fratello maggiore.
Prima sentiva che tutto gli era dovuto, tanto che ad un certo momento chiese al padre la parte che gli spettava secondo giustizia.
Adesso invece sta in casa con il perfetto convincimento che tutto è grazia, che tutto è dono, che tutto è misericordia.
Gli è stato condonato troppo per avere anche il minimo convincimento che adesso qualcosa gli spetti per diritto.

4. Ed è questo il sentimento con cui tutti quanti siamo chiamati a stare insieme nella casa del Padre.
Ognuno di noi sa che Dio gli ha condonato infinitamente.
E non una volta sola.
Se siamo ancora nella casa del Padre, se possiamo godere ancora della comunione con Lui, della comunione con i Santi e con i beni del Paradiso è solo per grazia, solo per misericordia.
E tanto al termine della giornata quanto al termine della vita sentiamo che l’espressione più vera con la quale possiamo dipingerci è quella uscita dalla bocca di Gesù: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Lc 17,10).
Potevamo fare ancor meglio se avessimo accolto in pienezza tutta la grazia sua.
Anzi, avremo ancora il dispiacere di aver impedito a Dio di effondere per mezzo nostro su di noi e sul mondo intero tutto il bene che Egli voleva comunicare.

5. Adesso, dopo essere stato accolto così, il figliol prodigo sta in casa con i sentimenti del padre. La sua misericordia gli è stampata nel cuore, nella mente, nella vita, nel fondo della sua anima.
Nella casa del Padre non vi sta con superbia, ma con umiltà, sapendo di essere più indegno dei suoi servi.
Eppure proprio a lui è stato dato di nuovo l’anello, come segno del potere che gode in quella casa, i calzari come segno della libertà di cui nuovamente gode, il vestito bello come segno della sua figliolanza e della sua dignità.

6. La parabola, mostrandoci l’atteggiamento del fratello maggiore, ci ricorda che non è con quei sentimenti che si sta accanto al Padre e accanto ai fratelli che sono andati via di casa e poi sono tornati.
Come ho detto, il figlio più grande stava in casa ancora con i sentimenti del servo, con i sentimenti della giustizia.
Quel figlio maggiore non aveva ancora compreso che la ricchezza più grande del padre non era quella dei campi, ne aveva una immensamente più grande, quella del cuore.
E che proprio questa ricchezza avrebbe saputo toccare i cuori più induriti, come quello del figlio minore.
Il padre ha avuto misericordia con il figliol prodigo.
Ma sotto un certo aspetto non ne ha avuta una minore col figlio maggiore stando insieme con lui per tanto tempo senza che questi entrasse in sintonia col suo cuore.

7. Vengo adesso al secondo punto della tua mail e dico subito che non è esatto e stravolge la realtà. Scrivi infatti: “Dio premia chi fa ritorno, indipendentemente dal peccato commesso”.
Ebbene, far festa non è la stessa cosa che premiare.
Si fa festa anche per uno che torna a casa dell’ospedale dopo una lunga degenza. Ma non si fa festa e tanto meno lo si premia perché è stato colpito dalla malattia, ma perché è ritornato a casa, perché la sua presenza è sempre rimasta cara e gradita. E anzi, a motivo della lontananza, si è ancor più ingrandita.
Il motivo della festa per il figliol prodigo è ben dichiarato dal Padre: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).
È la stessa festa che il Signore ha fatto per noi tante volte, con una inesauribile pazienza: dopo che ci eravamo allontanati da casa sua col peccato, ci ha riaccolti nella confessione (anche il figliol prodigo l’ha fatta) e ci ha ammessi di nuovo alla Comunione con sé e con tutti i beni del Paradiso.
Nessuno di noi può dire: quel tale non è degno di essere riammesso alla Comunione con Gesù Cristo, dopo che si è pentito e ha fatto ritorno a casa.
Il Signore ha riammesso noi tante volte. Come possiamo dirgli di tener fuori chi ha fatto la nostra stessa esperienza?

8. Ecco: nella famiglia di Dio bisogna starci col cuore di Dio.
Diversamente, pur essendoci materialmente dentro, è come se si stesse fuori.

Ti ringrazio di aver attirato l’attenzione su questa parabola che al dire comune è quella che sintetizza tutto il significato del Vangelo.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo