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Quesito

Caro Padre Angelo,
da qualche settimana medito sul problema seguente. Come la Chiesa insegna, so che gli animali non posseggono anima immortale e non risorgeranno. Essi non hanno, comunque, vita eterna. La loro esistenza, diversamente da quella dell’uomo, è chiusa nello spazio della loro vita terrena.
Gli animali sono, quindi, un segno importante della misericordia e dell’amore di Dio per l’uomo. Infatti, la loro vita effimera ci ricorda ogni momento in cui la contempliamo che la nostra, al contrario, è eterna, sia che viviamo per il bene, in perpetua contemplazione di Dio, sia che per i nostri peccati ci sia per noi l’eterna pena infernale.
Fatta questa premessa, non posso tuttavia non domandarmi quanto segue.
Gli animali soffrono. Pur non consapevoli di sé stessi, essi patiscono il dolore, la fame, le malattie, la morte (di regola, violenta, spesso davvero orribile: si pensi alla mosca avvelenata dal morso del ragno; o al bufalo sbranato dai leoni).
Certamente, pur non avendo anima immortale, e pur non possedendo l’intelletto, la sofferenza non è loro ignota. Anzi, si può dire che “…tutta la creazione, geme…” proprio prendendo ad esempio il caso degli animali.
Sono convinto che la sofferenza degli animali, sia, come ogni cosa da Lui voluta o anche solo permessa, preordinata ad un fine imperscrutabile di bene; un bene per l’uomo (e già solo la meditazione della condizione degli animali, come sopra ricordavo, assolve al fine di poter apprezzare i doni di Dio agli uomini).
Tuttavia, Dio, nella sua infinita giustizia, certamente non è indifferente alla sofferenza degli animali.  Non sto, badi, facendo un discorso “animalista” (mangio tranquillamente carne e ammazzo le mosche, se mi infastidiscono. Inoltre credo alla signoria dell’uomo sulle cose create).  Mi riferisco al fatto che Dio, essendo perfettamente giusto, certamente retribuisce la sofferenza degli animali. A maggior ragione se essa è incolpevole e se è preordinata ad un fine superiore.
Così ragionando, ho cercato di chiedermi quale dunque sia la retribuzione della sofferenza degli animali, posto che essi vivono una esistenza breve e violenta.  Essi non hanno un’anima immortale. Essi non risorgono. Questa loro eventuale retribuzione in cosa consiste?
Ho letto che gli animali, pur se non destinati alla vita eterna, sono, tuttavia, eterni nella mente di Dio. Si sostiene che la loro esistenza sia perfetta nella mente di Dio e che, quindi, in qualche modo, essa si eternizzi colà.  Tuttavia, non mi pare che questa possa chiamarsi una retribuzione. Infatti, nella mente di Dio non vi è dubbio che sussista perfettamente il pensiero della particolare mosca, divorata dal particolare ragno. Ma ciò non è una retribuzione della mosca per essere servita in questo modo ad un superiore fine.
Mi rendo conto che il tema è difficile. Per lo meno, così sembra a me che non ho una preparazione adeguata. Né mai del resto l’avrò, perché faccio il commercialista, e tempo per studiare seriamente la teologia non ne ho davvero.
Tuttavia, mi piacerebbe capire se il problema che mi sono posto sia corretto, nella sua premessa, e, in tal caso, se abbia una soluzione.
Cordiali saluti e grazie dell’attenzione
Ascanio


Risposta del sacerdote

Caro Ascanio,
1. tutti i ragionamenti che hai fatti sono giusti, compreso quello riguardante gli animali che esistono nella mente di Dio.
Esistere nella mente di Dio non è una retribuzione. Anche i sassi e l’acqua esistono nella mente di Dio e vi rimarranno per tutta l’eternità.
Il concetto di retribuzione rimanda a quello di ricompensa.
Ora se non risorgono dai morti e non hanno una vita futura propria come possono essere retribuiti?

2. Io penso che il loro premio stia già nel fatto di esistere e di rimanere per sempre nella mente di Dio.
Esistono eternamente mentre avrebbero potuto non esistere.
Sono stati di servizio agli uomini per lodare e amare il Creatore.
Anche per loro i giusti loderanno e ameranno il Signore per sempre.
Questo, in maniera indiretta, è il loro premio.
Ed è già non solo una cosa grande, ma enorme.

3. Colgo anche l’occasione per dire che la sofferenza in se stessa non è la causa del nostro merito per la vita eterna.
Sorgente del merito è quell’unione con Cristo che avviene mediante  la  grazia santificante.
Meritorie per la vita eterna sono le azioni compiute per amore del Signore.
Gesù ha detto: “Chi non raccoglie con me disperde” (Lc 11,23).
Anche quelli che vanno all’inferno nella vita presente possono aver sofferto molto proprio a motivo dei loro peccati. Ma le loro sofferenze non hanno subito quella trasformazione che le elevava e le faceva diventare culto spirituale, sacrificio santo e gradito a Dio (Rm12,1).

Ti ricordo al Signore ti benedico.
Padre Angelo

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