Quesito

Caro Padre Angelo,
stamani era capitato il discorso “convivenza” a casa e caso o Provvidenza ha voluto che, visitando il sito di Amici Domenicani, trovassi nella rubrica, inserito proprio oggi, “Come ci si deve comportare con i parenti che vanno a convivere”.
Ieri i miei genitori hanno appreso che una loro nipote (quindi mia cugina) convive con il suo fidanzato. Mia madre era addolorata e preoccupata delle conseguenze di questa scelta. Inoltre, avendo una visione di vita abbastanza anticotestamentaria, sosteneva che la coppia avrebbe avuto dei castighi, che le cose sarebbero andate male per loro, a motivo del loro rapporto lontano dalla legge divina.
In quel momento ho risposto istintivamente che, pur non rispettando gli insegnamenti cattolici, i due avrebbero vissuto tranquillamente, perché fare la volontà di Dio non significa avere più probabilità di condurre una vita senza dolori, situazioni difficili, eccetera. Basta pensare a Gesù, che è stato vittima della cattiveria umana; a Maria, che ha fatto la volontà di Dio e a cui una spada ha trafitto l’anima; a Giovanni Battista e a tutti i martiri… Certo, il martirio è visto come una “corona”, così come lo “scandalo” della croce è in realtà motivo di gloria… Tutt’altra logica, insomma.
Ecco perché, dal momento che non ci sono motivazioni “materiali” perché una coppia non conviva (la vita procede bene comunque, anche se nel peccato), se due persone non sono formate cristianamente è quasi automatico che facciano questa scelta… Fin quando le cose vanno bene non c’è ragione di mettersi in discussione. Mia cugina ha un posto di ricercatrice universitaria, il suo convivente è ugualmente ben sistemato, quindi perché mettere in mezzo Dio? Si sta bene così!
In un certo senso capisco la perplessità di mia madre, ma, contemporaneamente, anche se sono cattolica, penso che queste persone siano felici così, e siano forse più felici di me che ogni giorno mi sforzo di essere casta, pura, obbediente, generosa, disponibile, eccetera… Io, cattolica, soffro molto di più per mantenermi integra.
Chi è più superficiale soffre di meno. Perciò…in un mondo dove si ricerca il benessere in primis, come possono attirare scelte così scomode come quelle che hanno come posta in gioco una salvezza che noi quaggiù non saremo mai sicuri di ottenere?
“Chi supera le tentazioni, merita di essere servito dagli angeli” ho letto spesso nelle sue risposte, ma, per esperienza e almeno in apparenza, mi sembra che i buoni soffrano e i cattivi o le persone che non si fanno problemi di morale se la spassino…
Solo dopo la morte potremo capire… Solo la prospettiva eterna ci può motivare…


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. concordo con quella che ha detto tua madre, anche se espresso con linguaggio veterotestamentario.
Chi si mette fuori della grazia del Signore, si espone ad essere vittima dei demoni.
Non credere che questi padroni siano molto indulgenti.
Sì, non è il Signore che castiga (questo è il linguaggio dell’Antico testamento) ma chi pecca si autocastiga e si fa castigare dai suoi avversari.
Tua cugina potrebbe essere felice, forse, ma solo fino ad un certo punto. E non è necessario attendere l’altra vita.

2. Certo nessuno di noi sa per quali motivi Dio permetta la sofferenza nelle persone. Vi può essere una finalità espiatoria, come è stato nel caso di Cristo, della Beata Vergine e di molti Santi.
Per questo, quando vediamo una persona che soffre, non è mai lecito dire: Dio l’ha castigata!
Ma questo non toglie che uno possa essere vittima del proprio comportamento.

3. Non è necessario essere cristiani per comprendere che la convivenza è cosa sbagliata: in Cina e in India sono forse cristiani?
Anche lì sanno che non si può prendere il corpo dell’altro e farne possesso finché non è di loro appartenenza.
È sufficiente la legge morale che c’è dentro il cuore di ogni uomo per comprendere ciò che è bene e che cosa è male.
Ma qualcuno a motivo del peccato si rende incapace di comprenderla. “Il peccato si abbatte sempre sopra colui che lo compie”, diceva Giovanni Paolo II, “con una oscura e potente forza di distruzione”, offusca la capacità di discernere il bene dal male e limita la capacità di amare in maniera vera, perché rende schiavi delle passioni (Reconciliatio et paenitentia, 17).

4. Inoltre chi vive senza Dio e senza Gesù Cristo, non ha ancora scoperto che la vera ricchezza consiste proprio nel possesso di Dio nel cuore, nel godere degli stessi pensieri e sentimenti di Cristo.
Chi vive senza Dio, senza Gesù Cristo nel cuore, non ha ancora scoperto ciò che sazia in profondità il cuore dell’uomo. E per questo è vagabondo, mai perfettamente sazio, come la samaritana che cercava nei vari pozzi effimeri ciò che essi non potevano contenere.

5. Hai sentito la prima lettura di ieri (sesta domenica del tempo ordinario)?
Chi vive senza Dio nel cuore è come un tamarisco nella steppa: e cioè come un albero senza frutto e senza futuro. È desolante vivere senza frutto e senza futuro (tua cugina purtroppo si sta impratichendo in questo!).
Chi vive unito al Signore invece è unito alla sorgente di ogni bene e di ogni vera gioia e prova una consolazione analoga a quella dell’albero che affonda le sue radici nell’acqua, sicché non inaridisce mai.

6. Tu avrai i combattimenti per essere casta e virtuosa. Ma la gioia lasciata dalla vittoria e soprattutto la presenza della grazia del Signore, della preghiera, della S. Comunione e della Comunione col Cielo non è paragonabile alla felicità di chi ha anestetizzato la propria coscienza.

Ti auguro una buona, santa e fruttuosa quaresima.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo