Quesito

Carissimo Padre Angelo,
le ho già scritto l’anno scorso (credo che la mia email sia stata catalogata come "Tre domande su Dio e una richiesta da parte di un giovane ateo"). Non le ho risposto fino ad ora perché ho preferito meditare le sue belle parole. Non ha idea di quanto lei abbia saputo, con la sua risposta e anche con le sue preghiere, aiutarmi nel lungo e spesso difficile cammino di cui sono ancora all’inizio. Stasera le scrivo per aggiornarla sul mio percorso e chiederle alcuni consigli. Non è semplice sintetizzare tutto in una email, ma posso dire che ho iniziato a coltivare questo lumicino che pare essersi acceso in me, anche con l’aiuto del grande sacerdote della mia parrocchia, che mi sta seguendo con grande cura, compatibilmente col fatto che sto in un’altra città per motivi di studio. Prego molto, medito molto e leggo molto. Quanto alle preghiere, la situazione è molto "strana", se mi passa il termine: talvolta mi capita di sentire le parole che recito come pietruzze che non riescono ad oltrepassarmi la pelle, come se le preghiere fossero lettera morta sulla mia lingua, e ciò mi genera un grande sconforto e senso di solitudine; talaltra mi pare quasi di poter comprendere (mi scuso se sembrerò ardito: non è mia intenzione) la stupenda invocazione alla notte di San Giovanni della Croce, perché la mia anima esplode e si espande, fino a toccare vette di gioia che non penso altra cosa mi abbia mai procurato. Vorrei avere, anzitutto, un suo consiglio in proposito. Chiaramente non la sto interpellando per "trovare una scorciatoia", che non penso esista, ma solo per avere una sua parola su come affrontare una fase di alti e bassi come questa.
Quanto al leggere, e qui arrivo alla seconda questione che mi preme toccare con lei, mi sono innamorato del Vangelo, ma anche degli scritti lasciatici da molti santi, e in particolare Sant’Agostino. Ormai la sera cerco di ritagliarmi più tempo possibile per leggere e pregare, ma sento anche una forte spinta a tentare di comprendere la fede e gli oggetti di fede, per quanto possibile alla filosofia, che è la materia che studio. Volevo quindi chiederle: dal momento che, non di rado, il mio timore è quello di cadere dal tentativo di comprendere all’arroganza dello zelo eccessivo, dove sta il limite? Dove deve fermarsi l’intelletto? E come fare in modo che, una volta che esso ritiene di aver afferrato qualcosa, non ceda alla vanità?
Ancora una volta mi scuso per la lunghezza forse eccessiva della mia email. Ormai da un po’ di tempo la ricordo nelle mie preghiere con gioia. Vorrei chiederle, anche questa volta, il favore di dire una preghiera per me, e anche per quelli che come me stanno cercando di tornare.
Un caro saluto
Matteo


Risposta del sacerdote

Caro Matteo,
1. non puoi immaginare quanta gioia mi abbia procurato la tua email e quanta ne procurerà anche a tanti nostri visitatori che senza dubbio, dopo aver letto la nostra corrispondenza pubblicata il 16 ottobre 2012 avranno messo anche te nel novero delle loro preghiere.
Deo gratias!

2. Adesso vengo alla tua prima domanda che ha come oggetto gli alti e i bassi che provi nella preghiera.
Anche san Bernardo, il doctor mellifluus (pieno di miele), provava quest’altalena e gli dispiaceva molto.
Dice: “Mi ha invaso questa languidezza e ottusità della mente, questa debolezza e sterilità dell’anima, assenza di devozione. Come si è asciugato così il mio cuore? È tale la durezza del cuore che già non riesce a commuoversi né a versare una lacrima. Non trovo più gusto nel salmodiare, la lettura spirituale mi risulta insipida, la preghiera ha perso per me il suo incanto… Mi sento pigro nel lavoro manuale, sonnolento nelle veglie, propenso ad arrabbiarmi, ostinato nella mia avversione” (Sermoni sul cantico dei Cantici, 54).

3. C’è indubbiamente un disegno divino in questo altalenarsi. Dio ci trae a sé con legami di bontà, come dice il profeta Osea (Os 11,4).
Ma spesso succede questo: appena cominciamo a sentire la dolcezza della presenza del Signore, la luminosità della sua luce e la dilatazione del cuore per l’unione tra noi e Lui, quando desidereremmo permanere sempre in questo stato che ci sembra un Tabor e un Paradiso anticipato, poco dopo  ritorniamo nell’apatia.
In questo c’è un disegno mirabile del Signore il quale anzitutto vuol farci comprendere che la sua presenza nei nostri cuore non si misura dall’esperienza della soavità e della dolcezza.
Questi sentimenti sono molto belli certamente, ma in quanto sentimenti appartengono all’ordine sensibile.
L’unione con Dio invece è una realtà di ordine soprannaturale e non sarebbe corretto  misurare con un metro sensibile realtà di un ordine che le trascende.
Inoltre il Signore ci priva di questi sentimenti perché c’è il rischio di andargli dietro per la contentezza che proviamo nel seguirlo.
E questo, sebbene non sia da biasimare, denota ancora un amore imperfetto. In fondo, c’è il rischio che ci interessi più quello che deriva dalla sua sequela che la sua Persona.
Il Signore pertanto ci priva di queste consolazioni perché il nostro amore si purifichi e diventi sempre più degno di Lui che non ci ama per il tornaconto che ne ricava, ma semplicemente perché ci vuole bene.
San Bernardo dice anche che dopo essersi alquanto manifestato, Dio si nasconda di nuovo perché lo si cerchi con nuovo ardore.
Vedi dunque i mirabili disegni di Dio in questo suo comportamento: si volgono tutti in ordine ad un progresso, per evitare il ristagno.
I santi Padri dicevano che “in via Domini non progredi, regredi est!” (nella via del Signore il non progredire è come un regredire.
Né va dimenticato che talvolta questo alternasi può dipendere anche dai nostri peccati veniali e dalla mancanza di prontezza nel corrispondere alle interne ispirazioni, cose tutte che hanno come effetto immediato il  raffreddamento del fervore.

4. Che fare in questa situazione?
S. Teresa dedica particolare attenzione a questo fenomeno, da lei stessa lungamente provato.
I suoi suggerimenti conservano la loro validità. Nel capitolo undicesimo della Vita scrive: “Che deve fare colui che da molti giorni non prova altro che aridità, disgusto, insipidezza, e un’estrema ripugnanza… né riesce a formulare un buon pensiero?”.
“Sua Maestà vuole condurre per questa strada perché comprendiamo meglio il poco che siamo”, che il nostro amore è ancora tanto interessato.
Quando questa situazione non dipende dalle nostre negligenze bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio per tutto il tempo che vorrà lasciarci in questo stato e convincersi che la devozione sensibile non è essenziale al vero amor di Dio e che basta voler amare Dio per amarlo già realmente.
Dice anche che dobbiamo umiliarci profondamente e riconoscerci indegni di ogni consolazione.
Tutto questo giova a farci comprendere che dobbiamo servire Dio “con giustizia, fortezza d’animo e umiltà” e perseverare nella preghiera, imitando Gesù che, agonizzando nel Getsemani e pur provando nausea e angoscia, “pregò ancor più intensamente” (Lc 22,44).
S. Ignazio di Loyola va più in là e suggerisce di “aumentare possibilmente il tempo della preghiera per abituarsi non solo a vincere l’avversario, ma anche ad abbatterlo” (Esercizi Spirituali, n. 13).

5. Vengo ora alla seconda domanda che potrei riesprimere in questi termini: come impostare in maniera cristiana lo studio e l’approfondimento delle verità di fede? Come ricercare e nello stesso tempo rimanere umili?
La risposta è duplice.
La prima è quella che lo Spirito Santo, che sta guidando la tua vita, ti ha già fatto mettere in pratica. Scrivi infatti: “Ormai la sera cerco di ritagliarmi più tempo possibile per leggere e pregare”.
La prima strada consiste proprio nel coniugare studio e preghiera.
Le verità con cui vieni a contatto, “gli oggetti della fede” come li chiami, sono verità salvifiche. Ciò significa che tutto ha qualche cosa da dire alla nostra vita presente o a quella futura. Sono verità salvifiche, che vengono comunicate per illuminare e plasmare la nostra vita e quella del nostro prossimo.
Mentre illuminano la mente, infondono nel cuore un’attrazione non solo verso l’oggetto rivelato, ma soprattutto verso la Verità stessa, verso Gesù Cristo.
Quest’attrazione suscita adorazione, stupore, trasporto, amore, ringraziamento, lode, desiderio di comunione, desiderio di continuare a rimanere in quest’atteggiamento di “prelibazione o preassaggio  della beatitudine eterna”, preghiera e supplica di poter continuare a bere in quel torrente di luce e di delizie.
Questi sono i sentimenti che tu provi e che provano tutti quelli che “gustano la buona parola di Dio e le meraviglie della vita futura” (Eb 6,5).
Sono sentimenti che inclinano alla preghiera, alla comunione, allo stare insieme col Signore.

6. Penso in questo momento ad un grande domenicano francese, il p. Marie-Joseph Lagrange, il pioniere degli studi biblici, il fondatore dell’École biblique di Gerusalemme.
Da buon domenicano riteneva lo studio non solo come ricerca, ma come ministero o vocazione della sua vita, un ministero di conoscenza e dio ricerca al quale si sentiva deputato o incaricato da Dio stesso per il bene dei fratelli.
Era consapevole che l’oggetto della fede non è una verbum qualecumque, ma un verbum spirans amorem (Somma teologica, I, 43, 5, ad 2), “non è una verità qualunque, ma una verità che spira amore”.
Sicché, persuaso del valore salvifico della Parola di Dio, viveva nell’andirivieni continuo e senza divisione dal laboratorio all’oratorio.
Così dovremmo fare tutti.
Nella preghiera e nell’unione piena d’amore per il Signore ci si accorge che quanto si è studiato lo si conosce in maniera nuova, più profonda, con intuizioni cariche d’amore. Intuizioni che il solo studio non permette di attingere.

7. Questa è stata l’esperienza di San Tommaso, di cui egli stesso parla in maniera impersonale nell’introduzione alla teologia: “Siccome il giudicare spetta al sapiente, un duplice modo di giudicare dà luogo ad una duplice sapienza.
Accade infatti che uno giudichi per inclinazione, come fa l’uomo virtuoso, il quale, essendo disposto ad agir bene, giudica rettamente di ciò che la virtù richiede: per questo anche Aristotele dice che il virtuoso è misura e regola degli atti umani.
Altro modo di giudicare è quello che si fa per via di scienza: così, uno bene attrezzato nella scienza morale, potrebbe giudicare degli atti di virtù anche senza avere la virtù.
La prima maniera dunque di giudicare delle cose divine appartiene alla sapienza dono dello Spirito Santo, secondo il detto di S. Paolo: "L’uomo spirituale giudica tutte le cose"; e di Dionigi: "Ieroteo è sapiente non solo perché studia il divino, ma anche perché lo sperimenta in sé".
La seconda maniera poi di giudicare appartiene alla dottrina sacra in quanto frutto di studio, sebbene i suoi principi li abbia dalla rivelazione” (Somma teologica, I, 6, ad 3).

8. La seconda strada consiste nella pratica dell’umiltà.
Mi pare che San Tommaso domandasse concretamente un atteggiamento umile quando supplicava Dio con queste parole: “Rendimi, Signore mio Dio, obbediente senza contraddizione, povero senza avvilimento, casto senza corruzione, paziente senza mormorazione, umile senza finzione, lieto senza dissipazione, triste senza abbattimento, maturo senza pesantezza, pronto senza leggerezza, timorato senza disperazione, veritiero senza doppiezza, operatore di bene senza presunzione; concedimi di correggere il prossimo senza orgoglio e di edificarlo, con la parola e con l’esempio, senza simulazione”.
Come vedi si tratta di un insieme di atteggiamenti interiori e di virtù che si aiutano e si perfezionano vicendevolmente. E tutte convergono nel tenerci pieni di rispetto per Dio e verso il prossimo.
Questa è la vera umiltà che San Tommaso descrive come “virtù che propriamente riguarda la riverenza con la quale l’uomo si sottomette a Dio non solo in se stesso, ma anche per quanto di divino c’è in ogni creatura” (Somma teologica, II-II, 161, 3, ad 1).
La vera umiltà non è uno svolazzo mentale che parte dal nostro animo quando nessuno e niente ci da fastidio. C’è vera umiltà quando c’è pazienza senza mormorazione. E come è difficile!
C’è vera umiltà quando c’è obbedienza senza contraddizione!
C’è vera umiltà quando c’è povertà senza ostentazione di virtù!
C’è vera umiltà quando c’è castità senza corruzione, a partire dalla nostra mente e dalla nostra immaginazione…

9. Ecco dunque le due vie per non insuperbirsi: andirivieni continuo e senza divisione dal laboratorio all’oratorio e pratica dell’umiltà nell’esercizio vero delle virtù.

Ti ringrazio vivamente per quanto mi hai scritto alla fine della tua email: “Ormai da un po’ di tempo la ricordo nelle mie preghiere con gioia”.
Lo faccio anch’io e ti dico che lo faccio subito sia per te sia per i molti che come te, con cuore sincero, sono sui passi di Colui che ha messo nel loro cuore il richiamo di Sé.
Ti ringrazio anche di averci reso partecipi della gioia del tuo incontro col Signore e ti benedico.
Padre Angelo