Quesito
Caro padre Angelo,
torno a scriverle dopo un paio di anni, perché avrei bisogno di alcune chiarificazioni da lei, secondo l’insegnamento della Chiesa.
Ho due quesiti che riguardano un bellissimo libro intervista dell’allora Card. Ratzinger (siamo nell’anno 2000) intitolato “Dio e il mondo”, che purtroppo non è più in commercio.
1) A pagina 304, il Cardinale scrive di Gesù morente sulla croce: “Iniziando a recitare il Salmo 21, Gesù sottolinea la propria identificazione con la sofferenza di Israele e si fa carico del destino di quel popolo. Ma non possiamo dimenticare che quelle parole rappresentano anche una preghiera. Quel grido di dolore riconosce Dio. Gesù muore da credente, muore rendendo omaggio al primo comandamento, quello che impone di adorare Dio e lui solo.”
Vorrei chiederle come si conciliano secondo lei queste parole con l’insegnamento di San Tommaso secondo il quale Gesù non ebbe la fede perché aveva la visione. Quando ero in seminario, durante un corso di esercizi spirituali, il vescovo che li predicava ci disse che San Tommaso sbagliava, perché Gesù ebbe la fede. Dicendo che “Gesù muore da credente”, anche il Cardinale sembra d’accordo.
2) A pagina 367, il Cardinale scrive a proposito del Battesimo: “Nel passato è stata elaborata una dottrina a mio parere poco illuminata, secondo la quale il Battesimo ci conferisce, con la grazia santificante, la capacità di vedere Dio. La condizione in cui ci getta il peccato originale e da cui ci libera il Battesimo è invece caratterizzata dalla mancanza di questa grazia santificante. I bambini che muoiono senza essere stati battezzati non hanno ovviamente commesso personalmente dei peccati, e non possono quindi essere respinti all’inferno, mancano però della grazia santificante e quindi della capacità di vedere Dio. Viene quindi assegnata loro una condizione di beatitudine naturale che permette loro di essere felici. Questa condizione è stata chiamata limbo.
Sostenere questa dottrina si è fatto nel nostro secolo gradualmente problematico. Era la base teorica che consentiva di difendere la necessità di un Battesimo precoce, ma i suoi contenuti sono di per sé discutibili.”
Le chiedo padre Angelo, lei è d’accordo alla luce dell’insegnamento di San Tommaso e del magistero della Chiesa? Io ho sempre pensato che se il peccato originale non viene rimesso, non si può vedere Dio, si rimane privi della grazia.
La ringrazio di cuore e la ricordo nella preghiera e nella Santa Messa.
don …
Risposta del sacerdote
Carissimo don…,
1. non è solo San Tommaso d’Aquino, ma è anche il magistero della Chiesa ad insegnare che Gesù come uomo aveva la visione beatifica.
2. Lo attesta il Catechismo della Chiesa Cattolica il quale, dopo aver parlato della conoscenza acquisita di Cristo (n. 472), parla anche di un altro tipo di conoscenza: “è il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini” (n. 473).
Ora il Catechismo della Chiesa Cattolica, sebbene frutto del lavoro di molti bravi teologi, è uno dei prodotti intellettuali più belli di colui che a suo tempo era il cardinale Ratzinger.
3. Da notare l’espressione “conoscenza intima e immediata”, che richiama l’affermazione di Benedetto XII nella Bolla Benedictus Deus nella quale si parla della conoscenza dei santi in cielo e si dice che “essi vedono l’essenza divina con una visione intuitiva e, più ancora, faccia a faccia, senza che ci sia, in ragione di oggetto visto, la mediazione di nessuna creatura, rivelandosi invece a loro l’essenza divina in modo immediato, scoperto, chiaro e palese” (DS 1000).
4. Sulla visione beatifica in Cristo, che è incompatibile con la fede, ne parla
anche Giovanni Paolo II in Novo millennio ineunte ai nn. 26-27. Anche in questa lettera la mano di Joseph Ratzinger è stata molto influente.
Ecco che cosa si legge in questo documento del magistero: “La tradizione teologica non ha evitato di chiedersi come potesse, Gesù, vivere insieme l’unione profonda col Padre, di sua natura fonte di gioia e di beatitudine, e l’agonia fino al grido dell’abbandono.
La compresenza di queste due dimensioni apparentemente inconciliabili è in realtà radicata nella profondità insondabile dell’unione ipostatica.
Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la «teologia vissuta» dei santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come «notte oscura». Non rare volte i santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore. Nel Dialogo della Divina Provvidenza (n. 78) Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: «E l’anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l’unione e per l’affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l’immacolato Agnello, l’Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente».
Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: «Nostro Signore nell’orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. E un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa» (Ultimi colloqui, quaderno giallo 6 luglio 1897).
È una testimonianza illuminante!
Del resto, la stessa narrazione degli Evangelisti dà fondamento a questa percezione ecclesiale della coscienza di Cristo, quando ricorda che, pur nel suo abisso di dolore, egli muore implorando il perdono per i suoi carnefici (cfr. Lc 23,34) ed esprimendo al Padre il suo estremo abbandono filiale: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46)” (NMI 26-27).
5. Sulle parole pronunciate da Gesù in croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” ecco che cosa ha detto Giovanni Paolo II in una pubblica udienza: “In realtà, se Gesù prova il sentimento di essere abbandonato dal Padre, egli però sa di non esserlo affatto. Egli stesso ha detto ‘Io e il Padre siamo una cosa sola’ (Gv 10,30), e parlando della Passione futura: ‘Io non sono solo, perché il Padre è con me’ (Gv 16,32). Sulla cima del suo spirito Gesù ha netta la visione di Dio e la certezza della unione col Padre. Ma nelle zone di confine con la sensibilità e quindi più soggette alle impressioni, emozioni e ripercussioni delle esperienze dolorose interne ed esterne, l’anima umana di Gesù è ridotta ad un deserto, ed Egli non sente più la ‘presenza’ del Padre, ma fa la più tragica esperienza della più completa desolazione” (30.XI.1988).
Va notato che a quei tempi prefetto della Congregazione per la dottrina della fede era il cardinale Ratzinger.
6. Pertanto su questo punto non è possibile mettere il pensiero del cardinale Ratzinger in opposizione a quello di San Tommaso.
Il vescovo che durante gli esercizi spirituali ha detto che San Tommaso ha sbagliato è andato fuori strada. Non si è messo solo contro San Tommaso, ma contro il magistero della Chiesa, che forse su questo punto non gli è particolarmente noto.
In ogni caso, anche solo per umiltà, poteva avanzare di dire: “San Tommaso ha sbagliato”.
7. Infine a proposito dei bambini morti senza essere giunti all’uso di ragione, il cardinale Ratzinger ha potuto giustamente osservare quanto hai scritto.
Siccome però è necessario essere rivestiti della grazia per entrare in paradiso, rimane il problema di come Dio possa comunicare la grazia ai bambini morti senza uso di ragione.
Per questo oggi si ipotizza che Dio dia una illuminazione accompagnata dalla grazia a questi bambini mentre escono da questo mondo.
L’infusione della grazia rimette il peccato originale e con questo apre la porta al paradiso.
8. Ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio, come appunto fa nel rito dei funerali per loro. Infatti, la grande misericordia di Dio che vuole salvi tutti gli uomini e la tenerezza di Gesù verso i bambini, che gli ha fatto dire: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite» (Mc 10,14), ci consentono di sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza Battesimo.
Tanto più pressante è perciò l’invito della Chiesa a non impedire che i bambini vengano a Cristo mediante il dono del santo Battesimo” (CCC 1261).
La certezza è legata solo al battesimo.
E: “Sulle orme di san Paolo la Chiesa ha sempre insegnato che l’immensa miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è «morte dell’anima». Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali” (CCC 403).
Ti ringrazio per il prezioso ricordo nella preghiera e nella Santa Messa.
Volentieri lo contraccambio e ti auguro ogni bene per il tuo ministero.
Padre Angelo
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