Quesito

Caro padre Angelo,
mi pare di aver capito che esponenti della Chiesa siano favorevoli ad una legge che regoli la materia riguardante l’autodeterminazione circa il fine-vita.
Siccome l’unica legge di cui si parla è il testamento biologico, e poiché questa prevede la possibilità che la persona autonomamente decida cosa fare, è una legge compatibile con la morale cristiana?
Una persona può decidere della propria vita se essa è sacra e inviolabile?
In questo caso, la presenza di una legge simile, potrebbe essere configurabile, dal punto di vista morale, come il male minore?
Antonio


Risposta del sacerdote

Caro Antonio,
1. di fronte ad una normativa precisa e inequivocabile sul trattamento da riservare a chi si trova in certe situazioni di vita, il card. Bagnasco ha chiesto che il parlamento legiferi.
In questo senso si era già espresso mons. Sgreccia, presidente della Pontificia accademia della vita: “Sotto un certo aspetto una regolamentazione volta ad evitare l’accanimento terapeutico e a dare spazio alla volontà del paziente nei confronti delle terapie straordinarie o rischiose o di esito incerto può contribuire, al contrario, ad evitare abusi o al verificarsi di condizioni o tentazioni favorevoli all’eutanasia” (E. Sgreccia, Le disposizioni anticipate di trattamento, in Medicina e morale, 2005/5, p. 901).

2. Questo però non significa autorizzare a singoli a disporre come vogliono della propria vita.
Circa il potere decisionale del paziente (chiamato anche principio di autonomia o autodeterminazione) va ricordato da una parte che l’uomo è libero ed è chiamato a gestire bene il talento preziosissimo della sua vita e della sua salute, e dall’altra che per libertà non s’intende fare quello che si vuole.
La vita e la salute sono beni di cui l’uomo è gestore, ma non proprietario.
Ogni legislazione in materia dovrebbe dichiarare esplicitamente che con le disposizioni anticipate di trattamento “non s’intende consentire, neanche in via interpretativa o analogica, il ricorso all’eutanasia” e che “il bene della vita risulta sottratto a qualsivoglia profilo di disponibilità”, come recita il primo disegno di legge approvato il 13 luglio 2005 dalla commissione «Igiene e Sanità» del Senato.
Anche il Comitato nazionale di bioetica ha affermato che «il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e di volere, non è un diritto all’eutanasia né un diritto soggettivo a morire… ma esclusivamente il diritto di richiedere ai medici la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche” (Dichiarazioni anticipate di trattamento, 18 dicembre 2003).

3. Il problema di fondo a proposito dell’autodeterminazione è il seguente: la vita umana è un bene indisponibile o disponibile?
Ti riporto quanto hanno scritto tre esperti di bioetica:
“Supponiamo che una decisione di suicidio, anche formalizzata in un documento scritto, sia presa dopo adeguata meditazione da una persona perfettamente capace di intendere e di volere dopo adeguata meditazione.
Per portare il ragionamento al limite estremo, supponiamo, come talora realmente accade, che la persona in questione sia giovane, sana, intelligente, magari ricca.
Supponiamo ancora che l’aspirante suicida si butti nelle acque di un fiume, si tagli le vene, si inietti un veleno o si impicchi. Colui che ne impedisca la morte gettandosi a nuoto nelle acque turbolente del fiume e trascinando a riva chi voleva morire (oppure negli altri casi lo salvi intervenendo con tempestività a somministrare un antidoto, a tamponare le ferite, a sciogliere il cappio) commette il reato di violenza privata che, nel caso del forzato trasferimento dal fiume alla riva, potrebbe persino trasformarsi in sequestro di persona? Nessuno, ovviamente, lo sostiene. Anzi, la società di regola premia l’autore del salvataggio e punisce chi, preposto alla tutela della salute (ad es. medici) o della pubblica incolumità (ad es. vigili del fuoco), avendo la possibilità di intervenire e impedire la morte, non io fa per negligenza o dolo.
È del tutto evidente, quindi, che non esiste un diritto a decidere la propria morte, che è come dire: la vita è un bene indisponibile.
Perché, allora, di fronte al malato sofferente gran parte dell’opinione pubblica esprime un giudizio favorevole alla scelta di morte? Perché ciò che prima era indisponibile, diviene disponibile?
Per far cessare una sofferenza – si risponde.
L’uccisione è un modo umano di combattere il dolore? Gli animali ammalati vengono abbattuti, ma gli uomini possono essere uccisi o vi sono forme e mezzi più umani per contrastare, contenere e talora eliminare il dolore?
Questa è la vera questione.
Vi sono altri argomenti secondari per escludere il diritto di porre fine alla propria vita. Si invoca la libertà, ma la libertà suppone la vita. Proprio la libertà è un bene indisponibile: nessuno oggi è disposto a considerare valido un contratto con il quale taluno vendesse ad altri la propria libertà rendendosi schiavo” (M. Casini, M.L. Di Pietro, C. Casini, Profili storici del dibattito italiano sul testamento biologico ed esame comparato dei disegni di legge all’esame della XII Commissione (Igiene e Sanità) del Senato, in Medicina e Morale, 2007/1, pp. 36-37).

4. Non posso dire se la normativa che dovrebbe essere varata possa essere configurata come un male minore. Dobbiamo aspettarne l’approvazione.

Ti ringrazio del quesito, ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo