Quesito

Caro Padre Angelo,
le scrivo per la terza volta, in questo caso per chiederle un chiarimento sulla dottrina del peccato originale.
Le confesso che nonostante mi ponga senza pregiudizi scientisti nei confronti del racconto biblico non penso, sinceramente, che storicamente i fatti si siano svolti in quel modo, anche se tento in tutti i modi di approfondire questo tema e so che non si riduce ad una narrazione storico-cronachistica ma esprime il fulcro del rapporto uomo-Dio e della Creazione.
Il fatto è che il peccato originale mi sembra una di quelle cose che si rifanno ad una concezione buia del rapporto uomo-Dio. Siamo d’accordo che l’uomo pecca; il peccato principe è forse la ùbris (Adamo ed Eva), ma attribuire a questo un fatto inserito nella storia, come se fosse stato un distacco puntuale mi sembra quasi mitologico e poco religioso.
La domanda finale che le pongo è: Dio Onnipotente e Onnisciente poteva non sapere che Adamo ed Eva ‘‘‘‘si sarebbero comportati male’‘‘? Se si, forse mi sembrerebbe sminuente per Dio.
Tutto il rapporto uomo-Dio è regolato dal libero arbitrio, su questo non ci piove, ma al di sopra di questo c’è la domanda che forse avrà risposta solo alla fine dei tempi.
Perché Dio ci ha creati sapendo che avremmo creato uno strappo?
Mi rendo conto che questa email è piuttosto disordinata e probabilmente incorretta; cerco di approfondire i temi sui cui mi sento più debole per meglio servire Cristo nella vita di tutti i giorni, sia per mio interesse e convincimento, sia per poterne parlare insieme ad altri ragazzi (ho 20 anni) e portare una parola di luce, nel mio piccolo.
Grazie della disponibilità e l’aiuto che ci dà ogni giorno, la ricorderò stasera nel Vespro.
Francesco


Risposta del sacerdote

Caro Francesco,
1. A giganti del pensiero, quali S. Agostino e S. Tommaso, l’evento del peccato originale, come atto compiuto dai nostri progenitori, non appariva quasi mitologico e poco religioso.
Era per loro la risposta più normale che Dio potesse dare al problema della presenza del male nel mondo: se Dio è buono e onnipotente, perché esiste il male?
Anche per me non esiste altra risposta.

2. Certamente i primi capitoli della Genesi non vanno letti secondo i nostri criteri storiografici.
Già nel 1948 il segretario della Pontificia Commissione Biblica, in una lettera molto autorevole scritta al Card. Suhard, scriveva: “i primi undici capitoli della Genesi… riferiscono in un linguaggio semplice e figurato, adattato alle intelligenze di un’umanità meno progredita, le verità fondamentali presupposte all’economia della salvezza e in pari tempo la descrizione popolare delle origini del genere umano e del popolo eletto” (16.1.1948).
Il testo sacro, parlando dell’albero della conoscenza del bene e del male fà capire che non si tratta di un albero materiale come quelli che noi vediamo.
È evidente l’allusione ad un fatto di ordine spirituale.
Per la Bibbia di Gerusalemme si tratta della “facoltà di decidere da se stessi ciò che è bene e ciò che è male, e di agire di conseguenza: una rivendicazione di autonomia morale con la quale l’uomo rinnega il suo stato di creatura.
Il primo peccato dell’uomo è stato un attentato alla sovranità di Dio, una colpa di orgoglio. Questa rivolta si è espressa concretamente con la trasgressione di un precetto posto da Dio e qui rappresentato sotto l’immagine del frutto proibito”.

3. Circa l’accadimento del peccato originale come atto ecco che cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il racconto della caduta (Gen 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo (cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 13). La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori (Concilio di Trento, DS 1513; Pio XII, Humani generis, DS 3897; Paolo VI, discorso dell’11 luglio 1966)” (CCC 390).

4. Alla seconda domanda, che è antica e perenne insieme: Perché Dio ci ha creati sapendo che avremmo creato uno strappo, S. Agostino risponde: “Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in alcun modo che nelle sue opere ci fosse il male se non fosse così potente e buono da trarre il bene anche dal male” (Enchirid. 11).
Dice ancora il medesimo Santo che Dio è così onnipotente che converte il male in bene: “Dio sa fare buon uso non solo delle cose buone, ma anche di quelle cattive” (De Civitate Dei 14,27).
E S. Tommaso: “Appartiene all’infinita bontà di Dio il permettere che vi siano dei mali e da essi trarre dei beni” (Somma teologica, I, 2, 3, ad 1).

5. Quale sia tutto il bene che Dio ne ricava è impossibile per ora saperlo. Il più delle volte vediamo solo gli effetti immediati del male.
Tuttavia qualcosa vediamo già: “Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l’uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, (Cf Rm 5,20) ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene” (CCC 312).
Per questo La Chiesa, nella liturgia del Sabato Santo, fa sue le parole di S. Ambrogio: “O felice colpa che ci hai meritato un così grande Redentore”.

6. Sono interessanti le risposte che il Catechismo della Chiesa Cattolica offre alla tua domanda:
– “A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna rapida risposta potrà bastare” (CCC 309).
– “Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male” (CCC 312).
– “L’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l’amore paziente di Dio che viene incontro all’uomo con le sue Alleanze, con l’Incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con il radunare la Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi” (CCC 309).

7. E infine ecco una grande affermazione, che lo stesso Catechismo evidenzia: “Non c’è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una risposta al problema del male” (CCC 309).
Si può applicare anche alla tua domanda quanto Giovanni Paolo II scrive nell’enciclica Salvifici doloris: “La sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella “civiltà dell’amore”. In questo amore il significato salvifico della sofferenza si realizza fino in fondo e raggiunge la sua dimensione definitiva…
Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre” (SD 30).

8. San Paolo ha detto: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
È in quest’orizzonte che si deve cercare la risposta definitiva alla tua domanda.
Allora si può comprendere la bella testimonianze di san Tommaso Moro, il quale poco prima del martirio consola la figlia dicendo: “Nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio” (cfr. Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del 22 giugno).
E si può comprendere anche quanto disse Giuliana di Norwich: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene…: «Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene»” (Rivelazioni dell’amore divino, 32).

Ecco quanto sono riuscito a dirti per portare un pò di luce alle domande che giustamente ti poni per rendere più sicura la tua fede.
Ti assicuro anche la mia preghiera perché la tua testimonianza possa essere sempre più incisiva.
Ti ringrazio per il ricordo nella preghiera, ti saluto e ti benedico.
Padre Angelo