Quesito

Carissimo Padre Angelo,
le vorrei porre un quesito che si relaziona ad una sua risposta, sul tema del lavoro, (Tre domande sul lavoro, sul tempo della pensione e sugli eremiti). Sono d’accordo con il suo pensiero a riguardo, ma mi pongo una domanda in merito ad una situazione particolare, quella di una moglie, mamma, magari con dei figli ancora piccoli, senza possibilita’ di lasciarli a parenti stretti, con una posizione economica del marito, tale da consentirle di non lavorare e di potersi occupare dei figli. Sempre piu’ spesso vedo che molte mamme, che si troverebbero teoricamente nella situazione sopra citata, preferiscono lasciare i figli in balia di baby-sitter, contro cui non ho nulla, solo che sinceramente la trovo una soluzione, specie di questi tempi, non sempre tra le piu’ affidabili. Inoltre penso che in questo modo i bambini vengano privati di una considerevole fetta di rapporti genitoriali, visto che il padre lavora, la madre lavora, e quindi i piccoli stanno piu’ con estranei che con i familiari, tenendo poi conto dei difficili orari lavorativi di molti impieghi. Personalmente non troverei nulla di male, avendone la possibilita’, tralasciare la carriera (anche se ancora non è neanche iniziata:) per seguire i figli che il Signore vorra’ mandarmi, cosa che qualche mamma (anche se sono casi sporadici) fa, andando controcorrente rispetto a quelle che sono oggi le tendenze.
So che si dice che conta la qualita’ e non la quantita’, ma io credo che, specie quando si è piccoli, anche la quantita’ abbia la sua rilevanza.
Affidandomi alle sue preghiere (e assicurandole sempre il ricordo nelle mie) la saluto caramente.
Maria


Risposta del sacerdote

Cara Maria,
il problema che tu tocchi è molto grave perché ne va di mezzo la formazione dei figli.

1. San Tommaso d’Aquino diceva che i figli “stanno sotto la cura dei genitori, che costituiscono per lui un certo utero spirituale” (“Continetur sub parentum cura, sicut quodam spirituali utero”, Somma teologica, II-II,10,12).
La famiglia è come il secondo grembo, il grembo spirituale, in cui il bambino nasce psicologicamente e moralmente.
Di qui la necessità di valorizzare la maternità come l’opera più grande che possa compiere una donna e che vale più di tanti altri mestieri.

2. Giovanni Paolo II è intervenuto diverse volte su questo punto chiedendo di valorizzare il ruolo delle casalinghe.
La valorizzazione del ruolo delle casalinghe si può attuare “tramite del cosiddetto salario familiare – cioè un salario unico dato al capofamiglia per il suo lavoro, e sufficiente per il bisogno della famiglia, senza la necessità di far assumere un lavoro retributivo fuori casa alla coniuge” oppure anche “tramite altri provvedimenti sociali, come assegni familiari o contributi alla madre che si dedica esclusivamente alla famiglia, contributi che devono corrispondere alle effettive necessità, cioè al numero delle persone a carico per tutto il tempo che esse non siano in grado di assumersi degnamente la responsabilità della propria vita” (Laborem exercens 19b).

3. Oggi si sente, e giustamente, la necessità che la donna dia il suo tipico apporto in ogni settore della società.
Giovanni XXIII aveva ravvisato l’ingresso della donna in ogni settore della vita pubblica come uno dei segni del nostro tempo.
Un impegno diretto della donna nella società e nella Chiesa conferisce positivamente sia alla Chiesa e alla società, sia anche all’esercizio della maternità.
Tutto sta nel “dosaggio” e nella tutela dei diritti della maternità, affinché le madri non siano “costrette” a lavorare fuori casa solo perché ciò è necessario per il mantenimento dei figli (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 21-22).

4. La Congregazione per la dottrina della fede, in una “Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” (31.7.2004) scrive:
“Si pone pertanto il problema di armonizzare la legislazione e l’organizzazione del lavoro con le esigenze della missione della donna all’interno della famiglia. Il problema non è solo giuridico, economico ed organizzativo; è innanzitutto un problema di mentalità, di cultura e di rispetto. Si richiede, infatti, una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna nella famiglia.
In tal modo le donne che liberamente lo desiderano potranno dedicare la totalità del loro tempo al lavoro domestico, senza essere socialmente stigmatizzate ed economicamente penalizzate, mentre quelle che desiderano svolgere anche altri lavori potranno farlo con orari adeguati, senza essere messe di fronte all’alternativa di mortificare la loro vita familiare oppure di subire una situazione abituale di stress che non favorisce né l’equilibrio personale né l’armonia familiare.
Come ha scritto Giovanni Paolo II, ‘‘tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre – senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue compagne – di dedicarsi alla cura e all’educazione dei figli secondo i bisogni differenziati della loro età’” (n. 13).

5. A questo punto il problema passa alla società e alla sua politica a sostegno delle necessità delle famiglie.
Purtroppo, a parte le iniziative nate dal mondo cattolico, non mi pare che altri si stiano muovendo. Per cui le mamme devono aggiustarsi sacrificando la cura dei figli.
Ma questo non è un bene per nessuno.
Ti ringrazio per aver attirato l’attenzione su questo punto, ti ricordo anch’io nelle mie preghiere e ti benedico.
Padre Angelo