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Quesito

Caro Padre Angelo
Non trovando quesiti simili sul sito, Le scrivo umilmente, per avere un Suo parere:
mi chiedo se preparare su un foglio degli "appunti", poi da studiare a memoria da dire al confessore.
Si può fare e senza commettere un peccato in più, o è meglio dire il tutto direttamente e "di pancia".
Grazie

 


 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. per la celebrazione del sacramento della Penitenza o Confessione è necessaria l’accusa dei peccati mortali.
Per facilitarla è opportuno fare il cosiddetto esame di coscienza.

2. Qualcuno per timore di tralasciare qualche peccato pensa che sia giusto scriverlo.
Ebbene su questo punto la Chiesa in passato era molto chiara: scrivere i peccati era considerato un mezzo straordinario.
La Chiesa non l’ha mai imposto e non lo ha mai favorito.
Anzi di fatto ha sempre dissuaso da questo tipo di diligenza, considerata appunto straordinaria.
Per gli scrupolosi la prassi pastorale addirittura dice che sono esonerati dal fare l’esame di coscienza.

3. Qualcuno obietta che in passato lo scrivere i peccati era considerato diligenza straordinaria perché non c’era facilità di procurarsi la carta.
Inoltre la gran parte della gente era incapace di scrivere i peccati.
Infine ci sarebbe stato il pericolo di perdere lo scritto con la conseguente diffamazione del penitente stesso.

4. Tuttavia anche se nello scrivere i peccati non vi fosse oggi alcuna diligenza straordinaria va evitato comunque di scriverli.
Infatti se dopo aver fatto l’esame di coscienza si fosse dimenticato di accusare un peccato grave, l’assoluzione rimane valida perché c’era tutta la volontà di non nascondere nulla.

5. Inoltre va ricordato quanto dice il Catechismo Romano del Concilio di Trento: è necessaria l’accusa integra dei peccati mortali perché privano della grazia di Dio.
“I peccati veniali invece, che non tolgono la grazia di Dio e in cui cadiamo più di frequente, sebbene si possano opportunamente e utilmente confessare, come dimostra la consuetudine dei buoni cristiani, possono però tralasciarsi senza colpa ed espiarsi in molte altre maniere” (Catechismo Romano, 255).

6. Il medesimo Catechismo Romano afferma poi che “le lacune della confessione, non volute di proposito ma provenienti da involontaria dimenticanza o da manchevole esplorazione della propria coscienza, pur sussistendo l’intenzione di confessare tutte le proprie colpe, non impongono che tutta la confessione sia ripetuta.
Basterà in un’altra occasione confessare al sacerdote le colpe dimenticate, dopo che esse siano tornate alla memoria” (Ib.).

7. Si noti che cosa ha detto il Concilio: “Le lacune non volute di proposito ma provenienti da involontaria dimenticanza o da manchevole esplorazione della propria coscienza”.
Proprio per questo i fedeli vanno dissuasi dallo scrivere i peccati per timore di dimenticarli.
Sebbene l’accusa di peccati sia di diritto divino per cui chi involontariamente ne dimentica qualcuno è tenuto ad accusarlo nella seguente confessione, tuttavia va ricordato che l’atto principale del penitente nel Sacramento della confessione non è l’accusa dei peccati, ma il pentimento.
Senza pentimento non c’è mai remissione dei peccati.
Con la dimenticanza involontaria dell’accusa di qualche peccato grave c’è invece  remissione dei peccati.

8. Sebbene non rientri nella domanda del nostro visitatore, mi piace ricordare come i parroci dovevano insegnare ai fedeli anche la postura del penitente nella celebrazione di questo sacramento: “Come occorre mostrare ai fedeli l’istituzione divina della confessione, occorre anche insegnare che per autorità della Chiesa furono aggiunti riti e cerimonie solenni, non inerenti alla essenza del sacramento, ma tali da farne maggiormente risaltare il valore, e da predisporre le anime dei penitenti, riscaldate dalla pietà, a ricevere più copiosamente la grazia del Signore.
Prostrati a capo scoperto ai piedi del sacerdote, gli occhi abbassati, le mani in atto di supplica, dando prova anche in altri modi, non necessari all’essenza del sacramento, di cristiana umiltà, confessiamo i nostri peccati. Mostriamo così di comprendere che nel sacramento è racchiusa una forza celeste, e che doverosamente con tutto l’ardore imploriamo e cerchiamo la misericordia divina” (Catechismo Romano, 253).
Forse nessun prete oggi fa queste raccomandazioni. Né sono imposte.
Ma ci sono dei fedeli che senza essere stati istruiti ad hoc, sentono da se stessi che l’atteggiamento più vero è quello di mettersi in ginocchio davanti al sacerdote, tenere le mani giunte e gli occhi abbassati.
Sono consapevoli che nel sacramento è racchiusa una forza celeste e anche con il comportamento esteriore cercano e implorano la misericordia divina.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo al Signore.
Padre Angelo