Quale dolore per confessarsi bene

Trascriviamo il contenuto di una email pervenuta al nostro sito e la relativa risposta di Padre Angelo.

Gentile Padre Angelo,
avrei bisogno di un chiarimento a proposito della confessione.
Supponiamo che io commetta una azione contro la mia coscienza, per esempio un giovedì. Subito dopo mi rendo conto di ciò che ho fatto, ne provo contrizione e sincero pentimento e faccio il proposito di cercare un confessore. Purtroppo, per cause indipendenti dalla mia volontà, fino alla domenica successiva non riesco ad accedere al sacramento della riconciliazione. Quando finalmente entro in confessionale il mio sentimento di contrizione si è “raffreddato”, anche se rimane ferma la volontà di chiedere perdono e di non ripetere il peccato. Vorrei sapere se la mia confessione è ugualmente valida. Il mio dubbio è dovuto al fatto che in questo caso non provo la dolce consolazione che provo quando riesco a confessarmi “a caldo”, quando ancora la mia mancanza mi provoca viva pena.
La ringrazio tanto per la sua cortese risposta.
Alessandra


Risposta del sacerdote.

Cara Alessandra,
è vero quello che tu dici: man mano che passa il tempo dal peccato commesso la contrizione in qualche modo “si raffredda”.
Tuttavia per la sincerità della confessione si richiede il dolore dell’animo, e cioè la consapevolezza che il peccato ha offeso gravemente il Signore.
Non si richiede invece il dolore come sentimento, il quale a volte c’è e a volte non c’è, né è sempre possibile procurarlo.
In proposito, i teologi distinguono tra un dolore intensivamente sommo e un dolore sommo nella gerarchia dei valori. Quest’ultimo viene detto “appretiative” sommo.
La distinzione trova il suo fondamento in questo: che le cose di questo mondo sono immediate ai nostri sensi e per questo la vista di una persona cara ci rallegra e ci tocca anche emotivamente, mentre la vista di scena penosa ci può far portare al pianto e alla commozione.
Le realtà spirituali, invece, non cadono direttamente sotto i nostri sensi. E questo è il motivo per cui non sempre l’amore di Dio e di Gesù Cristo ci toccano emotivamente. Ma questo non è necessario. È sufficiente che nella gerarchia dei valori questi beni abbiano il primo posto. Ciò significa, ad esempio, che questi beni vengono cercati per primi e che non si è disposti a nessun compromesso perché ci sono cari sopra ogni cosa.
Questo tipo di amore, come vedi, è ancor più grande dell’amore che magari può coinvolgere solo emotivamente.
Questo “appretiative” sommo, nel nostro caso, significa che il peccato viene considerato come il male più grande e la più grande disgrazia che possa capitare.
Se, dunque, da una parte questo tipo di dolore non richiede sospiri, lacrime ed emozioni varie, dall’altra dispone il credente a subire qualunque male e a rinunziare a qualunque bene piuttosto che peccare gra¬vemente.
Tuttavia non è per nulla male cercare di ravvivare il dolore anche emotivamente. Basta, talvolta, mettersi davanti al Crocifisso e pensare che tutte quelle piaghe le hanno prodotte i nostri peccati.
Il tempo che si passa a fare l’esame di coscienza prima della confessione è propizio per ravvivare sia il dolore spirituale, che è la cosa più importante, sia anche quello sensibile, che non è richiesto e non sempre è possibile procurarlo, ma che rimane tuttavia sempre una bella cosa.
Ti saluto, ti accompagno con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo


Scrivete un’email a P.Angelo Bellon op, docente di teologia morale

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