Quesito

Caro P. Angelo.
Le scrivo per avere una parola di conforto e, spero, un faro che mi faccia da guida.
Qualche tempo fa ho deciso di avvicinarmi ad una fede ed un’etica più ortodossa cercando di vivere più sinceramente il Vangelo e ciò che la Chiesa cattolica propone.
Purtroppo dopo un iniziale miglioramento la mia fragile fede ha iniziato a traballare, incrinandosi.
Sento una grande tristezza crescere dentro di me, tutto o quasi quello che questo mondo propone (e che io amo) è peccato più o meno grave per la Chiesa.
Le dico sinceramente che più di una volta mi sono chiesto: “Perché sono qua? Non sarei stato più fortunato a morire prima di peccare o a non nascere?”
Più di una volta ho accarezzato la speranza di essere chiamato da Dio subito dopo la confessione.
La paura per l’avvenire più che avvicinarmi a Dio mi sta spingendo verso la depressione.
Quando cerco di abbandonare i vizi cado in un vortice profondo di tristezza, sia perché molte volte proprio non capisco dove sia il peccato, sia perché immancabilmente ricado.
Anche quando compio qualcosa di buono non sono felice, lo sforzo che mi è necessario per dividermi dalle cose che amo, in cui spesso non vedo nulla di male e che vengono pubblicizzate dalla società è troppe volte sopra alle mie possibilità e così invece di essere felice per non aver peccato mi sento schiacciato dal desiderio e dalla frustrazione.
Dato questo, non più sporadico, stato di tristezza che marito e che padre potrò mai essere?
So che siamo fatti per tendere alla santità, ma cosa posso fare per migliorare la mia situazione?
La ringrazio di cuore
Davide


Risposta del sacerdote

Carissimo Davide,
1. sono contento che tu ti sia riavvicinato a Dio, che da tanto tempo ti chiama a camminare secondo le sue vie e ti vuole tirare via dal non senso, dall’infelicità e dalla frustrazione.

2. In questo cammino non devi accontentarti di non inciampare negli ostacoli, ma di tendere all’obiettivo della vita cristiana: l’amicizia con Dio.
Questa amicizia la vivi stando insieme con Lui, conversando con Lui, godendo della sua presenza.
E questo lo realizzi quotidianamente quando apri le Scritture. In quel momento non ti metti a leggere qualcosa, ma anzitutto realizzi un incontro, senti la sua presenza, ascolti le sue parole, avverti che mentre ti parla la tua mente viene illuminata e il tuo cuore viene mosso da tante dolci aspirazioni e sente pure una certa pace e consolazione.

3. Quando uno vive questa esperienza potrei dire che gli si può applicare quanto si legge nella Lettera agli Ebrei: “quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro” (Eb 6,4-5).

4. Allora la vita cristiana consiste:
nel gustare il dono celeste, vale a dire nel gustare l’amicizia con Dio, l’avvertire la sua presenza che pervade tutta l’anima;
nel diventare partecipe dello Spirito Santo, e cioè del modo di amare di Dio e nell’essere sempre pieni di gioia e di pace;
nel gustare la buona parola di Dio, e questo avviene senz’altro quando si leggono le Scritture e quando si prega, ma in maniera ancora più forte nella celebrazione dei sacramenti;
nel gustare le meraviglie del mondo futuro, perché la vita cristiana è essenzialmente una pregustazione della beatitudine del Paradiso.

5. La vita cristiana è anzitutto questo.
Se questo non lo vivi, sentirai le norme come un limite, come un peso.
Se invece lo vivi, sentirai che il peccato è un limite che ostacola questa esperienza, la rimuove, la vanifica.
E avverti anche che il peccato è il nemico numero uno della tua vera felicità.

6. Forse quello che ti manca è proprio questo.
Tornare a Cristo non è soltanto un’etica da intraprendere, ma un’esperienza da vivere. L’etica vi è compresa, ma in quanto indirizza a un’esperienza, permette di custodirla e stimola a incrementarla.
La santità non coincide con l’assenza di peccato, come potevano pensare gli stoici, ma nell’unione con il Signore, con il gustare la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro.

7. Se manca questo, è inevitabile sentire solo il limite della propria imperfezione e cadere nella depressione.
Un mezzo concreto, molto utile per vivere quanto ti ho detto, è la preghiera del Santo Rosario.
Come ho già scritto diverse volte su questo sito, questa preghiera non consiste semplicemente nel dire una serie di Padre nostro e di Ave Maria, cosa peraltro sempre buona.
Nel Rosario, mentre si recita il Padre nostro e l’Ave Maria, si devono fare essenzialmente tre cose:
1. ricostruire nella nostra mente la scena che si è menzionata, nella persuasione che il Signore in quel momento ci chiama ad essere protagonisti, contemporanei di quell’evento (mistero) della vita;
2. nel ringraziare il Signore di aver fatto per amor nostro tutto quello che abbiamo ricostruito nella scena (e ti assicuro che mentre si ringrazia si avvertono tante cose nel nostro cuore);
3. nel supplicare Dio per le nostre necessità in virtù dei meriti di Cristo contemplati in quella scena.
Se il Rosario lo si vive così (avrai notato che ho scritto: se lo si vive così, non se lo si recita così), non si tarda a dire con Giovanni Paolo II che è la nostra preghiera preferita e che tra i tanti mali da cui ci libera c’è anche quello della depressione.

Ti auguro pertanto un buon cammino e una grande esperienza di amicizia con Cristo.
Così avrai le premesse per diventare un marito e un padre di famiglia secondo il cuore di Dio.
Ti assicuro un ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo