Salve Padre Angelo,
la ringrazio per il suo contributo sul web. Le volevo chiedere due domande per chiarire alcuni dubbi.
1. Mi è capitato, evidentemente perché non ho custodito bene i sensi o perché non ho rimandato il gusto delle creature all’adempienza della Volontà di Dio, di infatuarmi di una ragazza gradualmente, sebbene avessi deciso da tempo di diventare sacerdote. Comunque, anche se soffrivo di nostalgia e di altri sentimenti simili, ho fatto penitenza, anche corporale, per sottomettere questa infatuazione che sentivo alla mia vocazione sacerdotale. Infatti, poiché non voglio bene a questa persona, ma desidero per lei il bene, così come spero per tutti, è conveniente che io faccia il meglio piuttosto del buono. Mi sa dire come posso eliminare questi moti definitivamente, e di quale peccato si tratta? Di quale gravità? Sono sicuro si tratti di peccato, perché sentivo il moto emozionale all’altezza del ventre, come se fosse un indigestione spirituale.
2. La mortificazione dei sensi in cosa consiste praticamente? Io so che devo custodire e placare l’appetito che ho verso i piaceri, controllandoli più che eliminandoli. Mi può fare qualche esempio pratico? E quando la mortificazione diventa molto dura per via di molte penitenze spirituali e corporali, o perché si è costantemente nella solitudine interiore ed esteriore, è preferibile continuare con tenacia, o allegerire il peso? Infatti a volte mi sembra di dover seguire un aut aut estremo: o croce o cappio al collo, o la via di Gesù o quella di Giuda. Molte volte mi sembra intraprendere la via cristiana, altre quella del traditore. Spero nella sua preziosa risposta. Grazie.


Caro Marco,
1. sono contento che il Signore abbia fissato gli occhi su di te e ti abbia amato di amore preferenziale ispirandoti la vocazione.

2. La vocazione, come del resto la fede, è un tesoro preziosissimo che il Signore ha messo nel nostro cuore e assomiglia ad un vaso di creta (2 Cor 4,7), facile pertanto ad infrangersi se non viene ben custodito.
Per questo San Pietro dice: “Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più salda la vostra chiamata e la scelta che Dio ha fatto di voi. Se farete questo non cadrete mai” (2 Pt 1,10).

3. Non custodire la vocazione lasciandosi trasportare dai sentimenti è certamente un’ingratitudine nei confronti di Dio e pertanto un peccato.
Anche per chi è certo di aver ricevuto la vocazione, sebbene non sia ancora diventato sacerdote o consacrato, valgono le parole che Giovanni Paolo II ha rivolto ai sacerdoti a proposito della fedeltà alla propria chiamata: “Il mantenimento della parola data è, insieme, dovere e verifica della maturità interiore”. (…).
Ciò si manifesta in tutta la sua chiarezza quando il mantenimento della parola data a Cristo incontra difficoltà, viene messo alla prova, oppure è esposto alla tentazione, tutte cose che non risparmiano il sacerdote, come qualunque altro uomo e cristiano”.

4. Concretamente necessario rendere sempre più salda la nostra chiamata significa ravvivare lo stupore e il fascino che si è provato quando si è percepita la chiamata.
E questo lo si può fare solo cercando sostegno nella preghiera, che è quanto dire nell’unione con Gesù, nello stare con Lui, in atteggiamento di ascolto della sua parola e di silenzioso e reciproco amore.
Senza il ravvivamento di questo fascino e di questa bellezza si rimane esposti a qualsiasi infatuazione.

5. Persuasi che la nostra vocazione e il nostro sacerdozio sono esposti a continue tentazioni dobbiamo essere attenti a non tradire il primo amore, quello per Nostro Signore.
Ciò richiede un atteggiamento di umiltà, consapevoli della possibilità di fare naufragio come l’abbiamo visto in molti altri.
Non bisogna mai sentirsi troppo sicuri neanche quando le amicizie sono spirituali.

6. E dobbiamo anche essere consapevoli che il Signore, che è il Re sovrano su tutto anche sui moti del cuore, permette le infatuazioni e le tentazioni perché nella prova rinnoviamo la nostra adesione con un amore sempre più puro e sempre più tenace.
Come nell’ambito matrimoniale talvolta la fedeltà viene sottoposta ad una verifica simile ad una prova del fuoco, così avviene diverse volte anche nella storia della propria vocazione.
Dio ha diritto che noi gli rispondiamo nelle varie prove con maggiore fedeltà, con una preghiera più prolungata e con maggiore circospezione.
È così che si ravviva e si custodisce la sincerità e la purezza della nostra vocazione.

7. Sul grado di peccato che hai commesso non mi sento di pronunciare un giudizio.
È sufficiente che tu abbia esposto tutto questo al confessore e abbia ritrovato il fervore della vocazione.

8. Mi chiedi una parola sulla mortificazione dei sensi.
Circa la mortificazione va detto anzitutto che non si tratta di considerare male ciò che Dio ci ha dato come un bene.
Ma piuttosto di essere avvertiti nei confronti delle inclinazioni del nostro cuore, che dopo il peccato originale non sono perfettamente sane.
Anzi sono inclinate al male, a quella triplice concupiscenza di cui parla San Giovanni in 1 Gv 2,16: l’attrattiva delle ricchezze, della carne e della superbia della mente.

9. Sarebbe troppo lungo parlare della circospezione che dobbiamo avere su questi tre fronti di combattimento.
Penso però di andare all’essenziale se ti riporto un’affermazione di Clemente Alessandrino, un padre della Chiesa che visse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo: “Ben presto faranno quello che non è permesso coloro che fanno tutto ciò che è permesso” (Pedagogo, libro II, cap. 1).

10. Sappi dunque regolarti nel cibo, nel divertimento, nelle conversazioni, nelle letture…
Non è sufficiente dire: non c’è peccato, dunque andiamo avanti.
Chiediti sempre anche: “È conveniente? Giova alla santificazione mia e del prossimo? È la via stretta di cui parla il Signore nel Vangelo?
Nelle circostanze ordinarie della vita lo capiamo da noi stessi se si sta esagerando in un verso o nell’altro.

11. Se si tratta invece di mortificazioni corporali che vanno al di là quanto chiede la Chiesa nelle sue disposizioni penitenziali come digiuni, veglie dal sonno e altre pratiche corporali, non fare mai di testa tua, ma parlane sempre con il confessore e stai alle sue indicazioni.
Infatti progredisci di più nell’obbedienza, che è un sacrificio particolarmente gradito a Dio, che facendo cose nelle quali si può nascondere la superbia.

Augurandoti un felice progresso nella tua vocazione, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo