Quesito
Caro padre Angelo,
l’incredulità di un fedele cattolico è un peccato? (Incredulità inteso come poca fede, per esempio Mt 17,19)
La delusione nella cultura occidentale odierna, l’abitudine della sfiducia negli avvenimenti culturali comuni è un peccato? (Ho la fiducia nella bontà degli altri ma negli uomini singolari, non nei gruppi politici.)
La sfiducia può essere un sano scetticismo ma può anche trasformarsi in un atteggiamento distruttivo che ostacola qualsiasi sviluppo positivo.
Dove è la linea di demarcazione tra mentalità ristretta, sospetto e critica e realismo della fede? Come si può evitare che una profonda empatia per la sofferenza e l’ingiustizia nella società blocca qualcuno?
Grazie per la Sua gentile risposta.
Giuseppe
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. quando in teologia si parla di incredulità, ci si riferisce alla fede che ha per oggetto Dio che si rivela.
Questa fede è la fede teologale. Per intenderci, è una delle tre virtù teologali.
Non si tratta della fede negli uomini. Non sempre, infatti, gli uomini sono veritieri.
Inoltre, come per la salute c’è qualcuno che ne ha di più e qualcun altro che ne ha di meno, così è anche per la fede.
Certamente nell’incredulità c’è un difetto di fiducia in Dio che è verità somma, e pertanto vi è peccato.
2. La fede teologale chiede di aderire a Dio, che è la Verità.
Non ci sono dubbi che Dio sia la Verità.
Qualcuno potrebbe averne sulla “divina rivelazione” e domandarsi se si tratti proprio una rivelazione che viene da Dio.
Ma Dio l’ha accreditata dal suo interno attraverso le profezie e dall’esterno con i miracoli.
3. Le profezie sono state proclamate nel corso di millenni e da soggetti diversi. E tutte hanno per obiettivo Colui che fu annunciato profeticamente fin dall’alba della creazione, dopo il peccato originale: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15).
4. Per fare qualche esempio, si pensi alla profezia fatta da Giacobbe quando sul letto di morte benedisse Giuda, uno dei suoi 12 figli: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Gn 49,10).
Questa profezia fu fatta quasi 1700 anni prima della nascita di Cristo, quando il popolo d’Israele era appena in embrione.
Questi figli sarebbero cresciuti come popolo. Rimasero in Egitto per 430 anni (cfr. Es 12,40), senza alcuna legislazione.
Usciti dall’Egitto per mano di Mosè (siamo a circa 1200 anni prima della nascita di Cristo) venne data loro una legislazione.
Dopo quasi 300 anni si costituirono come monarchia con a capo un re, prima Saul, e poi Davide, della tribù di Giuda. A Davide fu fatta la promessa che dalla sua stirpe sarebbe venuto fuori il Messia, cioè il Cristo.
Questo regno tra alti e bassi, e cioè tra autonomia e dominio straniero o addirittura deportazione, apparterrà sempre a un discendente di Giuda fino quasi ai tempi di Cristo, quando, secondo la profezia di Giacobbe, lo scettro sarebbe stato tolto da Giuda e sarebbe stato dato ad uno straniero, a Erode, che era un idumeo e che secondo lo storico Giuseppe Flavio comperò il regno da Pompeo.
Ebbene, proprio sotto il regno di Erode venne “colui al quale esso appartiene e a cui è dovuto all’obbedienza dei popoli”, Gesù Cristo.
5. Si pensi anche alla profezia di Daniele quando dice che “70 settimane sono fissate per il tuo popolo per la tua città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare equità, stabilire una giustizia eterna, suggellare visioni e profezie e ungere il santo dei santi” (Dan 9,24).
Come nota la Bibbia di Gerusalemme, si tratta di un numero perfetto di settimane o di anni. Fu fatta verso il 500 a.C. per mezzo di Daniele. Ai tempi di Gesù, tutti attendevano come imminente la venuta del Messia perché si erano compiute le 70 settimane di anni. Tanto che San Luca scrive: “Poiché il popolo era in attesa” (Lc 3,15).
6. Dio ha reso testimonianza alla Verità anche attraverso i miracoli. Gesù ha detto: “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5,36).
E “se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre” (Gv 10,37-38).
“Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,11). “Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione” (Gv 15,24-25).
7. Commenta San Tommaso: “Egli, dunque, fece tra loro opere che nessun altro aveva mai fatto nella guarigione degli infermi.
E questo sotto tre aspetti:
primo, rispetto alla grandezza del prodigio: poiché risuscitò un morto dopo quattro giorni; ridiede la vista a un cieco nato, il che non si era mai sentito dire da che mondo è mondo (cfr. Gv 9,32).
Secondo, rispetto al numero delle guarigioni: perché tutti i malati venivano guariti da lui, come è detto in Mt 14,35ss, e che nessuno altro aveva fatto.
Terzo, perché gli altri compivano i prodigi pregando, mostrando così di agire non per virtù propria. Cristo invece li compiva comandando, perché agiva per virtù propria, come si legge in Mc 1,27: “Che è mai questo? Una dottrina nuova… Comanda con autorità persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”.
Perciò sebbene altri abbiano risuscitato dei morti, e fatto altri miracoli in seguito compiuti da Cristo, non li fecero però in quel modo, né per virtù propria come fece Cristo” (Commento al Vangelo di San Giovanni 15,24).
8. “Inoltre si deve notare che Cristo li attirò con la parola e con prodigi visibili e invisibili; cioè muovendo e stimolando interiormente i loro cuori. Cfr. Pr 21,1: “il cuore del re e nella mano di Dio”. Quindi è opera di Dio lo stimolo interiore che spinge ad agire bene, e coloro che gli resistono peccano. Per questo Santo Stefano disse: “Voi resistete sempre allo Spirito Santo” (At 7,51). E in Isaia si legge: “Il Signore mi ha aperto l’orecchio del cuore e io non lo contraddico” (Is 50,5).
Perciò la frase: “Se non avesse fatto in mezzo loro opere che nessun altro mai fatto” va riferita non solo ai fatti visibili, ma anche alle stimolazioni interiori e all’attrattiva dell’insegnamento: cose che se egli non avesse fatto in mezzo a loro, essi non avrebbero avuto colpa alcuna” (Ib.,15,25).
9. Come vedi, ho parlato solo della fede in Dio e non della fede negli uomini.
Come disposizione d’animo dobbiamo pensare che tutti siano veritieri e onesti e pertanto è giusto aver fiducia, fino a prova contraria.
Ma qualora sopra venissero la prova contraria, è doveroso stare sul chi va là.
Con l’augurio che la tua fede in Cristo sia sempre piena, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
