Quesito
Salve padre,
avrei una domanda sul “credere”, cercherò di essere breve e di non divagare.
Nel suo blog ho trovato riferimenti a quanto detto da santi cattolici, nei quali ho individuato un punto che mi preme sottoporle: essi, in alcuni casi, facevano riferimento alla propria fede in Dio dicendo “perché questo è ciò in cui voglio credere”. Ciò mi dice che la fede va intesa come atto deliberato, ora anch’io ho sempre pensato questo, che si crede perché si vuole, si desidera credere, ma questo è di per sé un atto arbitrario umano.
Non voglio sindacare sulle scelte degli altri, ma io ho sempre pensato che la fede, così intesa, sia qualcosa, se non di sbagliato, quantomeno di pericoloso: perché, omettendo il filtro della critica, della ricerca di prove, è sempre possibile credere nelle cose sbagliate, operare il male a motivo della propria fede. Vi sono state persone veramente sante come Madre Teresa di Calcutta, ed io posso sentirmi sicuro del mio giudizio perché posso misurarlo sulle loro opere, ma allo stesso tempo vi sono anche persone malvage che si trovano ben all’interno delle religioni e da lì operano il male.
Ravvisa anche lei questo elemento di pericolo? Essendo Lei ovviamente credente, come lo risolve?
Grazie
Cristian
Risposta del sacerdote
Caro Cristian,
1. la fede, proprio perché è fede e non è evidenza, richiede un atto di volontà per cui si aderisce a colui che rivela qualche cosa.
Ad esempio: se tu chiedi informazioni da una persona per andare alla stazione, ti fidi di quanto ti dice perché la ritieni veritiera e onesta. Non hai l’evidenza, però ti vuoi fidare e pertanto vuoi credere.
2. Questo discorso va bene per la fede umana, che presuppone la fiducia in alcune persone di cui ritieni di poterti fidare.
Insieme con la fiducia, c’è anche il rischio che la persona di cui ti sei fidato si sia sbagliata.
Per cui la certezza legata alla fede umana è una certezza morale e non una certezza assoluta.
Per certezza morale si intende che per la maggioranza dei casi avviene così.
3. In teologia morale si insegna che è lecito agire solo quando vi è la certezza morale.
Se c’è il dubbio che quell’azione sia un male, è necessario prima dissipare il dubbio. Diversamente ci si espone volontariamente a compiere il male.
Per fare un esempio banale: mettersi in macchina comporta sempre il rischio che qualcosa non funzioni.
Tuttavia questo avviene solo come eccezione, non nella normalità dei casi.
Per mettersi in macchina pertanto è sufficiente la certezza morale, quella che avviene nella normalità dei casi.
4. Per la fede teologale E invece non è così per due motivi.
Primo, perché la volontà di credere non parte da noi trattandosi di realtà di ordine soprannaturale e non immediatamente verificabile.
L’atto di fede parte da Dio che muove la nostra volontà.
La muove senza fare violenza perché la sua mozione avviene fortiter et suaviter. Fortiter nel senso che dà tutta la forza necessaria per aderire. E nello stesso tempo la muove suaviter, vale a dire salvaguardando la libertà.
Per fare un esempio che calza tuttavia fino ad un certo punto: se in una stanza buia perdo un brillante e non riesco a trovarlo, se uno accende la luce mi dà la capacità di trovarlo. Questa non è violenza, tanto più che potrei rifiutare di cercarlo.
Per questo la fede teologale è essenzialmente dono di Dio e nello stesso tempo è anche un atto perfettamente volontario.
5. Il secondo motivo per cui la fede teologale non è come quella umana poggia sul fatto che chi rivela è Dio, che è verità somma, e a motivo della sua somma bontà non può ingannare.
Tuttavia l’adesione della nostra intelligenza alla sua rivelazione non è un’adesione cieca perché Dio ci dà l’intelligenza per poter verificare se quanto crediamo è credibile perché non contiene nulla di irrazionale.
Il compito della teologia e della filosofia è proprio questo.
6. Per questo Sant’Agostino diceva: intelligo ut credam (voglio conoscere per credere). Detto in altri termini: voglio sottoporre alla critica quanto mi si chiede di credere.
Perché se quanto mi viene rivelato risultasse non credibile perché non ragionevole e assurdo, non si deve credere.
7. E ugualmente ha detto: credo ut intelligam (credo per poter conoscere). Infatti aderire a quanto Dio ci rivela permette all’intelligenza umana di progredire nella conoscenza e di comprendere in maniera esatta ciò che la sola ragione umana non potrebbe conoscere perché appartenente ad un ordine superiore, qual è quello soprannaturale.
8. Nella fede teologale non c’è il pericolo che tu ravvisi.
Mentre c’è nelle altre credenze religiose perché né la mozione della volontà né l’inclinazione dell’intelletto partono da Dio.
Si rimane nell’ambito della fede umana la quale, come si è detto, è fallibile.
Ti ringrazio per aver dato l’opportunità di esporre questi criteri, importantissimi per riconoscere il meccanismo dell’atto della fede teologale e la verità della fede cattolica.
Ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
