Nel mio caso è lecito l’uso del contraccettivo?

Nel mio caso è lecito l’uso del contraccettivo?

Quesito

(l’Autore di questa lettera ha dato il consenso per la sua pubblicazione.
Il problema proposto è molto attuale e analogo a quello che vivono molte altre coppie.
Per tutelare la privacy, riteniamo non opportuno pubblicare per intero il suo nome, anche se l’A. ci ha lasciato la massima libertà. Lo ringraziamo vivamente).

Caro Padre Angelo,

Sono sposato da qualche anno, il mio primo figlio ha 2 anni e mezzo, è stata una gravidanza cercata e accolta con gioia, purtroppo il parto fu molto doloroso per mia moglie e quindi lei decise che quello sarebbe stato il nostro unico figlio. Io accettai questa volontà anche se non ero pienamente d’accordo, quando però proposi l’utilizzo dei metodi contraccettivi naturali lei si arrabbiò molto. La discussione si protrasse per alcuni mesi finché, anche seguendo il parere di un sacerdote, mi piegai all’utilizzo del preservativo. Fortunatamente anche i metodi artificiali che sembrano nella mentalità comune più “sicuri” falliscono e otto mesi fà ci è nata una bimba. Questo però non ha risolto il problema anzi, lo ha aggravato in quanto il secondo parto è stato cesareo ed i medici hanno detto che per almeno un anno sono “proibite” gravidanze. Quindi mi sono di nuovo piegato all’utilizzo del preservativo, affidandomi alla preghiera e alla celebrazione di messe, sperando che, se io non sono capace, qualcuno da lassù possa far ragionare mia moglie. Inoltre cerco di limitare un po’ i nostri rapporti, e con scuse ed espedienti evito di averne nei giorni in cui suppongo che lei sia fertile. So che non Le sarebbe possibile esprimere un parere sulle dinamiche della nostra coppia, senza una approfondita conoscenza di essa, quindi mi limito a chiederle alcuni pareri di carattere religioso, dando per scontato che se io riapro la questione cercando alternative all’utilizzo del preservativo il mio matrimonio finisce.

1)- La fine del mio matrimonio è davvero un male maggiore rispetto all’utilizzo del preservativo?

2)- Se sì, utilizzando il preservativo commetto peccato? Me ne devo confessare?

3)- Se sì, è un peccato mortale che mi impedisce di fare la comunione? Inoltre, che valore può avere la mia confessione visto che so che presto commetterò ancora lo stesso peccato?

Spero che presto mi risponderà perché ho davvero bisogno di un parere autorevole.

Ringrazio in anticipo,

(Lettera firmata)


Risposta del sacerdote

Carissimo N.,

intanto ti dico che condivido la tua sofferenza e la offro al Signore nella celebrazione della Santa Messa, perché sia fruttuosa per la tua famiglia e per tanti altri.
Comprendo il trauma provocato dal parto in tua moglie.
La risposta che do ai tuoi quesiti è lunga e per questo la divido in punti.

1. Capisco la decisione di tua moglie di non avere altri figli.

Si tratta di una decisione presa in un momento particolarmente doloroso della vita. Nella sua apparenza è irrevocabile. Ma proprio perché emessa in un momento carico di emozioni, non è escluso che nel corso del tempo possa essere cambiata.
È una decisione dolorosa, soprattutto per te. Ma infine è da rispettare, come aveva già ricordato Pio XII: “Da quella prestazione positiva obbligatoria (procreativa; nota d.r.) possono esimere, anche per lungo tempo, anzi per l’intera durata del matrimonio, seri motivi, come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta indicazione medica, eugenica, economica e sociale” (discorso alle ostetriche del 29.10.1951).
Ma la soluzione escogitata non è stata accorta, soprattutto per le misure adottate: ti ha creato seri problemi di coscienza.
Tua moglie ha optato per la contraccezione, ritenendo che il ricorso ai metodi naturali non sia sicuro.
E tuttavia tutti sanno, e il vostro caso lo conferma, che qualsiasi mezzo contraccettivo ha la sua percentuale di errore.
Mentre statistiche su persone che hanno usato i metodi naturali con serietà hanno fornito una sicurezza perfetta: 0,0% di errori.
Il problema è che tanti, anche medici, conoscono malamente i metodi naturali e soprattutto li praticano ancor peggio. In questi casi, sì, l’insicurezza è alta.
Considerando che sei spostato da poco e che probabilmente sia tu che tua moglie siete giovani, vi esorto ad affidarvi a qualche persona abilitata ad insegnarvi un metodo naturale. Penso al metodo Billings o a quello sinto-termico.
Tua moglie sarà contenta e mi benedirà.
Intanto vi è nata una bambina, che senz’altro è un’autentica benedizione divina per voi e per il bambino. Voi stessi ne avrete fatto molte volte l’esperienza.

2. Mi scrivi che le hai proposto l’uso dei contraccettivi naturali.
Penso che per contraccettivi naturali tu intendessi i metodi naturali.
Per la precisione, questi metodi naturali non hanno nulla a che fare con la contraccezione e non è corretto chiamarli contraccettivi naturali.
Tra i metodi naturali e i contraccettivi c’è una differenza abissale, anche se l’obiettivo può sembrare identico.
E la differenza è questa: i contraccettivi frustrano positivamente la finalità procreativa degli atti coniugali e nello stesso tempo fanno sì che gli stessi atti coniugali cessino di essere un atto di autentico amore. Infatti là dove ci si vuol dire di donare in totalità, di fatto si esclude di donarsi totalmente, si esclude di donare all’altro la propria capacità di diventare padre o madre.
Giovanni Paolo II ha detto: “Se si esclude dai rapporti coniugali radicalmente e totalmente l’elemento potenziale di paternità e di maternità, si trasforma perciò stesso la relazione reciproca delle persone. L’unione nell’amore slitta verso un godimento comune, o, per meglio dire, verso quello dei due partner” (K. Wojtyla, Amore e responsabilità, p. 216). E “violando le leggi della natura, si viola anche la persona, facendone un oggetto di godimento, anziché farne un oggetto di amore. La disposizione alla procreazione, nei rapporti coniugali, protegge l’amore, è la condizione indispensabile di una vera unione delle persone” (Ib., p. 218).
Ancora: “Così al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè di non donarsi all’altro in totalità.
Ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale” (Familiaris Consortio 32c).
Paolo VI aveva detto che “salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” (HV 12).
In altri termini, gli atti contraccettivi cessano di essere un atto di autentico amore. E Giovanni Paolo II dice che sono atti viziati da una falsità, che incide grandemente sulla comunione coniugale.

3. Circa la gravità morale della contraccezione, Giovanni Paolo II ha aggiunto che gli sposi che fanno contraccezione “si attribuiscono un potere che appartiene solo a Dio: il potere di decidere in ultima istanza la venuta all’esistenza di una persona umana. Si attribuiscono la qualifica di essere non i co-operatori del potere creativo di Dio, ma i depositari ultimi della sorgente della vita umana. In questa prospettiva la contraccezione è da giudicare oggettivamente così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata. Pensare o dire il contrario, equivale a ritenere che nella vita umana si possano dare situazioni nelle quali sia lecito non riconoscere Dio come Dio” (17.9.1983).

Il Vademecum per i confessori del Pontificio Consiglio per la famiglia (12.2.1997) scrive: “La Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irreformabile. La contraccezione si oppone gravemente alla castità matrimoniale, è contraria al bene della trasmissione della vita (aspetto procreativo del matrimonio), e alla donazione reciproca dei coniugi (aspetto unitivo del matrimonio), ferisce il vero amore e nega il ruolo sovrano di Dio nella trasmissione della vita umana” (n. 2.4).

4. Fatte queste premesse, che rispondono tuttavia al corpo della tua lettera, e prima di rispondere alle tre domande finali, vengo all’affermazione: “se io riapro la questione cercando alternative all’utilizzo del preservativo il mio matrimonio finisce”.

La tua situazione è delicata, perché da una parte la subisci e dall’altra la accetti mettendo in atto un’azione intrinsecamente contraria al volere di Dio.

Talvolta nel matrimonio capita che la donna debba subire, più che volere, un’azione intrinsecamente ingiusta da parte del marito. E per questo Pio XI nell’enciclica Casti Connubii diceva: “E sa anche bene la S. Chiesa che non di rado uno dei coniugi subisce piuttosto il peccato anziché esserne causa, quando per ragione veramente grave permette la perversione dell’ordine dovuto, alla quale pure non consente, e di cui quindi non è colpevole, purché memore, anche in tal caso, delle leggi della carità, non trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato e allontanarlo da esso” (DS 3718).

Nel tuo caso, N., ti faccio la domanda cruciale: tu ti comporti permettendo “la perversione dell’ordine dovuto” oppure causi la perversione dell’atto?

È vero che è tua moglie che te lo comanda. Ma tu metti in atto il suo ordine. Ora nel caso in cui un ordine sia contrario alla legge di Dio, si deve obbedire prima a Dio che agli uomini (At 5,29).

Capisco il motivo grave che ti spinge a questo, ma è sempre un male.

5. Domandi: La fine del mio matrimonio è davvero un male maggiore rispetto all’utilizzo del preservativo?

Senza dubbio rispondo di sì.

Tuttavia non si può giungere alla conclusione: tra due mali scelgo quello minore.

L’insegnamento della Chiesa è il seguente: tra due mali, non se ne può scegliere nessuno. Ogni male offende Dio. E Dio non va offeso né tanto né poco.

Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, risponde chiaramente a questa obiezione: “Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni, il minor male o ….

In verità, se è lecito talvolta tollerare un minor male morale a fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali.

È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto (ideoque intrinsece inhonestum), possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda” (HV 14).

In conclusione, il sacerdote confessore che cosa deve fare in tale situazione?

Deve distinguere tra la tolleranza di un male minore e il consigliarlo positivamente.

Deve fare la prima cosa, ma non la seconda.

Vi è infatti una grande differenza tra il tollerare un male, continuando a chiamarlo con questo nome, e dichiarare permesso ciò che intrinsecamente è contrario alla volontà di Dio.

6. Domandi ancora: Se utilizzo il preservativo, commetto peccato? Me ne devo confessare? E se sì, è un peccato mortale che mi impedisce di fare la comunione?

Sì, si tratta di un peccato.

Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda l’insegnamento di Paolo VI nell’Humanae vitae: “è intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione” (CCC 2370; HV 14).

Le mancanze contro il sesto comandamento hanno a che fare con materia grave, come insegna una dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede: “Ora, secondo la tradizione cristiana e la dottrina della Chiesa, e come riconosce anche la retta ragione, l’ordine morale della sessualità comporta per la vita umana valori così alti che ogni violazione diretta in quest’ordine è oggettivamente grave” (Dich. Persona Humana l0).

E “il peccato grave si identifica praticamente, nella dottrina e nell’azione pastorale della Chiesa, col peccato mortale” (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

Di per sé, dunque, un tale peccato impedisce di fare la santa Comunione, senza essersi previamente confessati.

7. Infine: che valore può avere la mia confessione visto che so che presto commetterò ancora lo stesso peccato?

Su questo punto senti che cosa insegna il Magistero della Chiesa:

“Non intendiamo affatto nascondere le difficoltà talvolta gravi inerenti alla vita dei coniugi cristiani: per essi, come per ognuno, ‘‘è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita’ (Mt 7,14; Eb 12,11). Ma la speranza di questa vita deve illuminare il loro cammino, mentre coraggiosamente si sforzano di vivere con saggezza, giustizia e pietà nel tempo presente, sapendo che la figura di questo mondo passa (1 Cor 7,31)…

E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita nel sacramento della Penitenza” (HV 25).

Come sono belle le espressioni: “ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio”.

Ricorrano! Questo appello è carico di affetto, di comprensione. È un appello che sollecita.

Umile perseveranza! È questo l’atteggiamento del cristiano che non si trova ancora del tutto conforme alla legge di Dio.

Tu sai che cosa significa confessarsi, perché l’hai sperimentato molte volte. Nel sacramento vieni purificato, e lo senti! E la tua Comunione successiva è vera fusione del tuo cuore con quello di Cristo.

Viceversa ti rimane un’inquietudine interiore, a motivo della trasgressione della legge divina scritta nella tua stessa natura.

E se continuerai a cadere?

La risposta la trovi nell’espressione già riferita: Umile perseveranza!

Il Vademecum per i confessori dice: “La recidiva nei peccati di contraccezione non è in se stessa motivo per negare l’assoluzione. Questa non si può impartire solo se mancano il sufficiente pentimento o il proposito di non ricadere in peccato. Il confessore eviterà di aver sfiducia nei confronti della grazia di Dio e delle disposizioni del penitente, esigendo garanzie assolute umanamente impossibili (nn. 5 e 11)”.

Il tuo confessore, mentre non dichiarerà lecito ciò che non lo è, capirà bene la tua situazione, e senza fare storie ti darà sempre largamente l’assoluzione sacramentale.

Ma non sarebbe né corretto né educativo dire: vai pure a fare la Santa Comunione, senza passare attraverso la Confessione. Si tratta sempre di una mancanza di conformità alla volontà di Dio in un campo particolarmente importante e decisivo per la persona umana.

8. Concludo con due citazione della sacra Scrittura:

Dice S. Paolo: “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e di libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme, non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che ci dona il suo santo Spirito” (1 Tess 4,3-8).

La Bibbia di Gerusalemme commenta così l’espressione “ciascuno sappia mantenere il proprio corpo”: “Il proprio corpo è anche quello del coniuge, perché nel matrimonio i due sono diventati una cosa sola”.

Il secondo passo che ti cito lo traggo dalla Lettera agli Ebrei: “Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia” (Eb 13,4).

Anche il tuo talamo sia senza macchia! “Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione” (1 Tess 4,7).

Tendi a questo!

Aiuta anche tua moglie a tendere alla santificazione!

Per questo fai bene a pregare e a provvedere alla celebrazione di Sante Messe.

Quando il Papa dice di spalancare le porte della nostra vita a Dio, intende anche in questo ambito. E aggiunge che Dio non viene a togliere nulla, assolutamente nulla e da sempre cento volte tanto.

Ti accompagno con la mia preghiera e col ricordo nella S. Messa affinché il Signore conduca te e tua moglie a camminare sempre in santità di vita.
Ti benedico.
Padre Angelo.


Riportiamo l’email firmata in cui l’autore del post chiede ulteriori chiarimenti
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Caro Padre Angelo,
grazie per la sua lunga risposta, mi è servita per capire molte cose, che sto già mettendo in pratica: ogni volta che mi macchierò di quel peccato mi confesserò al più presto, e se qualche volta non riuscirò a reperire un confessore prima della Messa allora mi raccoglierò nella comunione spirituale e offrirò a Gesù il sacrificio di non poter fare la comunione sacramentale (assieme alle messe e alle preghiere di cui avevo parlato nella mia prima lettera) perché Lui parli al cuore di mia moglie e lo faccia aprire al Suo amore ed anche perché parli al mio cuore cosicché io trovi i tempi e i modi migliori per riaprire la questione.
Se dopo aver letto la sua risposta mi è chiaro quale deve essere, in questo periodo, il mio comportamento, non mi è ancora del tutto chiaro come ci siamo arrivati, e quindi proverò a sintetizzare due questioni:
1)- Il peccato, per essere mortale deve riguardare una materia grave (e nel mio caso la materia è grave), bisogna avere piena avvertenza dell’illiceità dell’atto (ed io so che la contraccezione è peccato), bisogna che ci sia perfeto e deliberato consenso della volontà, e se non ho capito male è qui che nel mio caso si gioca la partita. Io commetto peccato mortale perché non sono totalmente costretto a tollerare un male per evitarne uno più grande, ma (magari per una “piccola parte della mia volontà”) sono anche causa della perversione dell’atto. Se io potessi escludere (e non posso) di causare la perversione dell’atto ne deriverebbe che io non commetto peccato, vero? Faccio altri esempi più teorici che pratici per spiegarmi meglio: se una madre, dietro la minaccia armata alla vita dei suoi figli, commette volontariamente adulterio, tollera una male per evitarne uno più grande, non ha però perfetto e deliberato consenso della volontà e quindi non commette peccato; oppure il poliziotto che uccide il malvivente perché quello era l’unico modo per salvare la vita a numerose altre persone, non commette peccato!


Risposta del sacerdote

Caro N.,
sono molto contento del comportamento che hai assunto dopo la mia risposta. Sono certo che così vivi meglio il rapporto con la tua coscienza, anzi il tuo rapporto con Dio.
È migliore cosa riconoscere davanti a Lui che non siamo in tutto conformi alla sua santa volontà e confessarsi, piuttosto che nascondersi dietro ad una scusa, simile a quella di Adamo, il quale rispose a Dio che la colpa era della moglie!
Sono certo che quando non fai la santa Comunione perché riconosci di non avere le disposizioni richieste, il sacrificio che offri al Signore Gli è gradito. E prego anch’io perché la mente di tua moglie venga pienamente illuminata.
Mi compiaccio anche per la conoscenza dei tre criteri morali per discernere la gravità di un peccato commesso, cosa oggi purtroppo molto rara.
Eppure come si insegna ai figli ciò che devono evitare perché potrebbe far male alla salute, così bisognerebbe fare altrettanto per la salute morale, che in defintiiva è di gran lunga più preziosa di quella biologica.

Rispondo per ora alla tua prima domanda.

Dici: Se io potessi escludere (e non posso) di causare la perversione dell’atto ne deriverebbe che io non commetto peccato, vero?
Sì, se escludi la perversione dell’atto, non compi alcun peccato.

Ancora tu dici: Faccio altri esempi più teorici che pratici per spiegarmi meglio: se una madre, dietro la minaccia armata alla vita dei suoi figli, commette volontariamente adulterio, tollera una male per evitarne uno più grande, non ha però perfetto e deliberato consenso della volontà e quindi non commette peccato;

Rispondo: non hai posto la questione nei termini esatti, perché la madre non può mai compiere volontariamente un atto che offende Dio.
L’esempio che tu porti io te lo ripropongo in termini più realistici. Il caso da te proposto, infatti, è più teorico che pratico, perché va a toccare i sentimenti, che in questo caso sopraffanno la forza del ragionamento. L’esempio che ti propongo è realmente accaduto: se si chiede ad una madre di sacrificare agli idoli per avere salva la vita sua e anche quella dei suoi figli, può sacrificare?
Nell’enciclica Veritatis splendor Giovanni Paolo II scrive: “I precetti morali negativi, cioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenti concreti come intrinsecamente cattivi, non ammettono alcuna legittima eccezione; essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la “creatività” di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concreto la specie morale di un’azione proibita da una regola universale, il solo atto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersi dall’azione che essa proibisce” (VS 67).
E successivamente scrive: “È onore proprio dei cristiani obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 4,19; 5,29) ed accettare per questo anche il martirio, come hanno fatto i santi e le sante dell’Antico e del Nuovo Testamento, riconosciuti tali per aver dato la loro vita piuttosto che compiere questo o quel gesto particolare contrario alla fede o alla virtù” (VS 76).
Venendo al tuo caso, a mio parere, l’unica maniera per escludere che l’azione sia offensiva della legge di Dio, è quella di non pervertire la natura dell’atto. Questo in ultima analisi dipende da te, anche se è la moglie che lo richiede.
Se tu sai che è offensivo di Dio, non lo devi fare.
Va ricordato inoltre che vi è un’intrinseca differenza tra l’obbligazione che vige per i precetti morali negativi e i precetti morali positivi. I primi obligano semper et pro semper (sempre e in ogni caso), mentre i precetti morali positivi obbligano semper sed non ad semper (sempre ma non in ogni caso).
Ebbene: i precetti di non contraddire la legge divina sono precetti morali negativi. Mai, dunque, e in ogni caso si possono commettere atti impuri.
Mentre il diritto dell’intimità coniugale figura tra i precetti morali positivi. Esso obbliga, ma non in ogni caso. Ci si può astenere o comunque ci si può esprimere l’affetto vicendevole in altri modi autentici.

Dici infine: “oppure il poliziotto che uccide il malvivente perché quello era l’unico modo per salvare la vita a numerose altre persone, non commette peccato!”.

Questo è un caso diverso. Il poliziotto può sparare solo per legittima difesa, non per aggredire. E difendere se stessi e altri è senza dubbio un bene grande e doveroso.
La teologia cattolica invoca in questo caso il principio del volontario indiretto: si mira ad un bene necessario (nel nostro caso è la difesa degli innocenti) e si tollera un concomitante effetto negativo (la morte dell’aggressore), che non è voluto da chi si difende, ma da chi aggredisce.
Inoltre chi si difende, deve cercare innanzitutto altri mezzi di difesa.
Se poi deve sparare, non deve mirare agli organi vitali.
Solo come extrema ratio giungerà ad uccidere gli ingiusti aggressori. Ma l’obiettivo principale non è l’uccisione, che di suo è un male, ma la difesa degli innocenti, che è un bene.

Per ora fermo qui la risposta. Provvederò successivamente a rispondere alla seconda parte della tua lettera.
Intanto ti ringrazio per la collaborazione e ti assi