Quesito

Salve padre Angelo,
oggi vorrei chiederle a proposito di Levitico 26,29 e Deuteronomio 28,53, in cui si dice che Dio per punizione fa sì che ci sia cannibalismo in Israele.
Ci sono anche altre scritture che ne parlano in altri libri.
Può spiegare questi versetti e dirci anche come potremo noi spiegare agli altri queste scritture molto dure??
La ringrazio e pregherò per lei.
Salve.


Risposta del sacerdote

Carissimo,

1. l’espressione: “vi castigherò sette volte di più per i vostri peccati. Mangerete perfino la carne dei vostri figli e mangerete la carne delle vostre figlie” (Lev 26,28-29) non sta a significare che Dio costringe a mangiare le carni dei propri figli, che ma che la ribellione a Dio avrebbe portato gli ebrei a compiere le più orribili nefandezze, come quelle del cannibalismo.

2. Nel secondo libro dei Re si leggono le seguenti aberranti esternazioni di fronte alla fame che colpiva il popolo: “Questa donna mi ha detto: «Dammi tuo figlio perché lo mangiamo oggi. Mio figlio ce lo mangeremo domani». Abbiamo cotto mio figlio e lo abbiamo mangiato. Il giorno dopo io le ho detto: «Dammi tuo figlio perché lo mangiamo», ma essa ha nascosto suo figlio»” (2 Re, 6,28-29).
Anche nel libro delle Lamentazioni di Geremia si legge che la gente si comportava così: “Guarda, Signore, e considera; chi mai hai trattato così? Le donne divorano i loro frutti, i bimbi che si portano in braccio!” (Lam 2,20).

3. Giuseppe Flavio nella Guerra Giudaica racconta casi di cannibalismo durante l’assedio di Gerusalemme.
Ecco quanto scrive: “Frattanto nella città la fame mieteva un numero sterminato di vittime e indicibili erano le sofferenze. In ogni casa all’apparire anche di un’ombra di cibo si scatenava la zuffa e i parenti più intimi venivano alle mani per strapparsi quei miserabili sostentamenti della vita. Nemmeno se uno stava spirando si credeva che non avesse cibo, e i ribelli perquisivano anche i moribondi nel dubbio che qualcuno per nascondere del cibo facesse finta di essere agonizzante.
Sbadigliando per la fame, essi si aggiravano barcollando come cani rabbiosi e si avventavano contro le porte scuotendole a mo’ di ubriachi e irrompendo due o tre volte in un’ora nelle medesime case, tanta era la loro disperazione.
La necessità spingeva a mettere sotto i denti qualunque cosa e dava loro il coraggio di raccogliere e mangiare roba che perfino i più immondi fra gli animali irragionevoli avrebbero rifiutato.
Alla fine si attaccarono anche alle cinghie e ai calzari e strapparono il cuoio dagli scudi cercando di masticarlo. Alcuni si cibarono anche di ciuffi di vecchio fieno e taluni, raccogliendo erba secca, ne vendettero una manciata per quattro dramme attiche.
Ma a che parlare della mancanza di ritegno della fame nell’appetire qualsiasi cosa inanimata quando sto per raccontare un episodio che non trova riscontro nelle storie né dei greci né dei barbari, orribile a narrarsi e incredibile a udirsi?
Per non dare ai posteri l’impressione di aver inventato favole mostruose, avrei volentieri passato l’episodio sotto silenzio se non potessi addurre la testimonianza di un’infinità di miei contemporanei. E poi, dimostrerei scarso amore per la patria se omettessi di raccontare le sofferenze che essa ebbe realmente a patire” (La guerra giudaica, VI, 3).

4. “Fra gli abitanti della regione al di là del Giordano vi era una donna di nome Maria, figlia di Eleazar, del villaggio di Bethezuba, un nome che significa «casa dell’issopo», ragguardevole per nascita e ricchezza, che col resto della popolazione si era rifugiata in
Gerusalemme rimanendovi assediata. La massima parte delle sostanze che aveva portato con sé trasferendosi dalla Perea nella città le erano state depredate dai capi, mentre i banditi con le loro quotidiane incursioni le avevano sottratto quanto restava dei suoi valori e il poco cibo raggranellato.
La donna era in preda a un tremendo furore e con gli insulti e le maledizioni che continuamente scagliava contro i saccheggiatori cercava di aizzarli contro di sé. Nessuno però si decideva ad ucciderla, né per odio né per pietà, e lei era stanca di procurare ad altri il cibo che da nessuna parte era ormai possibile trovare mentre la fame le serpeggiava nelle viscere e nelle midolla, e ancor più della fame la consumava il furore.
Allora cedette insieme alla spinta dell’ira e della necessità e si abbandonò ad un atto contro la natura. Afferrò il bambino lattante che aveva con sé e gli rivolse queste parole: «Povero figlioletto, a quale sorte dovrei cercare di preservarti in mezzo alla guerra, alla fame, alla rivoluzione? Dai romani non possiamo attenderci che la schiavitù, se pure riusciremo a vivere fino al loro arrivo, ma la fame ci consumerà prima di finire schiavi, mentre infine i ribelli sono un flagello più tremendo degli altri due. E allora, sii tu cibo per me, per i ribelli furia vendicatrice, e per l’umanità la tua storia sia quell’unica che ancora mancava fra le tante sventure dei giudei».
Così disse e, ucciso il figlio, lo mise a cuocere; una metà ne mangiò, mentre l’altra la conservò in un luogo nascosto. Ben presto arrivarono i banditi e, fiutando quell’odore esecrando, la minacciarono di ucciderla all’istante se non avesse mostrato ciò che aveva preparato.
Ella rispose di averne conservata una bella porzione anche per loro e presentò i resti del bambino: un improvviso brivido percorse quegli uomini paralizzandoli, ed essi restarono impietriti a una tal vista. «Questo è il mio bambino» disse la donna «e opera mia è questa. Mangiatene, perché anch’io ne ho mangiato. Non siate né più pavidi di una donna né più compassionevoli di una madre. Ma se provate scrupoli e rifuggite dalla mia vittima sacrificale, allora sarà come se io avessi mangiato per conto vostro e l’avanzo rimanga per me».
A tali parole quelli uscirono tutti tremanti – fu l’unica scelleratezza di cui non ebbero il coraggio di macchiarsi, lasciando sia pure a malincuore che la madre si cibasse di un simile cibo – ma istantaneamente la città fu piena della notizia di quella nefandezza e, raffigurandosi la scena raccapriciante, tutti inorridirono come fossero stati loro a compierla. Morsi dalla fame essi non vedevano l’ora di morire, stimando fortunato chi se n’era andato prima di sentire e di vedere simili atrocità” (La guerra giudaica, VI, 4).

5. Tali aberrazioni Dio non le ha comandate.
Ma questo sta a significare a quale punto possono giungere gli uomini quando si distaccano sempre più da Dio.

Ti benedico e ti ricordo al Signore.
Padre Angelo

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