Mi sono da poco convertita e provo un senso di disagio perché non capisco se sono io troppo rigida nel seguire le regole o se sono gli altri troppo morbidi

////Mi sono da poco convertita e provo un senso di disagio perché non capisco se sono io troppo rigida nel seguire le regole o se sono gli altri troppo morbidi

Mi sono da poco convertita e provo un senso di disagio perché non capisco se sono io troppo rigida nel seguire le regole o se sono gli altri troppo morbidi

Quesito

Caro Padre Angelo,
Ho 38 anni e la mia conversione è avvenuta da appena 5/6 anni, ho sentito la voce del Signore quando io e mio marito abbiamo deciso di sposarci, lì ho sentito che dovevo cambiare, e così tra le varie lotte per non tornare alla vita di prima (diverse volte infatti avevo provato ad avvicinarsi al Signore, ma pensieri orribili mi turbavano e allora tornavo indietro) alla fine guidata dalla grazia di Dio sto facendo un bel cammino. Sin dall’inizio ho avuto il desiderio di annunciare e testimoniare Gesù e il Vangelo per il bene delle anime, ma mi accorgo di non esserne in grado. Tanto per cominciare non mi sento un buon esempio a causa di alcuni miei difetti, inoltre quando mi trovo con altre persone (sia che frequentino la Chiesa che non) provo un senso di disagio perché non capisco se sono io troppo rigida nel seguire le regole o se sono gli altri troppo morbidi. Ho degli amici che ad esempio sono molto forti nella carità, ma se dovesse capitare che per qualche motivo non vadano a Messa la Domenica o su questioni riguardanti la sessualità non ammesse dalla chiesa non ne fanno un problema. Esaminando me stessa mi chiedo: non è forse più importante la carità? Nei confronti di chi invece non ha ancora iniziato il cammino credo che mi ritengano pesante a causa della mia poca elasticità nell’adeguarmi alle idee proposte dal mondo di oggi. Padre Angelo, qual è la giusta misura? Come posso rimediare nel caso avessi in qualche modo allontanato qualcuno da Dio a causa della mia rigidità? Ho l’impressione che le persone si sentano accusate da me più che amate. Come posso annunciare e testimoniare Gesù e il Vangelo nel modo giusto? La ringrazio per il suo aiuto, la ricordo nella preghiera e l’abbraccio. Debora


Risposta del sacerdote

Cara Debora,
1. intanto ringrazio Dio per il tuo ritrovato stato di grazia accompagnato dal fervore del neofita.
Quanto mi hai scritto mi ha fatto pensare a San Paolo e al suo rapporto con San Pietro in un momento delicato della vita delle prime comunità cristiane.
Ad Antiochia Pietro prendeva cibo anche con i pagani. Ma quando vennero dei giudei, per timore di scandalizzarli, non lo fece più. Allora Paolo si sentì in dovere di riprenderlo.
Scrive nella lettera ai Galati: “Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?»” (Gal 2,14).
Come vedi, san Paolo nel caso riferito non è stato elastico.

2. Trovo un altro punto in tuo favore. Vedo che sei pronta a metterti in discussione.
Anziché dire che sono gli altri a sbagliare, ti domandi se per caso non sei forse troppo rigida.
Anzi domandi che cosa fare nel caso che tu col tuo comportamento sia stata la causa dell’allontanamento di qualcuno da Dio.

3. Allora va ricordato che il criterio fondamentale del nostro comportamento e anche del nostro parlare deve essere la carità.
In tutto, anche nell’annunciare la verità, è necessaria la carità che è quel modo divino di amare le cui caratteristiche ci sono mostrate nel capitolo 13° della prima lettera ai Corinzi: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,4-7).
La carità è il modo proprio di amare di Dio.
Ma è anche il suo modo proprio di parlare e di annunciare il Vangelo.

4. Così dobbiamo fare anche noi.
Dobbiamo imparare da Cristo ad essere magnanimi, benevoli, pazienti, ecc…

5. Inoltre nel presentare la verità dobbiamo fare attenzione che i nostri interlocutori non pensino affatto che la vita cristiana consista essenzialmente in alcune regole da rispettare.
Con questo non dico che non siano importanti le regole, anzi. Sono indispensabili, come dirò.

6. Ma il nostro annuncio deve mirare a comunicare un’esperienza di vita e di comunione con Dio, proprio come San Giovanni fa e dice nella sua prima lettera: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi.
E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo.
Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1 Gv 1,1-4).

7. Il messaggio che comunichiamo deve sempre mirare a far entrare in una comunione, a far vivere questa comunione, perché la gioia di tutti sia piena.
I nostri interlocutori devono sentire che si tratta anzitutto di questo, non di regole.

8. Quando essi cominciano a capire questo, desiderano viverlo.
E allora sono essi stessi a chiedere quali siano le regole per introdursi in questa comunione.
È stata questa la reazione della gente alla prima predica di san Pietro:“All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»” (At 2,37).
È come se avessero chiesto le regole e Pietro gliele ha presentate subito dicendo: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38).

9. Di qui emergono i limiti dell’annuncio dei fratelli della tua comunità, i quali sono certamente di grande carità, ma di una carità intesa forse solo in senso orizzontale.
Sembra infatti che trascurino di presentare con lucidità le vie per entrare e permanere in quella comunione di vita con Dio di cui parla San Giovanni.

10. Tanto per riferirmi ai comandamenti che tu hai citato, chi vive in comunione con Dio non tralascia a cuor leggero di santificare le feste.
Sa che quello è il giorno che Dio ha benedetto e consacrato (Gn 2,3) per riposarsi nel cuore dell’uomo affinché l’uomo possa riposare nel cuore di Dio.
È il giorno nel quale in modo tutto particolare Dio si effonde perché l’uomo possa vivere immerso in Lui come il pesce nel mare e come il mare nel pesce.
Se è vissuta così, la santificazione delle feste è un’esigenza del cuore. È una grazia.
Non fruirne è la stessa cosa che rimanere poveri e offendere l’amore del Signore per noi.

11. Per parlare adesso delle questioni sessuali, se una persona custodisce Dio dentro di sé come in un tempio vuole sapere quali siano le vie per conservare questa presenza, le tecniche per non disperderla, le risorse per continuare ad essere familiare di Dio e a Lui gradito.
Scopre da se stessa che certe emozioni sono incompatibili con la santità dell’anima e che sono verissime le parole di Dio proferite da San Paolo: “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e di libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda o inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme, non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che ci dona il suo santo Spirito” (1 Ts 4,3-8).

12. Chi vuole custodire la presenza di Dio dentro di sé avverte subito il fascino e la bellezza della purezza.
Capisce da se stesso che Dio non può abitare in un’anima inquinata dal peccato (Sap 1,4).
E allora desidera, anzi reclama di conoscere le vie di Dio anche nei dettagli, perché intuisce che tutto è prezioso in questo campo.

13. Ecco dunque la risorsa che ti consiglio: cerca di comunicare, di custodire e di incrementare la comunione con Dio.
Se gli altri riusciranno ad avvertire il di più che hai nel cuore ti domanderanno che cosa devono fare, proprio come i giudei con San Pietro nel giorno di Pentecoste.

14. Allora le leggi di Dio si rivelano nel loro autentico significato: sono la via santa per la quale Dio passa, entra e rimane in noi.
È forse ciò che i fratelli della tua comunità sembrano non aver capito.
Sono bravi, sì, molto bravi.
Ma la carità non è la stessa cosa che l’altruismo, anche se lo include.
È immensamente di più, perché vuole portare Dio nel cuore dell’uomo e l’uomo nel cuore di Dio.

15. Di recente mi è capitato di leggere in un libro scritto da Giovanni Paolo II (mi pare: Varcare le soglie della speranza). In questo libro il Papa diceva che prima di incontrare una persona pregava per lei. In altre parole, voleva incontrarsi con Dio nella preghiera.
Sarebbe bello se anche noi fossimo capaci di fare altrettanto.

Ti ringrazio del quesito, ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo