Quesito

Scusi padre Angelo,
mi può dire qualcosa sui motivi per i quali Tommaso mai completò la Summa?


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. non trovo di meglio che riportare parola per parola (fatta eccezione delle note) quanto ha scritto James Weisheipl, domenicano statunitense, in  Tommaso d’Aquino vita, pensiero, opere.
È una delle opere più apprezzate su san Tommaso per la precisione storica, per la sintesi del pensiero del Santo e anche per una breve presentazione di tutte le sue opere.
È edito dalla casa editrice Jaca Book.
Il capitoletto riportato si trova da p. 324 a p. 326.

2. Come si potrà osservare J. Weisheipl dice che le cause del mancato compimento della Somma Teologica furono di carattere fisico o psico fisico.
Sottolinea però anche la componente mistica.

3. Bartolomeo da Capua, di professione notaio, che aveva l’abitudine di presentare i fatti con molta precisione, molto stimato presso la corte di Napoli (era chiamato “Vir magnificus”) e che fu uno dei testimoni più autorevoli durante il processo di canonizzazione, riferisce che san Tommaso, celebrando la messa nel giorno di san Nicola del 1273, fu colpito da una mirabile trasformazione (fuit mira mutatione commotus) e da quel momento non scrisse più nulla.

4. Guglielmo di Tocco nella Positio per la canonizzazione di san Tommaso riprende le parole di Bartolomeo da Capua e parla di “mirabile trasformazione” (mira mutatio). Il che fa capire che la testimonianza deriva da Bartolomeo.
E scrive: “Si dice anche che, mentre si trovava a San Severino, nel castello della sorella, insieme al suo compagno di cui abbiamo già parlato e ad altri frati del suo Ordine, il nostro dottore sia rimasto in estasi per un periodo di tempo così lungo da sembrare del tutto privo di sensi.
Assai preoccupata, la sorella chiese al compagno che cosa tutt’a un tratto fosse accaduto a suo fratello. Le rispose: «Il maestro va spesso soggetto a questi rapimenti estatici quando è in contemplazione, ma non l’ho mai visto restare così a lungo privo di sensi come adesso».
Dopo un’ora, il suo compagno si avvicinò al maestro e, scuotendolo vigorosamente per il mantello, riuscì infine a destano dal sonno, per così dire, della contemplazione.
Allora, sospirando, Tommaso gli confidò: «Reginaldo, figlio mio, te lo dico in segreto, ma ti proibisco di rivelarlo ad alcuno finché resterò in vita. Il mio scrivere è giunto al termine, mi sono state rivelate, infatti, cose tali al cui confronto ciò che ho scritto e insegnato mi sembra ben poca cosa (palea est: è paglia); per questo confido nel mio Dio che, così come è giunta la fine del mio scrivere, giunga presto anche la fine della mia vita» (Gugliemo di Tocco, Storia di san Tommaso 47).

5. Pertanto dalle testimonianze del processo il silenzio di san Tommaso è legato alle sue estasi e in particolare a quella avuta durante la Messa celebrata nel giorno di San Nicola, santo del quale era particolarmente devoto.
Quello che finora aveva scritto o insegnato, in confronto di quello che aveva visto, è paglia”. Per questo non volle andare più avanti.

6. Di certo in quel momento San Tommaso ebbe una particolare visione di Dio.
San Tommaso ebbe frequenti visioni nella sua vita.
Ma questa, probabilmente, è stata la più cospicua.
Che si sia realizzato in tale visione quanto egli scrisse a proposito della preghiera?
Ecco che cosa San Tommaso aveva detto delle richieste da presentare a Dio: “Nella preghiera bisogna, prima di tutto, chiedere l’unione con Dio, sull’esempio del Salmista: ‘Una cosa sola chiedo al Signore, e questa domando: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita’ (Sal 26,4)” (Somma Teologica, II-II, 83, 1, ad 2).
Aveva detto anche che “nella preghiera i santi chiedevano a Dio, senza reticenze, la beatitudine e tutto ciò che poteva meritarla loro: ‘Mostraci il tuo volto e saremo salvi’ (Sal80,4); ‘Guidami per la via dei tuoi comandamenti’ (Sal 118,35)” (Ib., II-II, 83, 5).
Che non ci sia qui indirettamente un riferimento autobiografico nella linea dell’umiltà per la quale San Tommaso non parlò mai di se stesso?

7. Non è sbagliato pensare che in quel momento Dio gli abbia concesso di vedere il suo volto e che abbia avuto quella che i teologi  chiamano una “visione intellettuale” o di terzo cielo.
Una visione probabilmente simile a quella di cui parlò San Paolo quando scrisse: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare” (1 Cor 12,2-4).
Che questo mutismo di san Tommaso dopo quella estasi sia legato al fatto che anch’egli “udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”?
Qualcuno lo ha pensato. E credo giustamente.

7. Ma ecco finalmente quando scrive James Weisheipl nell’opera citata alle pagine 324- 326:

Il crollo e l’ultimo viaggio (6 dicembre 1273 – 7 marzo 1274)

Le informazioni più complete sugli ultimi mesi della vita di Tommaso le abbiamo da
Bartolomeo da Capua, un laico che occupava il ruolo insigne di logotheta e protonotario al servizio del re e che sicuramente le aveva a sua volta ricevute da Reginaldo stesso, morto meno di trent’anni prima dell’inizio della causa di canonizzazione. Anche la biografia e la
testimonianza di Guglielmo di Tocco attinge per molte informazioni a questa fonte.
A detta di Bartolomeo, Tommaso si atteneva a un programma di vita molto severo. Ogni mattina appena alzato confessava i suoi peccati a Reginaldo e celebrava la Messa nella cappella di S. Nicola, servito da Reginaldo, alla presenza di almeno un laico, Nicola Fricia.
Subito dopo, come ringraziamento, Tommaso assisteva a una seconda Messa, detta di solito da Reginaldo, dopo di che iniziava le lezioni. «Lasciata la cattedra (di professore), egli si metteva a scrivere o dettare ai molti segretari fino all’ora di pranzo». Dopo il pranzo, andava a pregare nella sua cella fino all’ora della siesta, e poi riprendeva a scrivere e a
dettare. Dopo aver lavorato fino a notte inoltrata, passava lunghe ore raccolto in preghiera nella cappella di S. Nicola prima che i frati si alzassero per recitare il Mattutino; quando suonava la campana che chiamava tutti in cappella, egli ritornava velocemente in cella e
fingeva di alzarsi insieme agli altri. Sembra che dopo il Mattutino ritornasse un poco a letto.
I suoi confratelli, e anche altri in città, conoscevano bene questo suo ritmo di vita.
Il 6 dicembre, festa di S. Nicola, che era un mercoledì mattina, Tommaso si levò presto, come faceva di solito per celebrare la Messa festiva nella cappella di S. Nicola. Durante la celebrazione, egli fu improvvisamente colpito (commotus) da qualche cosa che lo sconvolse profondamente e provocò in lui un grande cambiamento (mira mutatione). «Dopo quella Messa egli non scrisse né dettò più nulla». E infatti egli «appese gli strumenti per scrivere» (alludendo agli ebrei che durante l’esilio avevano appeso i loro strumenti musicali) «giunto alla terza parte della Summa, al trattato sulla Penitenza». Quando Reginaldo si accorse che Tommaso aveva completamente mutato il ritmo che gli era proprio da oltre quindici anni, gli chiese: «Padre, perché hai messo da parte un lavoro così grandioso iniziato per lodare Dio e istruire il mondo?» Al che Tommaso si limitò a rispondere: «Reginaldo, non posso ». Ma Reginaldo, per timore che Tommaso avesse perso il suo equilibrio mentale per il troppo studio, insistette che egli continuasse a scrivere e riprendesse la vita di prima, semmai con un ritmo più lento. Ma più
Reginaldo insisteva, più Tommaso si spazientiva, finché replicò: «Reginaldo, non posso, perché tutto ciò che ho scritto è come paglia per me». Reginaldo fu sconcertato da questa
risposta. Ma Tommaso parlava sul serio; non ce la faceva più a continuare. Era fisicamente e intellettualmente incapace di proseguire. Non gli restava che pregare ed accettare la sua incapacità di lavorare. Verso la fine di dicembre o in gennaio, Tommaso manifestò il desiderio di fare visita a sua sorella, la contessa Teodora di San Severino. In compagnia di fra Reginaldo «con molta fatica si affrettò per recarsi da lei; ma quando arrivò e la contessa uscì per venirgli incontro, egli non riuscì quasi a proferire parola». Tommaso restò come stordito per tutti e tre i giorni trascorsi a San Severino. Secondo Bartolomeo, la contessa era
«molto preoccupata» e chiese a Reginaldo: «Che cos’ha fra Tommaso? È completamente fuori di sé (stupefactus) e quasi non mi ha rivolto la parola». Reginaldo rispose: «È in
questo stato fin dal giorno della festa di S. Nicola, e da allora non ha più scritto nulla». Allora
Reginaldo ricominciò a scongiurare Tommaso di dirgli perché si rifiutava di scrivere e perché era sempre così stralunato (stupefactus). Dopo tanta pressione e tanta insistenza,
Tommaso alla fine disse a Reginaldo: «Promettimi, in nome del Dio vivo e onnipotente e della tua fedeltà al nostro ordine, e dell’amore che nutri per me, che non rivelerai mai, finché sarò vivo, ciò che ti dirò. Tutto ciò che ho scritto è come paglia per me in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato. A detta di Bartolomeo, che è più fedele all’episodio di quanto non siano
Tocco, Gui o Calo, e che lo aveva sentito raccontare da Giovanni Giudice (che a sua volta lo aveva appreso da Reginaldo sul letto di morte), Tommaso addusse la stessa causa per la sua incapacità di scrivere in entrambe le occasioni, a Napoli come a San Severino: «Non posso;
tutto ciò che ho scritto è come paglia». L’unica aggiunta da parte di Tocco, Gui e Calo è che Tommaso disse: «L’unica cosa che ora desidero è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita». Tre giorni dopo, Tommaso e Reginaldo partirono da San Severino alla volta di Napoli, lasciando la contessa profondamente afflitta (multum desolata).
Gli antichi cronisti e i testimoni del processo di canonizzazione non forniscono molti particolari sull’esperienza eccezionale avuta da Tommaso il 6 dicembre. Dal poco che si sa, si può tuttavia dedurre che il fatto presentava due aspetti: uno fisico e mentale e l’altro mistico. Dal punto di vista fisico si poteva trattare di un colpo apoplettico con conseguente lesione cerebrale oppure di una forma acuta di esaurimento psicofisico ed emotivo dovuto al troppo lavoro. Sebbene l’ipotesi di un colpo con lesione cerebrale dovuto a emorragia non si possa scartare, ci sembra più plausibile che il suo organismo avesse subito un crollo dopo tanti anni incessantemente dedicati al lavoro che egli amava. In questo caso non si sarebbe trattato di un esaurimento causato da una turba mentale, ansia e un mutamento emotivo della scala dei valori, per cui la Summa e i commenti aristotelici non apparivano più importanti. Altre conseguenze furono la difficoltà di parola e la perdita dell’abilità manuale e della capacità di camminare, dovute molto probabilmente alle lesioni provocate dall’emorragia cerebrale. Alla luce della divina provvidenza, un simile stato mentale e fisico si accompagna spesso a un’esperienza di tipo mistico, se non contemporanea all’insorgere della malattia, comunque parallela alla durata di questa. Nel caso di Tommaso i due aspetti potrebbero essere stati simultanei: ogni cosa da lui compiuta e per cui aveva lavorato gli sembrava «senza valore», «insignificante» e «come paglia». Le espressioni di per sé non sono necessariamente indice di un’esperienza mistica, in quanto è facile che siano frutto della condizione fisica stessa. Tuttavia, i biografi e gli agiografi vi scorgono l’espressione di una visione mistica da lui avuta. Il fatto essenziale è che dal 6 dicembre in poi Tommaso non poté più riprendere la Summa o i commenti ad Aristotele, neppure a un ritmo più rallentato. Inoltre non riusciva più ad insegnare né a scrivere, ma soltanto a pregare e a provvedere ai propri bisogni fisici. In altre parole l’esperienza particolare che egli aveva vissuto durante la Messa del 6 dicembre 1273 aveva decisamente un’origine di tipo fisico”.

Ti ringrazio di avermi attirato su questo argomento, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo