Quesito

Caro Padre Angelo,
“In alcune conversazione tra amici, tornano spesso i problemi relativi alle cure da praticare quando la vita inesorabilmente volge al termine. C’è un generale accordo nel pensare che ogni persona sia libera di accettare o rifiutare cure che non possono guarire, ma possono solo prolungare la vita e la sofferenza. Non c’è invece accordo nel distinguere tra l’“accanimento terapeutico” (che si può sempre rifiutare) e l’“eutanasia passiva” (che sarebbe da evitare). In particolare ci si chiede: “l’alimentazione forzata (PEG) ed altri interventi invasivi possono considerarsi accanimento terapeutico nei confronti di malati terminali?”     
Grazie
Franca


Risposta del sacerdote

Cara Franca,
1. Giovanni Paolo II in un discorso al Congresso Internazionale sulla vita vegetativa (17?20 marzo 2004) ha detto: “La somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenta sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico.
Il suo uso, pertanto, sarà da considerarsi, in linea di principio ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando esso dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che nella fattispecie consiste nel procurare nutrimento al paziente e lenimento delle sofferenze.
L’obbligo di non far mancare le “cure normali dovute all’ammalato” comprende, infatti, anche l’impiego dell’alimentazione e idratazione. La valutazione delle probabilità, fondata sulle scarse speranze di recupero quando lo stato vegetativo si prolunga per oltre un anno, non può giustificare eticamente l’abbandono o l’interruzione delle cure minimali al paziente, comprese alimentazione e idratazione. La morte per fame e per sete, infatti, è l’unico risultato possibile, in seguito alla loro sospensione.
In tal senso essa finisce per configurarsi, se consapevolmente e deliberatamente effettuata, come una vera e propria eutanasia per omissione (…). Una tale azione rappresenta sempre ? come ho scritto nell’enciclica Evangelium vitae (n. 65) ? una grave violazione dalla Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana”.

2. In questa direzione si è espressa anche la Congregazione per la dottrina della fede in data 1.8.2007, rispondendo a due quesiti:
Primo quesito: È moralmente obbligatoria la somministrazione di cibo e acqua (per vie naturali oppure artificiali) al paziente in “stato vegetativo”, a meno che questi alimenti non possano essere assimilati dal corpo del paziente oppure non gli possano essere somministrati senza causare un rilevante disagio fisico?
Risposta: Sì. La somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente. In tal modo si evitano le sofferenze e la morte dovute all’inanizione e alla disidratazione.
Secondo quesito: Se il nutrimento e l’idratazione vengono forniti per vie artificiali a un paziente in “stato vegetativo permanente”, possono essere interrotti quando medici competenti giudicano con certezza morale che il paziente non recupererà mai la coscienza?
Risposta: No. Un paziente in “stato vegetativo permanente” è una persona, con la sua dignità umana fondamentale, alla quale sono perciò dovute le cure ordinarie e proporzionate, che comprendono, in linea di principio, la somministrazione di acqua e cibo, anche per vie artificiali».

3. Altro discorso sarebbe invece se si tratta di pazienti nei quali le prestazioni sono inutili perché è già in atto la morte cerebrale.
Qui, secondo i vescovi della Pennsylvania, “l’omissione di nutrizione e idratazione artificiale può essere moralmente giustificata. Ciò che aiuta a cogliere la specie morale oggettivamente differente tra questo comportamento e un’eutanasia passiva è che in tal modo non si vuol porre fine alla vita del paziente, ma ci si astiene da qualcosa che è diventato inutile o troppo penoso applicare. Il giudizio di “inutilità” o “eccessiva penosità” riguarda il mezzo applicato e non la vita del paziente” (12.12.1991).

Mentre ti auguro di perseverare nella letizia pasquale, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo