Quesito

Caro Padre Angelo,
ho notato che molte persone sono rimaste perplesse dalle ultime scelte fatte da Giovanni Paolo II poco prima di morire; addirittura la sua situazione è stata paragonata al caso Welby.
Io so che lui è un santo, che ha sempre cercato di fare la volontà di Dio nella sua vita e che non può aver fatto un errore così clamoroso in un momento così importante perciò vorrei che lei mi chiarisse come si sono svolte veramente le cose dal punto di vista medico e le motivazioni teologiche delle sue ultime volontà. La ringrazio infinitamente di tutto.
Alessandro


Risposta del sacerdote

Caro Alessandro,
La rinuncia fatta da Giovanni Paolo II a cure del tutto ininfluenti non può essere paragonata al caso Welby.
Il Papa era già stato sottoposto a tracheotomia e nell’arco di un mese e mezzo era stato ricoverato due volte all’ospedale.
Di fronte ad un ulteriore aggravarsi della salute, con picchi molto alti di temperatura, gli proposero di andare di nuovo all’ospedale. Lui chiese: per fare che cosa? La risposta fu: niente.
Allora il papa decise di rimanere in Vaticano. E a casa sua si preparò all’incontro col Signore, senza rifiutare, anzi accettando i tentativi di abbassare la febbre molto alta e le cure palliative che gli prestavano.
Fino alla fine fu assistito dai medici che gli facevano le iniezioni e gli somministravano ossigeno.
Welby invece non era un malato terminale e ha chiesto l’interruzione delle cure. Proprio questa interruzione ha provocato la morte nell’arco di due o tre ore. Per questo si è trattato di eutanasia.

Ecco i due casi, così diversi fra di loro.
Nel caso del Papa si è trattato della rinuncia a una corsa inutile all’ospedale e di prepararsi ad una morte che stava sopravvenendo. Quello che hanno fatto in Vaticano è stato per nulla di meno di quanto avrebbero fatto all’ospedale.
Welby invece ha rifiutato quanto lo teneva in vita, sebbene sotto il profilo biologico fosse molto precaria.

Ti ringrazio, ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo