Il significato della prostrazione nella preghiera

Il significato della prostrazione nella preghiera

Quesito

Caro Padre Angelo,
Le scrivo per chiederle questo: già a scuola avevamo accennato l’anno scorso, per quanto riguarda la preghiera e soprattutto le modalità di questa, ad un atteggiamento, o meglio ad una postura che si può assumere quando si prega, la prostrazione. Mi ha colpito soprattutto l’esempio che aveva fatto: mi sembra di Giovanni Paolo II, che si preparava alla celebrazione della S. Messa (quando naturalmente poteva) prostrato in preghiera. Sa dirmi qualcosa in più?
La ringrazio di cuore!
Fraternamente
fra Paolo


Risposta del sacerdote

Caro fra Paolo,
Il riferimento era proprio a Giovanni Paolo II, il quale prima dell’attentato si preparava alla celebrazione della Messa stando per mezz’ora in prostrazione, e cioè disteso a terra.
Mi chiedi quale significato abbia questo atteggiamento.
Certamente è un atteggiamento di invocazione dal proprio abisso.
È anche un gesto di adorazione. Era frequente in Israele e anche tra i primi cristiani (Mt 17,6; 26,39; Ap 4,10). Si fa con il corpo e il volto stesi a terra.
 Nell’attuale liturgia latina non è più in uso se non nella liturgia del venerdì santo e durante il canto delle Litanie dei Santi nel corso delle sacre ordinazioni e della consacrazione delle vergini. Può significare la perfetta volontà di conformarsi alla prostrazione (morte) di Cristo, per conformarsi alla sua risurrezione (la levata) e alla sua vita nuova.
La prostrazione manifesta anche un sentimento di umiltà.
In proposito, nella vita di san Domenico si legge che questo Santo aveva varie maniere di pregare. Esiste un libretto medievale e anonimo, intitolato “Le nove maniere di pregare di San Domenico”.
Il secondo atteggiamento che il Santo assumeva abitualmente nella preghiera era quello della prostrazione.
Te lo trascrivo per intero.

“Spesso il beato Domenico pregava anche stendendosi completamente per terra con la faccia riversa, suscitando nel suo cuore sentimenti di compunzione e di pentimento; e ripeteva, qualche volta a voce così alta da venir udito, quella invocazione del Vangelo: «O Dio, abbi pietà di me, che sono un peccatore» (Lc 18, 13).
Poi con devozione e rispettoso timore richiamava alla mente quel versetto di Davide: «Sono io che ho peccato ed ho agito da iniquo» (2 Sam 24,17).
E piangeva ed emetteva alti gemiti, aggiungendo: «Non sono degno di alzare gli occhi al cielo a causa della moltitudine dei miei peccati; perché ho provocato la Tua collera e ho fatto ciò che è male ai Tuoi occhi».
Dal salmo «Dio coi nostri occhi abbiamo udito» riprendeva poi e recitava forte e devotamente quel versetto che dice: «Poiché la mia anima è prostrata nella polvere, il mio corpo è steso a terra» (Sal 43,25) e quell’altro: «Io sono prostrato nella polvere, dammi vita secondo la Tua parola» (Sal 118,25).
Talvolta volendo insegnare ai frati con quanta riverenza dovessero pregare, diceva loro: «I Magi, questi devoti re, entrando nella casa trovarono il Bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono»: Orbene, certamente anche noi abbiamo trovato l’Uomo-Dio con la sua ancella Maria. Perciò "venite, adoriamolo e prostriamoci piangendo davanti al Signore Iddio che ci ha creati"» (Sal 94,6).
I più giovani, poi, li esortava in questi termini: «Se non potete piangere i vostri peccati, perché non ne avete, pensate al grande numero di peccatori che possono essere condotti alla misericordia e alla carità: è per loro che soffrirono i profeti e gli apostoli; è pensando ad essi che Gesù pianse amaramente (Lc 19,41), fu per loro che pianse anche il santo David quando esclamò: "Vidi i peccatori; e venni meno"» (Sal 118,158)”.

Non sarebbe male ricuperare in qualche modo, nel segreto della propria camera, questo modo di pregare. Solo chi lo pratica sa dirne qualcosa in maniera appropriata.
Ti ringrazio della domanda, ti saluto, ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo