Quesito

Buonasera, Padre Angelo.
Premetto subito che la mia è una lettera inusuale
Intanto mi rivolgo a Lei con l’appellativo "Padre" a puro titolo di cortesia. Sono una ragazza di 19 anni, atea. Mi sono sempre ritenuta una persona tollerante e aperta e Le scrivo con il più grande rispetto delle Sue opinioni. Non so se il sito pubblicherà le mie parole ma lo spero ardentemente nel nome di un sereno confronto tra realtà culturali ed ideologiche diverse. 
Vengo al punto. 
Navigando sul sito del Suo ordine religioso, mi sono spesso imbattuta in Sue risposte relative alle cosiddette "coppie di fatto". Se Lei avrà il tempo e la bontà di leggere, Le vorrei presentare il caso dei miei genitori. 
Sono figlia di un uomo e di una donna che non si sono mai sposati, né in Chiesa né in Comune. Una "coppia di fatto", dunque. 
Nelle piccole cose della vita come in quelle più significative, non li ho mai visti dimostrare l’uno per l’altra qualcosa di diverso da amore, tenerezza e rispetto. A quanto ne so, non ci sono mai stati tradimenti né litigi gravi. Convivono da più di 25 anni, laddove molte altre coppie (tra cui i miei zii paterni, amici di famiglia, ecc.), regolarmente sposate anche in Chiesa, hanno "retto" solo pochi anni. Si sostengono a vicenda: economicamente, psicologicamente, moralmente. Non solo. Davanti a lutti, difficoltà, malattie gravi, entrambi hanno sempre sostenuto la famiglia dell’altro con tutta la forza e la dedizione che si possa immaginare. Accettano le rispettive debolezze e manchevolezze con immensa tolleranza e compassione. 
Nel pieno rispetto della libertà dell’altro, hanno diviso gioie, dolori, passioni, sorprese, difficoltà. 
Alle soglie della maturità, posso dire di aver avuto da loro tutto l’amore e la comprensione di cui necessitavo per una crescita serena e felice. Non esito a dire che a loro devo tutto.
In una delle Sue risposte agli utenti del sito leggo: "Non vi è alcun dubbio che il matrimonio costituisce l’ambito umano e umanizzante più propizio ad accogliere i figli: più facilmente garantisce una sicurezza affettiva, una maggiore unità e continuità nel processo di integrazione sociale e di educazione". 
Ho saputo che i miei genitori erano "solo" conviventi quando ero avevo già otto anni: in un ambiente stabile e di "sicurezza affettiva", mi erano già stati insegnati la tolleranza, il rispetto, l’amore. 
In quella Sua stessa risposta, Lei contrappone nettamente matrimonio e convivenza in quanto il primo riguarda la sfera pubblica e il secondo quella privata. "Nel primo caso, la società e i poteri pubblici hanno il dovere di proteggerlo e di promuoverlo. Nel secondo caso, lo stato deve limitarsi a garantire la libertà". I miei genitori dividono tutto da 25 anni e pagano regolarmente le tasse: per quale motivo lo Stato non dovrebbe tutelare la loro unione? Se mio padre morisse, perché mia madre non dovrebbe avere diritto ad essere legalmente sua erede? 
"Le unioni di fatto, proprio perché sono libere, non intendono proteggere l’amore vicendevole, che facilmente viene inteso solo a livello sentimentale o di attrazione, né garantiscono quella sicurezza di cui ha bisogno un figlio per la sua serenità e per il suo equilibrio". Dalle Sue parole risulta che la libertà corrisponda quasi sempre a incostanza e leggerezza. I miei genitori hanno sempre detto di aver scelto di donarsi l’uno a l’altra (secondo un’espressione da Lei spesso utilizzata) in piena libertà e che proprio da questa assenza di costrizioni derivi l’incrollabile saldezza della loro scelta: non è una convenzione sociale o un accordo legale ad unirli, è l’amore e il rispetto reciproco. 

Avrei molto altro da scrivere ma credo di averLa già annoiata a sufficienza.
Mi accorgo che in questa lettera ricorrono spesso le parole amore, rispetto e tolleranza. Questi sono gli insegnamenti che ho ricevuto dai miei genitori, una "coppia di fatto". E se il Dio cristiano esiste ed è davvero un Dio d’amore, credo che dovrebbe guardare proprio a questi valori e non alla mancanza di due firme su un pezzo di carta.
RingraziandoLa della Sua cortese attenzione.
Giulia.


Risposta del sacerdote

Cara Giulia,
1. ai giovani si perdonano volentieri tante cose, come ad esempio che tu mi abbia chiamato “Padre Angelo”  sottolineando che è “per pura cortesia”.
È una strana cortesia. Perché la vera cortesia non è glaciale.
Se c’è la glacialità, non c’è neanche la cortesia, anzi c’è il suo contrario.
Ma, come ho detto, ai giovani si perdonano volentieri tante cose. E io perdono volentieri, rimarcando però che non è bello sentirsi dire “la chiamo signore” oppure la chiamo “padre” o qualsiasi altra cosa “per puro titolo di cortesia”.

2. Vengo ora nel merito delle tue riflessioni.
Dico subito che non voglio fare confronti tra persone, e cioè se i tuoi genitori, che non si sono sposati, siano più bravi e virtuosi dei genitori sposati.
Non compete a me dare questi giudizi, che sarebbero semplicemente odiosi.

3. La posta in gioco è un’altra: vale a dire se essere marito e moglie, se essere sposo e sposa sia per due persone e per la società la stessa cosa che essere compagni di fatto.

4. Come primo elemento balza in evidenza il ruolo della legge, perché evidentemente con il matrimonio vengono fissati diritti e doveri.
Questi diritti e doveri non sono inventati dal legislatore. Ma il legislatore li riconosce dal diritto naturale e li fissa su carta perché tutti abbiano davanti a sé un quadro dell’importanza di quello che stanno per fare.

5. La Costituzione italiana riconosce il matrimonio fondato sul diritto naturale (n.29).
Non è lo stato che escogita l’istituzione matrimoniale, né è lo stato che da il permesso di sposarsi.
Il legislatore riconosce che la volontà di promettersi per sempre nella buona e nella cattiva sorte è un’esigenza che sgorga spontanea tra due persone che si vogliono bene e che si donano con la totalità del loro corpo, dei loro sentimenti e del loro spirito.

6. Ancora: non è il legislatore che determina se il matrimonio debba essere monogamico. Il legislatore riconosce che quando due persone si vogliono bene con la totalità di se stesse (corpo, sentimento, spirito) la loro unione ha un carattere di esclusività. Se ci si dona in totalità ad una persona, si diventa sua.
Non si conserva più in se stessi una possibilità di disporre della propria persona. Nel matrimonio in qualche modo ci si espropria di se stessi per essere solo e sempre della persona amata.
Così il matrimonio viene concepito, prima che dal legislatore, dagli sposi stessi almeno nel giorno delle loro nozze.

7. Ora la legge ha una sua funzione specifica: quella di costituire la via direttrice, la guida illuminante per il comportamento delle persone umane, le quali non sono predeterminate come gli animali, ma sono dotate di libertà, e con una libertà soggetta a tentazioni, a fragilità, ad egoismi e capricci.

8. Questo discorso nel quale ti sto dicendo che essere sposi non è la stessa cosa che essere compagni lo si potrebbe trasferire anche in altri ambiti: ad esempio a quello dei contratti.
C’è da domandarsi: non basta la parola data?
Perché si richiede anche la firma, perché la carta bollata?
Eppure, se non c’è la firma, non c’è il contratto. E uno può sempre dire: io non sono costretto ai doveri di chi si è impegnato con contratto.

9. Si potrebbe andare avanti. Se un uomo dicesse: io non sto con una donna soltanto, ma con due, con tre, con quattro contemporaneamente, io potrei dirgli di fare quello che vuole.
Ma nel caso della sua morte in forza di che cosa si deve dire che tutte e quattro le donne hanno diritto all’intera pensione del compagno?
E chi li tira fuori questi soldi per mantenere non quattro mogli (cosa già di per sé illecita, almeno secondo il nostro diritto), ma quattro donne con le quali era unito di fatto?
E se anziché stare con quattro, stesse con dieci, venti donne, magari in case separate, stando un pò con l’una e un pò con l’altra, in forza di che cosa di deve dire che tutte queste donne hanno diritto alla pensione del convivente?

10. Mi pare che sia logico che la società tratti da marito e moglie chi si è legato in matrimonio e che tratti da conviventi o compagni quelli che non hanno voluto vincoli davanti alla società.
Hanno voluto essere liberi? Nessuno nega questa loro libertà.
Ma perché pretendere che intervenga il legislatore a tutelare il diritto di essere trattati da marito e da moglie quando non hanno voluto esserlo?

11. Se due persone che stanno insieme vogliono obbligarsi fra di loro anche in caso di morte di uno dei due, lo possono fare, ma senza scomodare il diritto matrimoniale.

12. Ti faccio un altro esempio: quante persone consacrate nella vita religiosa vivono insieme. E può succedere che una di queste, per la professione che ha esercitato, abbia un’ottima pensione.
Se una vuole tutelare le consorelle in caso di morte, può farlo andando davanti ad un notaio e stabilendo dei suoi beni tutto quello che vuole.
Ma le superstiti non possono dire: ci siamo volute bene, l’abbiamo assistita in tanti anni di infermità, adesso che la nostra consorella è morta, lo stato ci deve dare la sua pensione fino alla nostra morte!
L’unione che c’è in un monastero è un’unione di fatto, ma non è un matrimonio!

13. Se essere marito e moglie non comportasse nulla di diverso dalle unione di fatto, si potrebbe depennare dal Codice civile tutta la parte riguardante il diritto matrimoniale.
Ma quale legislatore – sebbene ateo – farebbe una cosa del genere?

14. Come avrai notato, in tutta la riposta non ho mai tirato in ballo i motivi che derivano della fede. Sono stato sul piano della ragione.
Su quel piano della ragione per cui gli antichi greci e romani sentivano l’esigenza non solo di essere compagni di vita, ma di essere sposo e sposa, marito e moglie.
Su quel medesimo piano per cui in India, in Cina e in Giappone, dove i numeri cristiani sono al lumicino, la gente da sempre e ancora oggi sente l’esigenza di unirsi in matrimonio e di essere per tutta la vita l’uno per l’altro non  solo un compagno o una compagna, ma marito e moglie, sposo e sposa.

15. Alla fine però tu tiri in ballo il Dio cristiano e dici che se esiste deve fare… 
Deve fare così… perché l’hai detto tu?
Mi risponderai: no, ma perché è giusto che sia così, e cioè secondo quei principi di giustizia che noi chiamiamo diritto naturale.
Vedi allora che devi riferirti al diritto naturale.
Ma proprio riferendoti al diritto naturale troverai che il matrimonio non nasce per la volontà del legislatore ma dalla natura dell’amore  coniugale e per l’irrevocabile consenso personale compiuto secondo le determinazioni del diritto civile.

16. Ancora per quanto riguarda il matrimonio cristiano: il Dio “cristiano” ha voluto che il matrimonio fosse sacramento cioè segno sacro.
Lo poteva fare? Sì, certamente.
Allora il matrimonio cristiano non va confuso il matrimonio civile, che ha già un suo altissimo valore (ed è solo di questo che io ti ho parlato).
Quando si parla di matrimonio cristiano (e cioè di matrimonio-sacramento o segno sacro) è necessario conoscere quali siano le realtà sacre che quel matrimonio significa e rappresenta. Solo allora si potrà capire perché san Paolo abbia detto che i cristiani devono sposarsi “nel Signore”.
E allora si capisce che anche la firma è qualche cosa di più che un pò d’inchiostro buttato su un pezzo di carta.

Ti saluto e ti auguro molta gioia.
Padre Angelo