Quesito

Caro Padre Angelo,
Sono una ragazza di 23 anni e sono profondamente delusa; le spiego il perché.
Vengo da una famiglia che mi ha trasmesso valori cristiani, una famiglia unita che per me, soprattutto nelle figure dei miei nonni, è sempre stata un esempio e un modello da imitare. Ci tengo però a precisare che la mia famiglia non mi ha mai imposto niente: ho ricevuto i Sacramenti, frequentato il catechismo, ma non ho mai subito pressioni o imposizioni. Qualche anno fa, a causa di alcuni problemi in famiglia, ho sentito spontaneamente il bisogno di rivolgermi a Dio e ne ho tratto conforto. Prego regolarmente e sono profondamente credente; so che la Fede non è necessariamente una scelta ma un dono inestimabile, ringrazio di possederla e rispetto chi non ce l’ha e chi la pensa diversamente da me. Tuttavia mi rendo conto sempre di più che per una ragazza della mia età, avere determinate convinzioni e credere in certi valori è davvero una cosa rara.
Le faccio un esempio.
Per anni io e i miei cari ci siamo occupati di mio nonno, un uomo che ha dato tutto per la sua famiglia, un uomo attivo ed energico, che negli ultimi anni della sua vita ha sperimentato ogni genere di sofferenza fisica; l’abbiamo sempre curato in casa anche quando questo significava sacrificarsi e non poter riposare. Credo che per nessuno sia piacevole vedere un proprio caro che soffre, ma la sofferenza sarebbe stata doppia al pensiero che egli si trovasse altrove, curato da mani sconosciute, senza la sua famiglia… Eppure molti parenti hanno quasi condannato la nostra scelta, suggerendoci di ricoverarlo in qualche struttura apposita. Capisco le persone che non hanno i mezzi per farsi carico di un parente malato, ma se uno ne ha l’opportunità, perché dovrebbe evitarlo? Per liberarsi dal problema e poter condurre una vita più comoda? Io non riuscirei mai a rilassarmi pensando che un mio familiare sta soffrendo e che io, nei limiti del possibile, non mi sto prodigando per alleviare le sue sofferenze.
Vedo che in giro c’è tanta superficialità, il relativismo morale è dilagante, e ovunque passa il messaggio che certi comportamenti (il sacrificio, la dedizione, la castità…) sono quasi innaturali, contrari al buon senso. Sento continuamente persone anche molto colte, ripetere che l’importante è fare quel che ci fa star bene, e in nome di questo "benessere personale" talvolta si deve anche accettare di far soffrire il prossimo… Insomma il principio cardine dell’esistenza umana ormai sembra l’egoismo! Lo trovo assurdo e inconcepibile, eppure l’esperienza mi conferma che la persona "strana" sono io…

Mi permetta di esporle un altro punto, che ritengo possa chiarire questa mia riflessione.
Qualche tempo fa all’università ho sostenuto brillantemente un esame di diritto canonico e questo mi ha permesso di approfondire la tematica del matrimonio e comprenderne appieno il significato, e di acquisire una certa padronanza dell’argomento. Quando mi permetto, nell’ambito di qualche conversazione, di esporre le mie convinzioni sul matrimonio, vedo che la gente mi guarda come se provenissi da un altro pianeta! Non mi riferisco solo ai non credenti ma anche alla maggior parte dei cattolici che conosco… Nessuno crede più nel valore della castità (specialmente quella pre-matrimoniale), i più vedono il matrimonio innanzitutto come una festa, molti non vedono niente di male nella convivenza…
Io attualmente studio sperando di conquistarmi l’indipendenza economica e, lo ammetto, mi piacerebbe un domani avere una famiglia: un marito da amare, con cui condividere la mia vita, e magari, se verranno, anche dei figli.. Sono aspirazioni normalissime, credo, eppure ora come ora dubito fortemente che potranno mai realizzarsi: i ragazzi che vedo in giro sono terribilmente superficiali, non condividono i miei valori e non c’è verso di farglieli comprendere perché hanno proprio una visione della vita totalmente diversa dalla mia! Molte ragazze hanno come principale obiettivo nella vita quello di sposarsi ed avere figli, io no: proprio perché conosco il valore e il significato del matrimonio, desidero sposarmi solo se incontrerò una persona che davvero condivida i miei valori. Come ho detto vorrei avere dei figli, ma non posso pensare di sposarmi "allo scopo" di avere figli, come dire, prima che sia troppo tardi; per me i figli non sono la causa, ma il frutto del matrimonio e quindi dell’amore.

La mia era solo una riflessione, la riflessione di una ragazza che non pretende certo di considerarsi migliore degli altri, e che non vuole giudicare, ma che ora come ora si sente profondamente delusa dalla società e dalle persone.

La ringrazio per avermi dedicato un po’ del suo tempo.
Dio La benedica.
Doralice


Risposta del sacerdote

Cara Doralice,
1. penso che il Signore vi benedirà per il trattamento che avete riservato al tuo nonno.
Che consolazione deve essere stata per lui il rimanere in casa ed essere aiutato in tutte le sue necessità da persone che lo amavano.
Mi dici che voi potevate farlo. E avete fatto bene, senza giudicare il comportamento altrui.
Ma certo non posso non riportare un’affermazione di Giovanni Paolo II a proposito dell’estromissione degli anziani dalla famiglia: “C’è poca vita umana nelle famiglie dei nostri giorni” (Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 10).

2. Nell’enciclica Evangelium vitae ha scritto: “L’emarginazione o addirittura il rifiuto degli anziani sono intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno la vicinanza ad essi della famiglia quando per la ristrettezza degli spazi abitativi o per altri motivi tale presenza non fosse possibile, sono di fondamentale importanza nel creare un clima di reciproco scambio e di arricchente comunicazione fra le varie età della vita” (EV 94).

3. Circa il matrimonio: è vero, spesso troviamo scarsità di valori tra i giovani.
E io aggiungo: anche tra i meno giovani.

4. Sugli obiettivi del matrimonio: certamente ci si sposa perché ci si vuole bene.
Ma questo bene non chiude gli sposi in un circolo a due.
Si esprimono infatti anche attraverso atti che di loro natura sono aperti alla procreazione.
I figli sono l’espansione e il rafforzamento dell’amore vicendevole.
Anche qui ti cito una bella affermazione di Giovanni Paolo II: “Nella sua realtà più profonda, l’amore è essenzialmente dono e l’amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca “conoscenza” che li fa “una carne sola” (cfr. Gn 2,24), non si esaurisce all’interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre” (Familiaris consortio 14).
E ancora: “La fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi” (FC 28).

Ti auguro ogni bene, ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo