Quesito

Buongiorno,
Sto compiendo degli studi in argomento teologico, e mi farebbe un gran bene se mi rispondesse, dandomi la sua sentenza.
L’argomento é questo: Gesù, come dice il nuovo testamento, si é caricato dei nostri peccati.
Ora se Gesù avesse peccato, a lui stesso sarebbe stato impedito al paradiso?
Per caso la teologia si é occupata di questo e lo ha definito tra i suoi risultati acquisiti?
Come si suol dire "é scritto da qualche parte"?
Grazie.
Stefano


Risposta del sacerdote

Caro Stefano,
1. come avrebbe potuto peccare Nostro Signore essendo Dio?
Può Dio cercare un bene che sia fuori di Lui? È assurdo. Se vi fosse un bene fuori di Lui non sarebbe più Dio, Bene sommo e perfezione assoluta.

2. Gesù Cristo sfida i suoi interlocutori di ogni tempo chiedendo: “Chi di voi può convincermi (= accusarmi)  di peccato?” (Gv 8,46).

3. San Tommaso si presenta il tuo problema e si domanda se in Cristo vi fosse il peccato.
Ecco la sua risposta:
“Cristo assunse i nostri difetti per soddisfare per noi, per dimostrare la realtà della sua natura umana e per essere a noi esempio di virtù.
E per questi tre motivi è evidente che non doveva assumere il peccato.
Primo, perché il peccato non contribuisce all’espiazione, anzi ne impedisce l’efficacia, poiché secondo Sir 34, 23, "l’Altissimo non gradisce le offerte degli empi".
Similmente non serve il peccato a dimostrare la realtà della natura umana, perché il peccato non è essenziale alla natura umana che ha Dio per autore, ma è stato piuttosto introdotto contro natura "per la seminagione del diavolo", come si esprime il Damasceno.
Terzo, non poteva egli, peccando, darci esempio di virtù, essendo il peccato contrario alla virtù.
Per tutto questo Cristo non assunse in nessun modo la miseria del peccato né originale né attuale, come dice S. Pietro: "Non ha commesso peccato e sulla sua bocca non si è trovato inganno" (Somma teologica, III, 15, 1).

4. Come puoi notare, il primo motivo che porta san Tommaso è lo stesso che tu hai intravisto chiedendo: “Ora se Gesù avesse peccato, a lui stesso sarebbe stato impedito al paradiso?”

5. Ci potrebbe domandare: ma non si legge nella Scrittura a proposito di Cristo che “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21).
A questa domanda san Tommaso risponde: “Dio "ha fatto diventare peccato Cristo", non già permettendone il peccato, ma facendolo vittima del peccato; conforme alle parole del profeta, secondo le quali i sacerdoti "mangeranno i peccati del popolo" (Os 4,8), in quanto a norma della legge (Lv 6,26) mangiavano le vittime immolate per il peccato.
Nello stesso senso si legge in Isaia: "Il Signore ha posto sopra di lui i peccati di noi tutti" (Is 53,6), cioè l’ha consegnato perché fosse vittima dei peccati di tutti gli uomini.
Oppure si può dire che "lo fece peccato" nel senso che lo fece "con una carne somigliante a quella del peccato", come dice S. Paolo (Rm 8,3). E ciò a motivo del corpo passibile e mortale che assunse” (Somma teologica, III, 15, 1, ad 4).

6. In Cristo non vi fu neanche l’inclinazione al peccato e cioè quella realtà che i teologi chiamano “fomite della concupiscenza”.
Nel Vangelo infatti si legge: "Ciò che è generato in lei (Mt 1,20), viene dallo Spirito Santo". Ora lo Spirito Santo esclude il peccato e l’inclinazione al peccato.
Per questo motivo i teologi dicono che in Cristo come uomo vi fu fin dal primo istante della sua esistenza la confermazione in grazia, e cioè l’assoluta impossibilità di commettere peccato.

7. Su questo punto ecco che cosa dice san Tommaso:
“Cristo aveva nel modo più perfetto la grazia e tutte le virtù.
Ma la virtù morale, estendendosi alla parte irrazionale dell’anima, la rende sottomessa alla ragione e tanto meglio quanto più perfetta è la virtù: così la temperanza soggioga l’appetito concupiscibile, la fortezza e la mansuetudine l’appetito irascibile.
Ora, il fomite consiste nell’inclinazione dell’appetito sensitivo a oggetti che sono contro la ragione. È chiaro perciò che quanto più cresce in una persona la virtù, tanto più si smorza in lei la violenza del fomite.
Poiché dunque in Cristo la virtù raggiungeva il vertice più alto, ne segue che in lui non c’era il fomite del peccato; tanto più che questo difetto non è un mezzo d’espiazione, ma se mai inclina a ciò che è contrario all’espiazione” (Somma teologica, III, 15, 1).

Ti incoraggio allo studio della teologia, tenendo san Tommaso per Maestro. È difficile trovarne uno più profondo e più preciso di lui.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo