Quesito

Caro p. Angelo,
ho sentito dire più volte da sacerdoti e da laici che, se non c’è il tempo o le circostanze per confessarsi, ci si può comunque comunicare purché ci si confessi subito dopo. Sono sicuro di non aver frainteso e la cosa mi lascia molto perplesso: che ci si confessi subito dopo la fine della Messa o dopo tanto tempo, quella comunione è comunque fatta in stato di peccato mortale. E a quel punto tanto vale non comunicarsi affatto piuttosto che commettere un sacrilegio…
L’unica possibilità che mi viene in mente è il caso di emergenza, previo atto di contrizione; ma al di là del caso di un sacerdote che deve per forza celebrare (e quindi comunicarsi), non vedo altri casi in cui sia talmente necessario comunicarsi da non poter attendere la confessione…
Le pongo quindi qualche domanda:
– Sbagliano questi laici (e i sacerdoti che permettono di comunicarsi prima e confessarsi dopo) oppure sono io a vedere sacrilegio dove non c’è?
– se quel comportamento è sbagliato, immagino che comunque costoro (almeno i laici malconsigliati) soggettivamente non abbiano commesso sacrilegio, a causa dell’ignoranza (ed è anche difficile che diano retta a me, invece che al sacerdote)
– come si fa, concretamente, un atto di contrizione?

Grazie, preghi per me
S.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. come avrai notato, ieri è stata pubblicata una risposta in merito alla questione soggiacente alle tue domande.

2. Purtroppo devo constatare anch’io che sta prendendo piede la prassi di fare la S. Comunione senza previa confessione dei peccati gravi.

3. C’è da augurarsi che ci sia la contrizione perfetta.
Ma sarà proprio così?
Solo per fare un esempio: quando c’è l’abitudine di tralasciare il più delle volte la Messa festiva, quale contrizione perfetta ci può essere?
Se la sentono queste persone di dire: no, d’ora in poi sono così pentito di aver tralasciato la partecipazione all’Eucaristia, di non aver ascoltato la Parola di Dio e di aver disertato l’assemblea dei fratelli che, caschi pure il mondo, io non la tralascerò mai più?

4. E poi: se si è così pronti a fare un atto di contrizione perfetta, segno di un amore ardente per il Signore, come mai lo si offende così facilmente? C’è un dolore così ardente?
Perché la contrizione perfetta non è altro che questo.

5. Mi dici che al di là del caso del sacerdote che deve celebrare una Messa di orario non vedi altri casi.
Uno l’ho menzionato nella risposta di ieri.
Ne potrei aggiungere un altro: quando una è già in processione per fare la S. Comunione ed è ormai prossimo a riceverla e lì si ricorda di aver commesso un peccato grave. Tirarsi via dalla processione o dalla balaustra diventerebbe un motivo di perplessità o scuotimento della testa per gli altri che vedono questi movimenti apparentemente strani.
Certamente ci sono anche altri casi in cui c’è urgenza di fare la Comunione e manchi il confessore.
Ma l’impressione generale, non solo mia, è che la Santa Comunione venga fatta con una certa leggerezza sicché non solo non porta frutto ma potrebbe essere causa di quello che S. Paolo dice in 1 Cor 11,28-30.

6. Venendo poi alle altre specifiche domande: i laici che fanno la S. Comunione, fuori del caso dell’urgenza e della mancanza di confessore, (e i sacerdoti che permettono di comunicarsi prima e confessarsi dopo) non soltanto sbagliano, ma commettono un peccato di sacrilegio.
La motivazione è nella risposta pubblicata ieri.

7. I laici devono sapere dai rudimenti del catechismo che la prima condizione per fare una Santa Comunione consiste nell’essere in grazia di Dio.
Lo stato di grazia si ricupera in maniera adeguata con la confessione sacramentale.

8. Sono un sacerdote anch’io e confesso diverse persone. Ti posso dire i fedeli, anche se qualche sacerdote dicesse di fare pure la Comunione, sentono che è una cosa sbagliata.
Insomma: la stato di peccato causa un vuoto interiore, una sporcizia nell’anima e un allontanamento da Dio.
Se non si avverte più neanche questo, che cosa vuoi che si sappia della contrizione perfetta?
È vero che l’ignoranza talvolta è invincibile, ma – come ricorda il Concilio – talvolta l’ignoranza invincibile non è esente da colpevolezza.

9. E poi: dopo aver fatto la Comunione in questo modo, la gente si confessa?
Oppure continua nella situazione precedente, dicendo: tanto poi mi confesserò a Natale o a Pasqua…
Come vedi, non è in questo modo che si raddrizza la vita cristiana e non è in questo modo che si aiuta la gente a progredire in Cristo. Questo è degrado e profanazione della realtà più santa. Aveva ragione San Giovanni Crisostomo a dire: “Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi” (Omelie su Isaia 6, 3).

9. Mi chiedi infine come si fa un atto di contrizione perfetta: Ci sono alcuni formulari che aiutano a esprimere un sincero dolore. Quello attuale dice: “Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso Te infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime del peccato. Signore, misericordia, perdonami”. Desidero sottolineare che per essere perfetto l’atto di dolore richiede che ci si penta perché si è offeso il Signore, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Ancora: per essere sincero richiede il proposito di non offenderlo mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Se non c’è questo proposito, non c’è neanche contrizione perfetta.

10. Un vecchio atto di dolore diceva che ci si pente perché col peccato si è stati “cagione della morte del vostro divin figliolo Gesù”. Un antro ancor più antico: “Mi pento e mi dolgo non solo per il paradiso che ho perduto e l’inferno che ho meritato, ma perché ho offeso un Dio così buono, così grande e così amabile come siete voi. Vorrei prima essere morto che avervi offeso”.

Volentieri ti assicuro la mia preghiera e fin d’ora ti benedico. Padre Angelo